Conferenza
tenuta dal Prof. Dr. Carlo Zaccagnini nell'Aula Magna dell'Istituto
il 30 novembre 2001
Reverendo
Padre Rettore, reverendi professori e studenti del Pontificio
Istituto Biblico, cari colleghi e amici:
Sono felice e onorato nel prendere
oggi la parola davanti a Voi, in questa sede illustre e a me particolarmente
cara: il mio profondo e durevole legame con l'Istituto risale
a 35 anni orsono, allorché iniziai a frequentare i corsi
della Facultas Studiorum Orientis Antiqui. Nel ricordo di quell'intenso,
impegnativo e fruttuoso periodo di studio, assolutamente decisivo
per la mia formazione filologico-linguistica, sono lieto di dedicare
la mia lezione al Reverendo Professor Pietro Boccaccio, mio indimenticabile
e insuperato maestro di Ebraico e Aramaico.
Siamo intorno al 1300 a.C. a Emar,
città siriana sulle rive dell'Eufrate, ricompresa nel territorio
sotto amministrazione hittita. Due contratti di vendita registrati
su tavolette cuneiformi documentano le varie fasi di una triste
storia di povertà che si abbatte su un nucleo familiare:
in questo, come in molti altri casi, sono soprattutto i figli
bambini e bambine, quasi sempre in tenera età
a subire le conseguenze più dure. Riassumiamo brevemente
la storia, sulla base delle dichiarazioni dei protagonisti, così
come registrate sulle due tavolette. Una donna, madre di almeno
tre figli, viene a trovarsi in difficoltà economiche a
seguito dell'assenza del marito, che «è andato via»,
senza far ritorno. Il documento non specifica il motivo della
partenza e della lontananza ma non è da escludere, anzi
è assai probabile, che si sia trattato di un reclutamento
per assolvere a qualche corvée di natura militare. Fatto
sta che la donna rimane priva di ogni supporto: «I miei
figli erano tutti bambini e io non avevo nessuno che potesse nutrirli».
Per far fronte alle difficoltà, la madre vende la figlia
primogentita a un'altra donna, in modo da poter assicurare il
cibo ai restanti figli «durante l'anno della carestia».
Ritorneremo su questa circostanza, la cui frequente menzione nei
testi di Emar è spesso collegata alla notizia di eventi
bellici.
La fase successiva della storia
è contenuta nel secondo contratto. Il marito è nel
frattempo tornato in patria, ma la situazione familiare, lungi
dall'essersi risolta, è peggiorata: la donna alla quale
era stata venduta la figlia maggiore non ha versato alla madre
la somma pattuita (che risultava ammontare a 30 sicli d'argento),
e di conseguenza i due genitori si riprendono indietro la loro
bambina. Viene allora conclusa un'altra transazione che a questo
punto coinvolge l'intera prole: la figlia primogenita, due fratelli
e una sorellina ancora lattante vengono venduti al figlio di un
noto indovino, per un corrispettivo totale di 60 sicli d'argento.
Il documento precisa che la lattante verrà consegnata all'acquirente
solo dopo il suo svezzamento; gli altri tre fratelli sono invece
pronti ad entrare nella casa del loro padrone. Prima della consegna,
il padre e la madre fanno «posare il loro piede sull'argilla»,
prendono cioè la loro impronta: i blocchi d'argilla, recanti
le impressioni delle sagome dei piedi, le didascalie identificative
in caratteri cuneiformi («piede di
»), e le
impressioni dei sigilli dei testimoni presenti all'atto, rappresentano
un preciso strumento di garanzia a favore dell'acquirente. (Si
noti per inciso che un identico sistema, con gli adattamenti del
caso, è oggi ancora largamente usato in molti ospedali
pediatrici occidentali: al posto dell'argilla viene impiegata
carta e inchiostro).
Per una fortunata circostanza, i
blocchi d'argilla, con le impronte dei piedi dei tre bambini,
sono stati ritrovati, in perfetto stato di conservazione. La testimonianza
congiunta dei due contratti e delle tre impronte suggerisce considerazioni
di un qualche interesse su queste vendite.
Innanzitutto l'età dei bambini.
