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DIALOGO  EBRAICO-CRISTIANO  IN  GERUSALEMME
di D. M. Neuhaus, S.J.

L’articolo che vi presentiamo è stato scritto nel novembre 2000. Lucidamente pone alcuni nodi del dialogo ebraico-cristiano che sono diventati ancor più rilevanti nell’attuale aggravarsi della questione israeliano-palestinese. L’articolo è stato scritto da p. David Mark Neuhaus, gesuita, cittadino israeliano ormai da moltissimi anni.

E’ in Israele che p.Neuhaus ha deciso di abbracciare la Chiesa Cattolica dopo essere cresciuto secondo le leggi della fede Ebraica. P.Mark è profondo conoscitore della società israeliana attuale. Oltre all’ebraico parla correntemente l’arabo, avendolo studiato presso l’Università Ebraica di Gerusalemme ed avendo insegnato al Collegio dei gesuiti del Cairo in Egitto. Ha conseguito il titolo di Licenza presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. L’articolo che vi presentiamo è stato pubblicato in inglese nel novembre 2000, sulla rivista “In All things”, pubblicazione dell’Ufficio per gli Affari Sociali ed Internazionali della Conferenza dei Gesuiti americani (U.S. Jesuit Conference, 1616 P Street, NW #300, Washington, DC 20036-1405 [ http://www.jesuit.org ]. La traduzione in italiano è stata curata da Sarah Ombres e Andrea Lonardo (Parrocchia S. Melania, Roma).

 

 Uno dei progetti odierni che suscitano più entusiasmo nella Chiesa Cattolica è la formulazione di una positiva base teologica per un dialogo tra Ebrei e Cattolici. Ponendo fine al passato “insegnamento del disprezzo” nei confronti degli Ebrei e dell’Ebraismo è stato gradualmente creato un dialogo appassionante tra le due comunità le quali cercano di fondare tale dialogo su una solida base teologica, che si vorrebbe arricchente da entrambe le parti. Le dimensioni sociali e politiche di questo dialogo hanno rappresentato una parte determinante e costruttiva del dialogo avviato per estirpare il profondo radicamento degli “insegnamenti del disprezzo” e, in modo più generale, per eliminare tutte le basi teologiche dell’intolleranza e del razzismo. Questo articolo non cerca tanto di valutare il dialogo attualmente esistente tra Ebrei e Cattolici, particolarmente concitato se consideriamo il contesto dell’America Settentrionale e dell’Europa Occidentale, né di approfondire le implicazioni di questo dialogo per la teologia cattolica nella discussione teologica in corso. Questo articolo cerca, piuttosto, di analizzare come tale dialogo si caratterizzi all’interno del particolare contesto di Gerusalemme. La domanda che questo articolo si pone è: “Che tipo di influenza ha la situazione della Gerusalemme ”

 Esiste tutta una serie di fattori che rendono il dialogo a Gerusalemme

1.  La caratteristica più evidente è data dal fatto che in Gerusalemme gli Ebrei sono la maggioranza dominante. Questa è la prima volta, nell’arco di 1900 anni, in cui gli Ebrei sono il partner dominante dal punto di vista socio-politico in una società [1].

2.  In secondo luogo, i Cattolici sono una minoranza molto esigua in Gerusalemme. Da un punto di vista culturale i Cattolici, in massima parte Arabi Palestinesi, marginalizzati nella città, e preoccupati dalla continua emigrazione, combattono per la sopravvivenza.

3.  In terzo luogo, i Cattolici (e tutti i Cristiani) non devono confrontarsi solamente con la presenza di una dominante maggioranza Ebrea ma anche, all’interno della società Araba Palestinese, con una predominante maggioranza Musulmana.

4.   Infine, i Cattolici nativi di Gerusalemme sono spesso ignorati dai turisti stranieri. Per molti, la Chiesa presente a Gerusalemme è semplicemente sinonimo di edifici in pietra costruiti sui luoghi santi e pochi incontrano la Chiesa di Cristo fatta di testimonianza vivente.

