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Il progetto culturale
della Chiesa italiana e la Bibbia
1.
Spiritualità, missione e cultura
A metà degli anni ’90, ripetendo
un’esperienza già felicemente proposta nei due decenni
precedenti, le Chiese in Italia si ritrovarono, a Palermo, in un
Convegno ecclesiale nazionale, che può essere preso come
riferimento di una presa di coscienza significativa della situazione
odierna del cattolicesimo italiano.
Alle spalle del Convegno stavano una serie
di tensioni, anche ideologiche, che avevano lacerato la comunità
cristiana. Si trattava di forti tensioni – tra le aggregazioni
ecclesiali, tra queste e le parrocchie, tra progressisti e tradizionalisti,
ecc. –, che però erano andate affievolendosi negli
ultimi tempi, dopo aver toccato il loro vertice a metà degli
anni ’80. Nel tempo più vicino il tessuto pastorale
era stato percorso invece dal sovrapporsi di temi, di ambiti, di
impegni, tutti percepiti come urgenti: chi reclamava il primato
della famiglia nell’azione pastorale e chi spingeva per dare
precedenza ai problemi del mondo giovanile; chi si schierava per
la centralità del tema delle comunicazioni sociali e chi
reclamava priorità all’agire solidale verso il mondo
delle antiche e delle nuove povertà, ecc.: un giustapporsi
di priorità, ciascuna appena connessa con le altre, non poche
volte percepite in termini concorrenziali.
Ma a Palermo tutto questo fu spazzato via
dal sorgere di un nuova esigenza, che possiamo definire come esigenza
di sintesi e di essenzialità, ma anche di più coraggiosa
presenza nella storia – incontrandosi quindi con l’ispirazione
che sta dietro alla Tertio millennio adveniente e poi alla
Novo millennio ineunte di Giovanni Paolo II –, che
va a toccare l’essere e la missione del cristiano e della
Chiesa.
Sul primo versante questa esigenza si traduce
nella richiesta di riconoscere l’assoluto primato della spiritualità
rispetto ad ogni altro “fare” della e nella Chiesa.
La spiritualità diventa parola chiave del cattolicesimo odierno,
seppure non priva di equivoci, a cui il Convegno cercò di
porre rimedio, ribadendo che si tratta di una spiritualità
che deve incentrarsi sulla persona di Cristo, che deve tradursi
come vita nello Spirito di Cristo. Una spiritualità, pertanto,
storica, personalizzata, di comunione, declinata secondo il termine
della “reciprocità”, che trova espressione sintetica
in una formula: «Contemplativi nella storia e memori del mondo
davanti a Dio» (Con il dono della carità dentro
la storia, 11).
Sul secondo versante a Palermo emerse l’urgenza
di una “estroversione” della Chiesa, una riaffermazione
della sua finalità missionaria. Ma anche in questo caso non
si tratta di una qualsiasi missionarietà, bensì di
quella che recupera il senso forte della verità, per aprirsi
con una precisa identità al dialogo e all’incontro
con l’uomo contemporaneo, nella consapevolezza che la Parola
ha in sé capacità di incarnazione in ogni tempo e
in ogni luogo.
All’incrocio tra queste due esigenze
si apre lo spazio proprio del “progetto culturale”.
Interpretando infatti l’esigenza di spiritualità come
la traduzione in chiave religiosa della ricerca di senso che percorre
la società contemporanea e concependo la missione come l’esplicitazione
della forza che promana per se stessa dalla verità da cui
si è posseduti, ecco che la cultura viene a costituire quasi
il tessuto su cui la verità del Vangelo si disvela come significativa
rispetto alle domande dell’interlocutore, e il senso che costui
ricerca appare raggiungibile solo nei termini della verità.
Perché – e ciò va detto contro ogni riduzionismo
emozionale, storicistico, ecc. del problema del senso – non
c’è senso fuori della verità.
È in questa prospettiva che va collocato
il significato del “progetto culturale”: esso si propone
di dare organica attuazione alla ricerca di coniugare assieme, in
modo riflesso e socialmente rilevante, senso della vita e proposta
di fede. Come ripensare la presenza dei credenti nella storia, in
questi tempi di post-modernità, cercando di superare i divieti
del laicismo, ma anche prendendo atto della situazione di pluralismo?