Dal secondo contratto apprendiamo che la figlia più piccola
è ancora lattante e dunque avrà avuto al massimo
tre mesi. L'unico modo per provare a calcolare l'età degli
altri tre fratelli è un esame comparativo delle loro rispettive
impronte. Con ogni debita cautela, si può ritenere che
la primogenita, al momento della seconda vendita e cioè
allorchè fu presa l'impronta del suo piede avesse
2 anni o poco più. Gli altri due fratellini, dalle impronte
pressochè identiche quanto a lunghezza, erano sicuramente
gemelli: la loro età era di circa 1 anno. Mi sembra superfluo
sottolineare la sorprendente e drammatica realtà di queste
vendite di persone. I due contratti non specificano quale sarà
la sorte dei bambini: certo è che il loro futuro (di liberi,
semi-liberi o schiavi) dipendeva interamente dalla decisione dei
loro acquirenti e padroni.
Gli aspetti economici delle due
vendite meritano qualche parola di commento. Sembra di capire
che nel primo contratto la cessione della figlia primogenita (la
cui età, in quel momento, non doveva superare i 2 anni)
era stata pattuita per 30 sicli d'argento somma poi non
versata. Una cifra del genere è di tutto riguardo e, di
fatto, non trova paralleli adeguati in altri simili vendite, sempre
attestate negli archivi di Emar. 30 sicli d'argento è il
prezzo standard di uno schiavo adulto nel Vicino Oriente, nel
corso del II millennio, ma anche in epoche successive basti
qui ricordare i 30 denari di Giuda. 30 (ma più spesso 40)
sicli d'argento rappresentano anche l'ammontare fisso del cosiddetto
«prezzo della sposa», e cioè la somma che il
futuro sposo (o chi per lui) versava al padre della donna, o a
chiunque altro esercitasse su di lei la «patria potestas»,
per la cessione della giovane in matrimonio. Si potrebbe dunque
pensare a un simulacro di stipulazione matrimoniale, nel quale
una bambina di 2 anni viene ceduta a un nuovo pater familias che
in futuro potrà disporre di essa, cedendola in sposa a
chi vorrà.
Come che sia, un quadro ben diverso
risulta dall'accordo successivo. La valutazione unitaria dei 4
bambini è di 15 sicli una cifra ricompresa nei valori
medi attestati per altre simili vendite a Emar. Vale forse la
pena di appurare, in concreto, il significato economico di una
tale somma o, se si preferisce, il suo potere d'acquisto. Il termine
di confronto più significativo è senz'altro l'orzo,
primo e indispensabile bene di sopravvivenza: non è certo
un caso che in alcune vendite di bambini concluse per motivi di
cogente necessità lì dove i testi esplicitamente
menzionano «carestia» e «guerra»
compaia un'informazione addizionale di rilevante interesse, e
cioè l'abnorme corso dell'orzo in rapporto all'argento.
Tenuto conto che in tempi normali con 1 siclo d'argento si potevano
ottenere non meno di 150 litri d'orzo, in momenti di carestia
il prezzo del cereale poteva raggiungere picchi impensabili, sino
al punto che con 1 siclo d'argento si acquistavano non più
di 3 litri o addirittura 2 e persino 1 solo litro d'orzo. Cifre
del genere, si badi bene, non sono solo attestate a Emar, ma sono
anche documentate in contratti di vendita stipulati, nella prima
metà del I millennio, durante guerre e assedi ci
torneremo tra poco.
Proviamo allora a fare qualche calcolo.
Supponendo che l'acquisto dell'orzo, pagato con l'argento ricevuto
a titolo di prezzo per la vendita di uno o più figli, avvenga
al corso tremendamente sfavorevole di 3 litri per
1 siclo d'argento, l'equivalente di un bambino e cioè
come nel caso della vendita dei 4 fratellini 15 sicli,
permetteva l'acquisto di 45 litri d'orzo. Considerando che la
razione minima giornaliera di sussistenza per un adulto era di
1 litro, se ne deduce che il ricavato dalla vendita di un figlio
consentiva a un padre (o a una madre) in assenza di altri
supporti alimentari una sopravvivenza di un mese e mezzo.
All'atto pratico, una situazione come quella ora illustrata, risultante
dalla semplice combinazione di una serie di dati certi, rappresenta
il limite estremo di uno scenario assai mutevole, a breve o a
medio termine, ma sostanzialmente immutato, se osservato in una
prospettiva storica di lunga durata.