Qualsiasi analisi del dialogo Ebraico-Cattolico a Gerusalemme deve prendere in considerazione le caratteristiche del contesto locale. Il dialogo esistente raramente evidenzia questo aspetto. Tende ad essere un dialogo tra Cattolici stranieri ed Ebrei (spesso immigranti provenienti dalla Diaspora dell’America Settentrionale e dell’Europa Occidentale). Un dialogo Ebraico-Cattolico contestualizzato a Gerusalemme ha bisogno di abbracciare almeno tre prospettive di dialogo, distinte e insieme strettamente collegate.

1.) Il dialogo con i cattolici che provengono da altre nazioni.

La maggior parte delle istituzioni formalmente dedite al dialogo tra Ebrei e Cattolici in Israele è frequentata da persone che provengono da altre nazioni, le quali sono, in particolare, legate alle numerose istituzioni religiose Cattoliche presenti in Israele. Molti degli ebrei Israeliani identificano totalmente la presenza dei Cattolici in Israele con questo gruppo [2] . Il dialogo tra Cattolici provenienti dall’estero e le loro controparti Ebree in Israele è plasmato dal dialogo negli Stati Uniti e in Europa Occidentale e potrebbe essere caratterizzato

a) In che misura l’esistenza dello Stato Israeliano ha modificato il nostro tradizionale rapporto?

b)  Come interpretiamo differentemente i nostri Testi Sacri? In che modo i Cristiani possono divenire maggiormente consapevoli delle

c)   In che modo le nostre teologie hanno promosso atteggiamenti e comportamenti

d)  Cosa avvenne durante il primo ed il secondo secolo? In che modo il Cristianesimo ed il Giudaismo Rabbinico si svilupparono come “vie” separate?

e)   Qual’è stato e quale potrebbe essere il legame esistente tra religione e potere politico? I Cristiani sono stati profondamente aiutati dagli Ebrei nel dialogo per scoprire il prezzo morale che

2.) Il dialogo di chi appartiene a quella terra

I palestinesi di fede cattolica, che rappresentano quasi il 90% della popolazione cattolica in Israele, sono quasi completamente assenti nelle strutture esistenti di dialogo tra Ebrei e Cattolici. Fattore più importante della diversità confessionale [3] è il fatto che i cattolici locali sono parte integrante della popolazione Palestinese [4] . La maggioranza di questi cattolici sono cittadini israeliani. La maggior parte di loro sono di lingua araba (ma generalmente sanno parlare perfettamente anche l’ebraico), e sono perfettamente integrati in seno alla minoranza Arabo Palestinese in Israele. Questi Palestinesi di religione cattolica sperimentano non solamente uno status di minoranza nella società Araba nella quale i Musulmani sono la maggioranza, ma anche all’interno dello stesso stato di Israele, dove invece sono gli ebrei ad essere la maggioranza. Questo è un contesto particolare e deve modificare il dialogo tra Ebrei e Cattolici . Le tematiche specifiche potrebbero essere le seguenti:

a) Qual’è stata ed è l’esperienza di una minoranza “non ebrea” all’interno dello Stato Ebraico?

b) Come la Shoah, il Sionismo e la nascita dello Stato di Israele hanno modificato il dialogo tra Ebrei e Cattolici all’interno di questo contesto?

c) Qual’è la responsabilità del Cristianesimo occidentale nel contesto del conflitto tra Israeliani e Palestinesi?

d) Il dialogo potrebbe contribuire alla democrazia, al pluralismo, alla giustizia e alla pace in Israele?

e) Qual è il ruolo rivestito dalla Bibbia all’interno del contesto politico del conflitto Ebraico-Palestinese? [6] Alcune interpretazioni bibliche hanno incoraggiato a legittimare la progressiva distruzione della popolazione palestinese?

f) In che modo questo dialogo tra Ebrei e Cattolici può far emergere delle proprie tematiche teologiche? Qual è la corretta interpretazione della elezione di Israele da parte dei Cristiani? Qual è il collegamento esistente tra Israele e la Terra di Israele?

