INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMIO 2009-10
chiesa ss. apostoli
 Basilica dei SS. XII Apostoli

 

Concelebrazione eucaristica
Basilica dei SS. XII Apostoli giovedì, 8 ottobre 2009

 

Presidente:
Card. Albert Vanhoye, S.J.

Prima lettura:
Ezechiele 36,24-27

Salmo responsoriale:
Sal 51, 12-15.18-19

Seconda lettura:
Atti degli Apostoli 19,1-6

Vangelo:
Giovanni 16,5-7.12-15

Omelia del Card. Albert Vanhoye, S.J.

Carissimi fratelli e sorelle nell’amore di Cristo,

     In questa concelebrazione eucaristica, dobbiamo anzitutto prendere coscienza del profondo bisogno che abbiamo del dono dello Spirito Santo per tutta la nostra vita e specialmente per il nostro studio esegetico della Scrittura ispirata.
     Il vangelo che or ora avete sentito proclamare manifesta chiaramente l’importanza estrema del dono dello Spirito Santo. Contiene una parola di Gesù molto sorprendente. Ai suoi discepoli Gesù dice: “Vi è utile che io me ne vada”. Certamente gli apostoli sono stati stupefatti quando hanno sentito questa parola, perché la presenza di Gesù era per loro il bene più prezioso. Vivere con Gesù, ascoltare il suo insegnamento, contemplare tutte le manifestazioni della sua straordinaria generosità a favore di tutti, ammirare la sua unione filiale con Dio, tutto questo era un privilegio che essi ritenevano insuperabile. Invece Gesù affermava che c’era una cosa ancora più importante: la venuta dello Spirito Santo, e che questa venuta richiedeva che lui se ne andasse, richiedeva cioè che soffrisse la sua passione e la sua morte, perché questo è il senso concreto dell’espressione molto discreta usata da Gesù: “andarmene” da questo mondo.
     Quando si pensa a questo senso tremendamente concreto, l’importanza della venuta dello Spirito Santo appare ancora più grande. Per ottenerci questa venuta, Gesù ha dovuto accettare di soffrire tanto e di morire; altrimenti lo Spirito Santo non ci sarebbe stato donato. E Gesù ha effettivamente accettato con immenso amore questa esigenza quanto mai onerosa, la quale era in rapporto stretto con la necessità dell’eliminazione dei peccati. Lo Spirito Santo, infatti, “non entra in un’anima che opera il male, né abita in un corpo schiavo del peccato” (cf. Sap 1,4). Gesù doveva quindi morire per ottenerci il perdono dei nostri peccati e rendere così possibile la venuta in noi dello Spirito Santo.
     Lo scopo dell’incarnazione del Figlio di Dio e della redenzione che egli ha operato non è stato altro: rendere possibile la venuta in noi dello Spirito Santo.
     Questa venuta ha un rapporto speciale con lo studio della Scrittura ispirata. Gesù, infatti, chiama lo Spirito Santo “lo Spirito della verità” e annunzia agli apostoli: Egli “vi guiderà a tutta la verità”. I vangeli ci mostrano effettivamente che la presenza fisica di Gesù non bastava perché gli apostoli capissero il suo messaggio e il suo mistero. Spesso Gesù doveva rimproverare loro di non capire, di avere il cuore indurito, cioè la mente otturata. In essi si attuava ciò che scrive san Paolo: “L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio […] non è capace di intenderle” (1 Cor 2,14).
     Quindi per percepire bene il senso profondo della Scrittura, il quale è un senso spirituale, non bastano i mezzi umani, non bastano gli studi filologici, letterari, storici, ci vuole anzitutto l’aiuto dello Spirito Santo e per ottenere questo aiuto sono indispensabili la preghiera, la meditazione, la contemplazione.
     Purtroppo, spesso gli studi esegetici si fermano a livelli insoddisfacenti e quindi sterili per la vita spirituale e per il ministero pastorale. Certi esegeti, ad esempio, ritengono di aver fatto l’esegesi di un testo, quando vi hanno distinto una diversità di strati letterari. Tale analisi può certamente essere utile in parecchi casi, anzi talvolta necessaria, ma non è per niente un’esegesi completa; una esegesi completa deve raggiungere e mettere in rilievo il significato profondo del testo che abbiamo, il quale è un significato religioso in relazione con la storia della nostra salvezza.