Mi spiego. Nel Vicino Oriente antico,
la vita dei nuclei familiari dei ceti rurali, responsabili principali
della produzione primaria, è strutturalmente caratterizzata
da un'alta precarietà. Di fronte a una durata media della
vita che non supera i 30 anni, si osserva (1) un alto ritmo di
riproduzione, che prevede una serie ininterrotta di gravidanze
e parti (si pensi all'età dei 4 fratellini di Emar), a
partire dal momento in cui una ragazza diviene feconda, e dunque
potenzialmente sposa e madre, fino all' esaurimento biologico
di tale capacità; (2) un tasso, altrettanto alto, di mortalità
infantile che limitava drasticamente se non addirittura vanificava
gli effetti demografici derivanti dall'alto tasso di natalità.
Per i sopravvissuti, un'esistenza segnata da malnutrizione, malattie
occasionali o endemiche, senilità precoce.
Se su questo scenario di assoluta
e irrimediabile marginalità esistenziale si sovrappongono
eventi naturali quali siccità, inondazioni, ovvero episodi
bellici (invasioni, assedi, distruzioni di raccolti), le conseguenze
negative sul normale livello di precarietà sono quasi sempre
immediate e spesso drammatiche. Non c'è dubbio che a patire
le conseguenze delle carestie sono soprattutto i ceti meno abbienti,
quelli che non hanno accumulato risorse eccedenti da consumare
nell' «anno della fame» per citare una tipica
espressione dei testi di Emar.
Come sopravvivere? Sarebbe compito
dell'amministrazione centrale, nella persona stessa del re ovvero
dei suoi funzionari delegati, assicurare la nutrizione dei sudditi
nei momenti di carestia. Non mancano certo testimonianze in tal
senso, per lo più di provenienza egiziana: «Io ero
ricco del grano del nord, mentre il paese era nel bisogno, e mantenni
in vita la città
feci in modo che si portassero
via il grano: il cittadino e sua moglie, la vedova e il suo figliolo».
Sulla regolarità di questi interventi e sul loro margine
effettivo di efficacia c'è però da nutrire più
d'un dubbio. Nella letteratura storico-celebrativa del II e, in
parte, del I millennio vari sovrani e alti burocrati si vantano
di «aver dato da mangiare agli affamati» e di «aver
protetto vedove e orfani», ma la stessa enfasi ripetitiva
di quello che è un vero topos letterario induce alla cautela,
se non allo scetticismo tout court. E dunque, nella stragrande
maggioranza dei casi, la sopravvivenza dei singoli dipendeva esclusivamente
dalle strategie a media, breve o a brevissima scadenza messe in
opera dai responsabili dei diversi gruppi familiari. All'atto
pratico, c'era poco da scegliere. In tempi per così
dire di normale difficoltà economica si ricorreva
all'indebitamento, per lo più a breve termine: la restituzione
con gli interessi dell'orzo preso a prestito, da usare come semente
e alimento, era normalmente prevista subito dopo il raccolto.
Debiti a medio o lungo termine erano quasi sempre accompagnati
da una garanzia, immobiliare (quasi sempre un campo) ovvero personale,
messa a disposizione del creditore fino a quando il debito non
venisse estinto. Nella maggior parte dei casi, la persona ceduta
in garanzia è un figlio, o più raramente una figlia,
del debitore. In momenti di crisi acuta e/o prolungata, allorchè
il bisogno restringeva ogni spazio all'alternativa della morte
per inedia, le normali vie del credito non sono più praticabili.
Chi ha fame deve vendere o meglio: svendere una
parte o la totalità di ciò che possiede. Esaurite
le eventuali suppellettili domestiche e altri beni mobili, sono
i figli a rappresentare il principale e spesso l'unico bene da
mettere in vendita in cambio di un prezzo. Nella gerarchia dei
valori, economici ma non solo, dell'antica società vicino-orientale,
la terra di proprietà familiare costituisce il bene più
prezioso, simbolo della coesione e del perpetuarsi dei legami
di sangue nel corso delle generazioni. I figli possono essere
sostituiti da nuove nascite; la perdita della terra è una
sventura quasi sempre irreversibile.