3.) Il dialogo degli immigrati recenti

     Un terzo gruppo, la cui identità e le cui proporzioni sono ancora difficilmente identificabili (le statistiche ufficiali tendono infatti ad ignorare l’esistenza di questa popolazione), è rappresentato dalla miriade di Cristiani che sono immigrati in Israele negli ultimi anni, soprattutto dall’ex blocco Comunista (come anche dall’Etiopia) [7] . Dato che molti di questi immigranti nell’entrare nel paese si sono in qualche modo dichiarati come Ebrei, diviene difficilissimo riconoscere quanti siano i cristiani al loro interno e quale sia la natura della loro identità religiosa. Alcuni si definiscono cattolici sebbene una vasta maggioranza di essi sia ortodossa. Evidentemente il governo nutre la speranza che la maggioranza di questi cristiani (soprattutto coloro che hanno legami familiari con Ebrei o che non siano apertamente cristiani credenti e praticanti) si assimilino alla maggioranza ebrea. Comunità clandestine sono nate fra questi gruppi (sia  Protestanti, che Ortodossi che Cattolici) [8] . Il dialogo tra ebrei israeliani e questi cristiani immigrati è quasi inesistente, dato che questi cristiani tendono a vivere la loro fede clandestinamente [9] . Un dialogo futuro tra questi Cristiani israeliani ed i loro compatrioti ebrei sarà chiaramente focalizzato attorno a questioni che riguardano l’insieme della vita ebraica Israeliana

a) Chi è ebreo? Esiste una confusione generale rispetto all’identità di questo nuovo gruppo di cristiani israeliani. Alcuni di essi hanno antenati ebrei [10] . Sono quindi degli “ebrei cristiani”?

b) Chi è israeliano? Israele è una nazione ebrea? Cosa significa questo in termini di integrazione di questi cristiani?

c) I bambini di questi cristiani possono essere educati come cristiani? Cosa comporta questo tipo di educazione? Può l’ebraico essere usato come un mezzo della formazione cristiana?

d) In che modo può essere combattuta la discriminazione contro i “non ebrei” in Israele? Esiste il sospetto ed anche la violenza contro ciò che alcuni Ebrei israeliani percepiscono come “attività missionaria” cristiana. Sembra aumentare un sentimento anti-cristiano (ed anti-“non ebrei”).

4.) Elementi mancanti nell’attuale dialogo.

     Fino ad oggi il punto di partenza per l’analisi del dialogo Ebrei-Cattolici a Gerusalemme è stato il riferimento al dialogo portato avanti negli Stati Uniti ed in Europa Occidentale. Abbiamo invece visto come il dialogo all’interno del contesto di Gerusalemme modifichi questo dialogo. Tuttora il dialogo in Occidente trascura numerosi punti emersi nel particolare contesto di Gerusalemme:

a) In Occidente, la religione è stata circoscritta all’ambito privato della fede personale. I leader religiosi devono combattere per essere significativi all’interno del contesto socio-politico. A Gerusalemme, invece, la fede religiosa è ancora considerata come una parte totalmente indivisibile della sfera sociale e politica. Tutto questo non contribuisce certo ad un’atmosfera di dialogo pacifico, dal momento che i leader religiosi rappresentano interessi di parte e sono spesso spinti verso la promozione dell’intolleranza piuttosto che quella del dialogo. Molti dei cattolici nati qui ritengono che Gerusalemme abbia ancora bisogno di una buona dose di laicità e spesso trovano che i partner più vicini per il dialogo siano proprio gli ebrei ed i musulmani secolarizzati.