     Perché l’esegesi possa essere feconda, utile alla vita spirituale dei cristiani e al ministero dei pastori, bisogna che sia praticata nella docilità allo Spirito Santo. Questa esigenza può sembrare, a prima vista, incompatibile con il carattere scientifico del lavoro esegetico, che richiederebbe una oggettività assoluta. Ci sono esegeti anche cattolici che pretendono che per fare esegesi, bisogna fare astrazione della propria fede. Questo è completamente erroneo. Lungi dall’essere di ostacolo alla giusta interpretazione dei testi biblici, la fede e la docilità allo Spirito Santo sono di grande aiuto per la loro comprensione più esatta e più profonda, perché questi testi sono testi ispirati. La fede e la docilità allo Spirito Santo mettono l’esegeta “in continuità con il dinamismo ermeneutico che si manifesta all’interno stesso della Bibbia e che si prolunga poi nella vita della Chiesa”, così dice a ragione il documento della Commissione Biblica su L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, il quale aggiunge che questo “corrisponde all’esigenza di affinità vitale tra l’interprete e il testo, affinità che costituisce una delle condizioni di possibilità del lavoro esegetico”. Nello stesso senso ha parlato il Concilio nella sua Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, “Dei Verbum”. Il Concilio ci offre un insegnamento perfettamente equilibrato. Incomincia, infatti, con una insistenza sulla necessità di uno studio letterario quanto mai serio, con grande attenzione alla diversità dei generi letterari. Un testo poetico, ad esempio, non va interpretato come un testo legislativo. Dopo, però, il Concilio dichiara che “la Sacra Scrittura deve essere letta e interpretata eodem Spiritu quo scripta est, nello stesso Spirito nel quale è stata scritta”, cioè nello Spirito Santo; l’espressione è stata coniata da San Girolamo. Ben compresa, la docilità allo Spirito Santo non nuoce affatto all’oggettività, piuttosto la favorisce perché lo Spirito Santo è Spirito della verità, preserva invece dal grande pericolo della superficialità. Il compito dell'esegeta cattolico è quello di scoprire sempre meglio, con maggiore esattezza e maggiore pienezza, il contenuto ricchissimo della Parola di Dio scritta. “A tal fine, diceva Giovanni Paolo II, è evidentemente necessario che lo stesso esegeta percepisca nei testi la parola divina e questo non gli è possibile se non nel caso in cui il suo lavoro intellettuale venga sostenuto da uno slancio di vita spirituale.”
     Ci dobbiamo quindi accuratamente guardare dall’assomigliare ai discepoli di Giovanni Battista, trovati da Paolo in Efeso, come ci ha riferito la seconda lettera di questa messa: essi ignoravano che esiste uno Spirito Santo. Noi sappiamo che esiste, ma purtroppo esiste anche per noi il pericolo di ignorarlo praticamente nei nostri studi.
     Dobbiamo piuttosto accogliere con premura i doni promessi da Dio nell’oracolo di Ezechiele, il cuore nuovo e lo spirito nuovo, cioè il cuore di Cristo e lo Spirito Santo. L’uno condiziona l’altro. La presenza in noi del cuore di Cristo, reso radicalmente nuovo nella sua Passione e la sua risurrezione, è indispensabile perché possiamo ricevere in noi lo Spirito Santo.
     L’eucaristia che ora celebriamo ha proprio questo fine: mettere in noi il cuore nuovo di Cristo affinché lo Spirito Santo possa dimorare in noi e comunicarci sempre meglio la verità divina e l’amore divino.
Sia lodato Gesù Cristo!

Albert Card. Vanhoye S.J.

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