Così scriveva ad esempio
Rib-Adda di Biblo al faraone Amenofi IV, lamentando l'ostilità
e le continue incursioni dei habiru nel suo terrritorio:
«Ormai sono esauriti i figli e le figlie da vendere al paese
di Yarimuta in cambio di viveri per la nostra sopravvivenza».
La vendita dei figli come rimedio estremo ma inevitabile di fronte
alla carestia è più volte attestata in documenti
di vario genere e diversa provenienza. Nella letteratura divinatoria
babilonese, si incontrano ad esempio apodosi del tipo: «La
gente si mangerà il prezzo dei propri figli» (e cioè:
si procurerà da mangiare utilizzando il ricavato della
loro vendita) ovvero: «La gente venderà al mercato
i propri figli per qualsiasi prezzo».
La progressione nelle vendite per
necessità, di fronte all'aggravarsi di una carestia, è
perfettamente documentata nel celebre passo di Genesi 47,13-26.
Le popolazioni d'Egitto e di Canaan si procurano il grano per
sfamarsi cedendo a Giuseppe amministratore del Faraone
e dispensatore di vettovaglie i beni in loro possesso,
in questa successione: l'argento (quello che oggi noi definiremmo
denaro), il bestiame di taglia e minuto (buoi, cavalli, asini
e pecore), e infine loro stessi in blocco insieme
con i loro campi di sostentamento. A questo punto Giuseppe concede
altro orzo, invita la popolazione alla semina e impone, a partire
dalla prossima mietitura, il versamento nelle casse faraoniche
di un quinto di ogni raccolto. Il brano non menziona espressamente
la vendita dei figli ma ricomprende questa evenienza nel più
vasto scenario di una auto-vendita generalizzata di tutta la popolazione
che rinuncia alla propria libertà, concedendosi in schiavitù
a un unico padrone. È comunque da sottolinere che l'ultimo
bene di cui ci si priva è la terra di proprietà
familiare: la sua perdita segna la fine dell'autosufficienza e
l'inizio dei processi di asservimento.
Gli effetti negativi provocati da guerre e invasioni si manifestano
in tutta la loro devastante portata allorchè il nemico
procede alla sistematica distruzione delle cerealicolture, nel
periodo anteriore al raccolto, ovvero si appropria, consuma e
disperde le riserve conservate nei granai, sottraendole alla loro
prevista destinazione, seminativa e alimentare. Le fonti storiche
menzionano soprattutto devastazioni di arativi e di altre colture,
effettuate nel corso di spedizioni in paesi nemici: le conseguenze
si sarebbero ovviamente avvertite a partire dall'epoca del mancato
(o ridotto) prossimo raccolto. Informazioni più precise,
complete e drammatiche sono invece quelle realtive agli assedi
di città: episodi del genere sono abbondantemente documentati,
in tutta l'area vicino-orientale a partire dalla seconda metà
del III millennio e il fatto non desta certo sorpresa. Particolare
attenzione meritano però le testimonianze relative ad alcuni
assedi nel corso dei quali la mancanza di cibo costringe la gente
a vendersi i figli. In aggiunta alle testimonianze di Emar, le
fonti documentano tre assedi, tutti risalenti alla seconda metà
del VII secolo: quello di Babilonia ad opera di Assurbanipal,
iniziato nella prima metà del 650 e protrattosi per più
di 2 anni; quello di Nippur da parte di Nabopolassar nel 625;
e quello di Uruk, probabilmente da parte di Sin-ar-ikun,
penultimo re d'Assiria (622/621).
L'assedio di Babilonia dovette essere
estremamente duro: lo stesso Assurbanipal fornisce, in una sua
iscrizione annalistica, precisi dettagli su alcuni effetti della
sua azione: a Sippar, Borsippa, Kutha e Babilonia, chi non viene
abbattuto con le armi perisce per fame e stenti e per lo scoppio
di una terribile epidemia. Il protrarsi dell'assedio determina
una spaventosa carestia: in mancanza di cibo, i Babilonesi sono
ridotti all'antropofagia: placano la fame nutrendosi della carne
dei figli e delle figlie e rosicchiando pezzi di cuoio. È
un quadro di eccezionale drammaticità che trova precisi
e significativi riscontri in alcune fonti letterarie dell'epoca.
Si veda ad esempio un passo del celebre poema di Atrahasis, nella
versione assira conservata nella biblioteca ninevita di Assurbanipal.