b) Il dialogo tra Cattolici ed Ebrei, come è stato sviluppato dal Vaticano, si è incentrato sull’essere gli ebrei una minoranza ed i cristiani la maggioranza. Ma questa non è la realtà della città di Gerusalemme. Gli ebrei sono chiaramente la maggioranza dominante. Questa situazione fa emergere la presenza di un difficile problema, cioè se la fusione tra giudaismo e potere politico produrrà qualcosa di sostanzialmente differente rispetto a ciò che ha prodotto la fusione di cristianesimo e potere nell’Occidente “cristiano”. L’esercizio del potere, sia da parte dei cristiani, che dei musulmani, che degli ebrei, raramente è stato glorioso. Gerusalemme è una città che può divenire un punto di riferimento centrale per un pellegrinaggio congiunto penitenziale su come noi ci aiutiamo reciprocamente nella ricerca della verità nelle nostre rispettive storie. Le maggioranze dominanti (Ebraiche, Cristiane, Musulmane) hanno tentato di opprimere le minoranze deboli, sfruttando l’ideologia religiosa ed i suoi simboli per giustificare un simile atteggiamento [11] . Dalla nostra prospettiva, quella della città di Gerusalemme, è ormai divenuto un imperativo che gli ebrei esaminino il loro proprio “insegnamento del disprezzo” verso i “non ebrei”.

c) Il dialogo tra Cattolici ed Ebrei in Occidente ha ampiamente ignorato altri importanti aspetti del dialogo inter-religioso [12] . Dal punto di vista di chi vive questo dialogo a Gerusalemme, il dialogo con l’Islam è fondamentale. Una gran parte della popolazione a Gerusalemme ha le sue radici nel mondo Arabo-islamico. La maggior parte dei Cristiani di Gerusalemme condividono lo stesso mondo socio-culturale degli Arabi musulmani, cosa  che facilita il dialogo. Vorrei sottolineare il fatto che questo mondo culturale è lo stesso che condividono anche quegli Ebrei che provengono dal mondo arabo (e sono una parte significativa della popolazione ebrea-israeliana) [13] . Ciò che colpisce maggiormente è che, per molti ebrei a Gerusalemme, l’eredità della convivenza giudeo-cristiano non è più  importante rispetto all’eredità dei contatti giudeo-islamici. Per molti di questi ebrei, l’arabo è stata la lingua “franca” per secoli. L’orientalista Bernard Lewis ha affermato che la simbiosi degli ebrei e degli arabi “ha prodotto qualcosa che non è solamente una cultura ebraica in lingua araba. Si è trattato di una cultura arabo-giudaica o, si potrebbe anche dire, giudeo-islamica” [14] . Ebrei come Saadya Gaon (Sa’id ibn Yusuf al-Fayyumi) e Maimonides (Musa bin Maimun) hanno partecipato accanto ai Cristiani ed ai Musulmani alla formulazione della cultura e della filosofia araba. In questo secolo, Layla Murad (ebrea egiziana) ha conteso il titolo di diva della canzone araba a Fayruz (una cristiana libanese) e Umm Kalthum (una musulmana egiziana). Questo legame culturale che esiste nel Medio Orientale si sta sviluppando nel mondo della musica, della cinematografia e della letteratura e, sebbene con difficoltà, sta introducendosi anche all’interno del dialogo tra religioni.

d) Il contesto della città di Gerusalemme rende ancor più essenziale il fatto che un dialogo possa portare alla decisione di un impegno congiunto verso la giustizia come elemento fondamentale per la creazione della pace. La religione è utilizzata, tanto dal nazionalismo ebreo come anche da quello palestinese, come mezzo ideologico per mobilitare le persone. La testimonianza cristiana in Israele è lacerata da queste prospettive ideologiche. Molti dei cattolici stranieri a Gerusalemme  sono simpatizzanti del Sionismo e della politica ebraica. Altri, allo stesso modo di molti palestinesi cattolici, sono coinvolti nella battaglia per i diritti dei palestinesi. Alcuni hanno sviluppato una versione di una “teologia della liberazione” contestualizzata per dare un fondamento teologico alla lotta della popolazione palestinese. Queste problematiche politiche non possono certo essere ignorate. Il dialogo tra Ebrei e Cattolici non deve essere impiegato per creare un supporto per ingiuste strutture di dominazione e di oppressione.

e) Infine, il dialogo tra Cattolici ed Ebrei a Gerusalemme deve misurarsi sull’“opzione preferenziale per i più poveri”, per non diventare un club elitario e accademico. Ciò significa che deve aprirsi alle realtà dei Palestinesi cattolici e dei nuovi Cristiani Israeliani appena immigrati, i quali stanno vivendo la difficile condizione di minoranza all’interno di un contesto che risulta spesso intollerante della diversità culturale o religiosa. Inoltre, il dialogo deve indirizzarsi alla realtà di una società ebraico-israeliana che si sta sempre più polarizzando attorno ad una divisione tra ricchi e poveri.

A Gerusalemme, una città tormentata dalla ricerca della sopravvivenza, il dialogo dovrebbe quindi avvenire non rifuggendo da questa ricerca, ma cercando di immergersi totalmente nella possibilità di creare incontri con gli ebrei, con i musulmani ed i cristiani di Gerusalemme, incontri che sono, nell’ordinario, invece, sfuggenti. Tutti coloro che hanno visitato la città sanno benissimo che si tratta di una città piena di ferite piuttosto che di santità, e di ferite sanguinanti, laceranti ed infette della meno santa delle malattie, il fanatismo religioso, l’intolleranza e l’odio. La singolarità di Gerusalemme, potrei anche aggiungere, risiede esattamente nella sua divisione profonda e nella sua lacerazione. Attualmente, dato che i cristiani qui nati, sono sempre più emarginati, è in corso la battaglia per conquistare l’appoggio dei Cristiani stranieri per il potere su Gerusalemme. I cattolici occidentali non possono rinnegare le loro responsabilità. La nostra storia è profondamente legata al moderno conflitto tra Israeliani e Palestinesi.

Il dialogo con i musulmani a Gerusalemme ci fa ricordare sia un passato lontano quando i cristiani iniziarono una guerra per la conquista di Gerusalemme, la quale era anche una guerra per l’eliminazione dell’Islam (e allargando il discorso anche contro il giudaismo), ed anche un passato più recente quando il colonialismo legittimò se stesso sotto il falso pretesto della protezione “dei luoghi santi” e dell’attività missionaria dei cristiani. Il dialogo con gli ebrei a Gerusalemme ci fa ricordare sia un passato lontano, quando l’adozione del Cristianesimo come religione ufficiale di stato rese la vita degli ebrei progressivamente impossibile, ma anche un passato più recente quando l’intolleranza dell’Europa verso gli Ebrei contribuì alla nascita del Sionismo e al sogno di uno “Stato nazionale ebraico in Palestina”.

Ma, d’altro canto, cerchiamo di non dimenticare che il dialogo con i cristiani non stranieri ci riporta al fatto che la loro vita di minoranza sotto una duplice maggioranza, quella ebraica e quella musulmana, può essere estremamente difficile.



NOTE

[1] Gli ebrei in Israele sono molto eterogenei. Ci sono ebrei credenti e praticanti ed ebrei non credenti e non praticanti e molte sfumature fra un estremo e l’altro. Ben conosciute sono le differenze fra gli ultra-ortodossi (haredi), gli ortodossi (dati), i tradizionalisti, i Conservativi, i Riformati ed i Ricostruzionisti; ma particolarmente importante per il dialogo è la diversità delle origini culturali e le principali differenze tra gli ebrei del Nord America, dell’America Latina, dell’Europa Occidentale Centrale e Orientale, e del mondo Sephardi e arabo. Israele è una società altamente politicizzata ed ideologizzata e la diversità delle posizioni del Giudaismo israeliano sul Sionismo, sul pluralismo e sulla coesistenza con il mondo circostante ha effetti diretti sull’apertura degli ebrei verso il dialogo con i non ebrei in generale ed i cristiani in particolare. Ogni gruppo ha la propria specificità, soprattutto rispetto al dialogo (o all’assenza di questo) con i “non ebrei”.