Questa è la situazione al culmine di una lunga carestia.
La gente affamata abbandona le proprie case e si aggira per strada
alla disperata ricerca di cibo. Non c'è più spazio
per la solidarietà: l'istinto primordiale di sopravvivenza
ha la meglio persino sui vincoli di sangue e sui più profondi
e tradizionali affetti familiari. Homo hominis lupus: chi sta
in casa spranga la porta e impedisce l'accesso a chiunque tenti
di entrare: «Le figlie impedivano d'entrare alle loro madri
e le madri non aprivano più la porta alle loro figlie.
Le figlie controllavano le bilance delle loro madri e le madri
quelle delle loro figlie». Insomma: nemmeno tra parenti
di primo grado ci si fidava più sulla regolarità
delle misurazioni allorchè si vendeva o si dava a credito
l'orzo. Alla fine non resta che cibarsi di carni tenere: «Si
destinavano le figlie per i pasti e i figli per le pietanze
Una casa divorava l'altra». Analogamente in un altro passaggio
letterario: «La gente venderà i propri figli in cambio
di un prezzo; i paesi, senza eccezione alcuna, si troveranno in
tumulto; gli sposi abbandoneranno le loro mogli, le spose abbandoneranno
i loro mariti; la madre sbarrerà la porta della sua casa
di fronte alla figlia».
Uno scenario pressochè identico è evocato in una
sezione del trattato di Esarhaddon (680-669), avente per oggetto
la protezione del figlio Assurbanipal, erede designato al trono
d'Assiria. Nella lunghissima lista delle maledizioni invocate
per chi fosse venuto meno agli obblighi sanciti dal trattato e
posti sotto giuramento, è inclusa una dettagliata previsione
dei possibili antecedenti e dei letali effetti provocati da una
carestia: «Adad, l'ispettore dei canali di cielo e terra,
blocchi il regolare flusso delle acque per il vostro paese e privi
i vostri campi del loro grano [
] Le cavallette, che spogliano
la terra, divorino il vostro raccolto; venga a mancare dalle vostre
case il rumore del mulino e del forno; sparisca da voi il grano
da macinare; al posto del grano possano i vostri figli e le vostre
figlie macinare le vostre ossa; che nemmeno la falange delle vostre
dita possa immergersi nella pasta [
] Che una madre sbarri
la porta (di casa) a sua figlia. Per la vostra fame, possiate
voi mangiare la carne dei vostri figli! Nel bisogno della carestia
un uomo mangi la carne di un altro uomo; un uomo si copra con
la pelle di un altro uomo»; e infine: «Possano cani
e porci mangiare la vostra carne» (e cioè, la carne
dei vostri cadaveri, una volta che voi siate morti di fame).
La puntigliosa elencazione delle
sventure nella loro micidiale sequenza non è il semplice
frutto di una raffinata sapienza letteraria posta al servizio
di una ipertrofica ideologia di dissuazione terroristica. La visione
apocalittica che viene offerta alla meditazione dei vassalli chiamati
a prestare giuramento di fedeltà è assolutamente
veritiera, nel suo insieme e nei vari dettagli, inclusi quelli
più raccapriccianti. Basti qui ricordare un bassorilievo
di Assurnbanipal che raffigura due ribelli, costretti, a suon
di bastonate, a macinare le ossa dei rispettivi padri, precedentemernte
uccisi in battaglia: poco importa che la scena non si riferisca
a un assedio e che ignioriamo se al termine della macinazione
la farina ossea dovesse essere effettivamente impiegata per cucinare
focacce da servire a tavola come cibo per i ribelli, affamati
o meno che fossero.
Torniamo agli assedi. Una vivida
testimonianza di quello che poteva succedere è offerta
da 1Re 6,24-29 che narra dell'assedio di Samaria da parte di Bar-Hadad
di Damasco. La fame degli assediati è tremenda: si pagano
cifre assurde per procurarsi alimenti disgustosi; al re che è
di passaggio sulle mura una donna grida: «Aiuto!».