[2] Fino al gennaio 1988, il capo della Chiesa Cattolica Romana a Gerusalemme, il Patriarca Latino a Gerusalemme, era uno straniero, sebbene la stragrande maggioranza dei fedeli fossero Palestinesi locali. L’attuale Patriarca è Sua Beatitudine Michael Sabbah, un Palestinese nativo della città di Nazareth. Le chiese protestanti hanno preceduto, di alcuni anni, la chiesa Cattolica nominando vescovi nativi della Palestina. La Chiesa Greca Ortodossa è ancora presieduta da stranieri. Le Chiese Cattoliche Orientali sono generalmente di cultura araba, ma spesso hanno

[3] In Israele ci sono sei Chiese cattoliche riconosciute, i Greci (Bizantini) cattolici (che sono presenti soprattutto nella zona settentrionale di Israele), i Cattolici Latini (soprattutto nelle città di Gerusalemme, Betlemme e Nazareth), i Maroniti, i Siriani, gli Armeni ed i Caldei.

[4] La minoranza araba Palestinese in Israele comprende circa il 18% della popolazione. I Cristiani rappresentano circa il 20% di questa minoranza mentre i Cattolici oltre la metà della componente Cristiana (cioè appena l’1% della popolazione israeliana). Nei territori palestinesi, i cristiani sono circa il 5% dell’intera popolazione ed i Cattolici sono circa un terzo dei Cristiani.

[5] Non esiste una struttura formale per promuovere questo tipo di dialogo sebbene alcuni gruppi Palestinesi cristiani abbiano cercato partner ebrei nel dialogo. Sfortunatamente, molti dei cristiani più istruiti tendono a indirizzarsi verso un pubblico straniero piuttosto che partecipare al dialogo con gli ebrei Israeliani.

[6] All’interno di questo contesto vedere la lettera del Patriarca Latino, Michel Sabbah, Leggendo la Bibbia oggi nella Terra della Bibbia (Novembre, 1993).

[7] La realtà di una comunità cristiana di immigrati in Israele non è nuova. Fin dal 1948, alcuni Cristiani, provenienti soprattutto dall’Europa Occidentale (ma anche da altre zone), hanno trovato la loro via verso Israele in seno alle ondate della predominante immigrazione Ebraica. In passato, la grande maggioranza di questi cristiani è arrivata perché aveva legami di parentela molto stretti con famiglie ebree e si è assimilata all’interno della popolazione ebraica (nella sua componente più secolarizzata) oppure ha lasciato Israele per un altro paese.

[8] Una comunità non-clandestina è la comunità Cattolica “Opera di S.Giacomo” che ha parrocchie cattoliche di lingua ebraica nelle principali città israeliane.

[9] A questa realtà particolarmente complicata bisogna aggiungere anche il folto numero di lavoratori cristiani stranieri (Latino Americani, cittadini dell’Europa dell’Est, asiatici dell’Estremo Oriente ed africani) che sono giunti in Israele solo negli ultimi anni. Almeno una parte di questo gruppo spera di restare in Israele come presenza permanente.

[10] La Legge del Ritorno che regola l’immigrazione ebrea verso lo Stato di Israele stabilisce abbastanza chiaramente (a partire dalla sua riforma nel 1970) che ebreo, ai fini di questa legge, è chiunque sia nato da una madre ebrea e non abbia scelto di appartenere ad un’altra religione.

[11] Il Secondo Colloquio dei Gesuiti, coinvolti nel dialogo ebraico-cristiano, a Gerusalemme (Giugno 2000), ha scelto come tema “L’importanza dello Stato di Israele per il Giudaismo contemporaneo e per il Dialogo tra Ebrei e Cristiani”, trattando ampiamente i problemi della religione in rapporto al potere statale.

[12] E’ interessante sottolineare che l’Ufficio Vaticano che si occupa del dialogo con gli Ebrei, non è il Segretariato per il Dialogo con i Non-Cristiani bensì il Segretariato per l’Unità dei Cristiani.

[13] Quasi la metà, difatti, della popolazione Ebrea Israeliana, che ha le proprie radici culturali in Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Sudan, Yemen, Golfo Persico, Iraq, Siria, Libano e Palestina, partecipa di un medesimo retroterra culturale con gli Arabi Musulmani e Cristiani, ancora vivo presso questi ebrei israeliani (soprattutto nel folclore, nella cultura musicale e culinaria).

[14] B.Lewis, The Jews of Islam, Princeton University Press, 1984, 77.