E il re: «Se Jahvé non ti aiuta, come posso aiutarti
io? Forse con l'aia o con la macina?» (vale a dire: non
c'è più orzo da trebbiare o da macinare). A questo
punto la donna riferisce un episodio che l'ha coinvolta con un'altra
persona: «Questa donna mi ha detto: Dammi tuo figlio che
oggi ce lo mangiamo; domani mangeremo il figlio mio. Abbiamo dunque
cotto mio figlio e ce lo siamo mangiato. Il giorno dopo le ho
detto: Ora dammi tuo figlio che ce lo mangiamo: ma lei ha nascosto
suo figlio». La trasfigurazione dell'episodio in toni di
horror grottesco non impedisce di cogliere tutti i tratti che
caratterizzano gli assedi antico vicino-orientali, fino al limite
estremo del cannibalismo le cui prime vittime sono naturalmente
i bambini.
Passiamo ora all'assedio di Babilonia
da parte di Assurbanipal. Nel resoconto degli annali assiri, la
narrazione si limita a stigmatizzare gli esiti finali dell'accerchiamento
(la popolazione costretta all'antropofagia), tralasciando di dar
conto delle varie fasi che precedeono l'ultimo conato di sopravvivenza
dei Babilonesi prima della morte per fame. D'altro canto, né
il poema di Atrahasis né il trattato di vassallaggio di
Esarhaddon, nelle loro rispettive elencazioni dei progressivi
disastri causati dalla carestia, menzionano la vendita dei figli
come estremo rimedio contro la morte per fame dei loro genitori
ed eventualmente della prole residua. E tuttavia il confronto
tra le descrizioni «letterarie» delle carestie e le
testimonianze «concrete» fornite dai vari contratti
di vendita per necessità stipulati nel corso degli assedi
è assolutamente preciso.
La cessione di un palmeto, conclusa
durante il lungo accerchiamento assiro di Babilonia, contiene
la seguente notazione, inserita alla fine del testo: «In
quei giorni c'era fame e carestia nel paese (al punto tale che
persino) una madre non apriva la porta (di casa) alla propria
figlia». È sorprendente che in un contratto di vendita
venga inserita una notazione di natura strettamente cronachistica
(e cioè l'imperversare della carestia) oltretutto impiegando
una consolidata fraseologia di tipo letterario. Ma quello ora
esaminato non è un caso isolato: gli altri contratti di
epoca neo-babilonese, stipulati durante gli assedi di Babilonia,
Nippur, Uruk, menzionano a più riprese le seguenti circostanze:
1) la chiusura della porta urbica, che al tempo stesso impediva
qualsiasi ingresso di approvvigionamenti di cibo e qualsiasi fuga
degli assediati; 2) l'inarrestabile crescita del prezzo dell'orzo;
3) la vendita generalizzata dei figli per procurare cibo ai restanti
membri dei nuclei familiari. Un identico repertorio formulare
è attestato, sette secoli prima, nei contratti di Emar.
La menzione di genitori che vendono
i propri figli rappresenta, in estrema e appropriata sintesi,
la descrizione di una carestia giunta al suo penultimo stadio,
oltre il quale non resta che nutrirsi di carne umana ovvero morire
di fame. Ma allora: perchè menzionare la vendita (generalizzata)
dei figli in aggiunta ad altre notazioni relative alle
cause e agli effetti della carestia nei contratti di vendita
di un proprio figlio?
Due possibili spiegazioni, che peraltro
non si escludono a vicenda. C'è innanzi tutto l'esigenza
di giustificare un'azione contraria alla morale familiare, che
impone (o dovrebbe imporre) precisi vincoli di coesione e solidarietà
tra consanguinei, tanto più se parenti naturali di primo
grado (genitori-figli). Un'azione, comunque abnorme, motivata
dall'eccezionale gravità della situazione che impone il
sacrificio di uno (o più membri) del clan familiare per
la sopravvivenza degli altri. La fraseologia dei testi non lascia
spazio a equivoci: così si rivolge un padre al futuro acquirente:
«Prendi la mia bambina e mantienila in vita! Sarà
la tua piccola schiava. Dammi 6 sicli d'argento così che
io possa mangiare!». L'esplicita menzione dell'emergenza
nei suoi aspetti più drammatici e vistosi
spesso si accompagna a una fraseologia carica di significato.
La cessione di un bambino da parte del padre o della madre viene
effettuata «volontariamente», anzi alla lettera, «con
la gioia del cuore» (ina hud libbi) dei genitori.
E d'altra parte, il compratore non «compra» (in accadico
si direbbe: «prende per un prezzo») bensì «riscatta»
(pataru) [n.d.r.:
traslitterazione approssimativa]. Riscattare da chi?
Dai genitori, che non sono in grado di nutrire i figli e dunque
da una morte per fame. Ecco allora l'ibrido fraseologico che intende
conciliare la pietà umana con l'indifferenza della forma
giuridica: «Tizio (=il compratore) ha riscattato il suo
bambino/la sua bambina, dalle mani di Caio (=padre/madre/altri
parenti), per x sicli d'argento, il suo prezzo esatto».
Nel complesso, c'è da credere
che queste particolarità del formulario mirino anche ad
escludere rescissioni dei contratti di vendita, o ridiscussioni
dei termini economici, una volta cessati o attenuati gli effetti
della carestia. In altri termini: è chiaro a tutti che
si tratta di vendite moralmente anomale (e riprovevoli) e
soprattutto economicamente sbilanciate. Ma, una volta concluse,
non c'è via di ritorno.
La fraseologia dei contratti di
vendita stipulati durante gli assedi del VII secolo illustra il
momento finale della crisi affrontata dai nuclei familiari e gli
estremi rimedi posti in atto per sopravvivere. Maggiori e più
circostanziate informazioni sugli antecedenti di molte cessioni
di bambini sono offerte dalla documentazione di Emar, una documentazione
che si inserisce nel più ampio scenario del progressivo
degrado socio-economico della popolazione contadina siro-mesopotamica
nella seconda metà del II millennio. Com'è noto,
le principali testimonianze relative alla contrapposizione tra
la precarietà dei ceti rurali e la fiscalità esercitata
dalla burocrazia palatina nonchè l'oppressione dell'usura
esercitata dai privati, provengono dagli archivi di Nuzi, Alalah
e Ugarit. I testi di Emar arricchiscono questo scenario con una
serie di particolari meritevoli di attenta considerazione.
Nella maggior parte dei casi, i
contratti sono stipulati da donne che dichiarano esplicitamente
il loro stato di difficoltà economica, a seguito del quale
sono costrette a vendere figli e figlie, ovvero a consegnarsi
esse stesse in servitù perpetua. Con ogni probabilità
si tratta di vedove o di mogli il cui marito si era allontanato
da casa senza far più ritorno. Non c'è dubbio che
morti e scomparse siano quasi sempre imputabili a eventi bellici:
uccisioni sul campo di battaglia o cattura e deportazione in paese
straniero, in attesa di un improbabile riscatto.
Si veda ad esempio la dichiarazione
di una madre: «Dopo (la morte di) mio marito sono diventata
povera e mi sono indebitata. Di tutti i miei cognati nessuno c'è
n'è stato che si sia preso cura di me; invece Ba'al-Malik,
l'indovino si è preso cura di me e ha pagato i miei debiti.
Perciò gli ho ceduto mia figlia come sua (futura) sposa
e gli ho dato la mia casa e ogni mio altro bene». Questo
edificante scenario di solidarietà extra-familiare, cui
si contrappone la crudele indifferenza dei fratelli del defunto
marito, è in realtà ben diverso da quello che la
fraseologia del documento indurrebbe a credere: Ba'al-Malik, l'indovino,
è un intraprendente uomo d'affari impegnato a tempo pieno
in attività creditizie, in compravendita di schiavi e in
acquisizione di patrimoni immobiliari. Non c'è allora da
stupirsi che i soggetti con i quali egli conclude le sue svariate
transazioni siano per lo più persone gravate da debiti
e sull'orlo del collasso economico.
In un altro caso, una donna viene
fisicamente presa dai suoi creditori ai quali non è in
grado di riparare un debito precedentemente contratto, ammontante
a 40 sicli d'argento. Un ricco emariota provvede a saldare il
debito e, come contropartita, prende presso di sè in schiavitù
perpetua, la donna e, con essa, anche sua figlia.
Un caso diverso, ma non meno drammatico,
vede coinvolti tre fratellini, un maschio e due femmine. Ecco
la sequenza dei fatti, come raccontata dal nonno. Per motivi a
noi ignoti il padre dei bambini viene diseredato e poco dopo muore.
Aggiunge il nonno, cui evidentemente non interessava affatto il
destino dei tre nipoti, che essi vennero gettati fuori sulla piazza
della città «nell'anno dei nemici e della guerra».
Non è difficile immaginare il sottofondo di questo pubblico
abbandono: nessuno è in grado o è disposto a nutrire
e tenere con sè i tre bambini, che vengono lasciati al
loro destino. Un cittadino emariota, venuto a conoscenza della
situazione, «solleva» i bambini dalla piazza della
città e li adotta come suoi figli. Al termine dell'atto
di adozione, si stabilisce che qualora uno zio, fratello del defunto
padre, intenda riscattare i tre nipoti, dovrà pagare come
prezzo del riscatto l'enorme cifra di 1000 sicli d'argento.
Questa e altre testimonianze parlano
da sole, nella loro esplicita e cruda chiarezza. Ovunque e sempre
guerre e carestie colpiscono innanzi tutto e più duramente
i deboli, i poveri, gli indifesi. Doppiamente crudele la sorte
dei bambini, specie se in vario modo sacrificati a vantaggio degli
adulti, genitori compresi. Lasciando da parte considerazioni,
sin troppo scontate, sugli aspetti religiosi, morali e sociali
dei fenomeni sin qui esaminati, va piuttosto sottolineato quello
che a me sermbra l'elemento decisivo per una loro valutazione
storica, con riferimento al diritto e all'economia: e cioè
la trasformazione di una persona giuridicamnte libera
ancorchè del tutto o in parte incapace d'agire in
una cosa e più precisamente in una merce,
oggetto di vendita in cambio di un prezzo.
Nel corso dei tre millenni che ci
separano da quegli antichi episodi, profonde trasformazioni hanno
certo segnato il lento evolversi delle organizzazioni socio-economiche,
giuridico-istituzionali e politico-amministrative, in Oriente
e in Occidente, dal modo di produzione schiavistico dell'antichità
classica ai moderni assetti capitalistici ora in fase di accelerata
globalizzazione. Ciò nonostante, adesso come allora, miseria
e sfruttamento caratterizzano ora su scala mondiale
l'esistenza di gran parte della popolazione terrestre. Guerre
e calamità naturali colpiscono, adesso come allora, i più
deboli e gli indifesi: ancora una volta sono i minori, sfruttabili
e di fatto sfruttati a differenza e/o a preferenza degli anziani,
quelli che pagano il prezzo più alto degli squilibri sociali
e del degrado economico, restando ai margini o al di fuori di
ogni identità personale giuridicamente riconosciuta. Si
giunge così al limite estremo ma tutt'altro che inusuale:
l'assimilazione a pura e semplice merce, oggetto di transazioni
commerciali secondo le rigide leggi della domanda e dell'offerta.
È fin tropppo noto l'odierno fenomeno della schiavitù
minorile, largamente praticata nell'indifferena dei diretti responsabili
e quel che più conta delle istituzioni super-familiari
che dovrebbero tutelare i diritti e le esigenze delle rispettive
comunità.
Spesso, ma non sempre, i sovrani
vicino-orientali offrivano di sè l'immagine del «buon
pastore», custode del proprio gregge e protettore delle
vedove e degli orfani. Ma a giudicare dalle fonti coeve, la vita
quotidiana e i destini esistenziali di quei deboli, oppressi e
bisognosi non sembrano mutare più di tanto per effetto
dei periodici interventi del loro sovrano «buon pastore».
E ancora oggi, quante persone sono strangolate dai debiti contratti
per necessità, quante vivono stabilmente al limite dell'inedia
e muoiono per fame all'insorgere di una carestia? Tutto sommato,
le organizzazioni sovranazionali preposte all'approvvigionamente
di cibo e allo sviluppo dell'agricoltura non differiscono molto
dal «buon pastore» mesopotamico.
Antichi assedi di città
moderni accerchiamenti di un intero paese: una realtà non
dissimile, uno stesso concetto, una stessa terminologia: dall'accadico
eseru all'arabo hissar [n.d.r.:
traslitterazione approssimativa]. Adesso, come allora,
il prezzo più alto è pagato dai bambini, vittime
di carenze alimentari, mediche e sanitarie. La via che conduce
a una vera giustizia e al pieno rispetto dei fondamentali e irrinunciabili
diritti umani, sembra ancora lunga e difficile da percorrere.