Può il pluralismo della condizione culturale significare
la rinuncia alla convinzione di avere in Cristo il fondamento e
il modello di una piena umanità? A queste domande il progetto
culturale vuole rispondere, assumendo con consapevolezza e in modo
programmatico il compito perenne di coniugare insieme fede e cultura.
2.
Un rinnovato confronto critico della fede con le forme della cultura
diffusa
L’idea
di un progetto culturale della Chiesa italiana appare, per la prima
volta, nella prolusione del cardinale Camillo Ruini, presidente
della Conferenza episcopale italiana, al Consiglio episcopale permanente
del maggio 1994 a Montecassino. I vescovi ne discussero successivamente
nella loro Assemblea generale del maggio 1995. Nel Convegno ecclesiale
del novembre dello stesso anno, a Palermo, l’idea fu ripresa
e rilanciata. Da allora è stata sviluppata in diverse sedi
e da varie componenti.
Orizzonte
del progetto culturale era ed è il riconoscimento delle sfide
cruciali che la cultura pone oggi alla fede. Proprio raccogliendo
queste sfide la fede esprime la sua energia creativa e alimenta
il rinnovamento dell’uomo e della società. Obiettivo
del progetto culturale è costruire, con le categorie di oggi,
una visione del mondo cristiana, consapevole delle proprie radici
e della propria pertinenza sulle questioni vitali, fiduciosa circa
le proprie potenzialità nel dialogo con la cultura contemporanea
(cf. PRESIDENZA DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Progetto
culturale orientato in senso cristiano. Una prima proposta di lavoro,
28 gennaio 1997, n. 2). Si tratta di rendere capaci di dire in modo
originale e plausibile la nostra fede.
Il
punto di partenza e il fondamento del progetto va individuato ovviamente
nel significato e nella centralità dell’evento di Gesù
Cristo. Mi avvalgo delle parole del cardinale Ruini: «in Cristo
[…] ci è data un’interpretazione di Dio e dell’uomo,
e quindi implicitamente di tutta la realtà, che è
così pregnante e dinamica da potersi incarnare nelle più
diverse situazioni e contesti storici, mantenendo al contempo la
sua specifica fisionomia, i suoi elementi essenziali e i suoi contenuti
di fondo» (card. CAMILLO RUINI, Fede, libertà,
intelligenza, in SERVIZIO NAZIONALE PER IL PROGETTO CULTURALE
(a cura di), Fede, libertà, intelligenza. Forum del progetto
culturale, Casale Monferrato, Piemme, 1998, pp. 15-16).
C’è
una intuizione di fondo dietro al progetto, che potrebbe essere
così sintetizzata: oggi la Chiesa italiana deve far passare
l’evangelizzazione, cioè il suo compito proprio, attraverso
un rinnovato e più intenso confronto critico con le forme
della cultura diffusa. Stiamo dentro una svolta storica o, comunque,
in una fase di transizione piena di incertezze, i cui sviluppi avranno
conseguenze significative riguardo alla valorizzazione o all’emarginazione
dell’eredità cristiana che ha alimentato e costruito
la nostra civiltà. Solo entrando nel vivo del rapporto tra
vangelo e cultura è possibile salvare oggi questa eredità
e questa fecondità.
Si
tratta di una esigenza di sempre, ma che assume urgenze nuove in
alcuni momenti della storia. Nel discorso per la festa di sant’Ambrogio
del 1995, il card. Carlo M. Martini esprimeva molto bene come questa
urgenza si affacciò alla consapevolezza di quel Padre della
Chiesa, di fronte all’incontro tra il cristianesimo e la romanità
già scossa dalle prime avvisaglie delle invasioni barbariche:
«Rifiutando di considerare la saggezza della croce come aliena
dai processi della storia, capace solo di suscitare gli eroismi
dei martiri o le prodezze ascetiche dei monaci del deserto, egli
ha creduto che fosse possibile, facendo lievitare una comunità
cristiana con i fermenti evangelici, renderla anche fermento per
una cultura e una società» (“Lasciamoci sognare!”,
Il Regno-documenti 42 (1997) 113). Mentre uno stanco mondo
moderno conta le sue sconfitte e vede apparire nuove e antiche barbarie,
mentre la speranza rischia di scomparire dall’orizzonte –
sopraffatta da illusioni più o meno drogate e immiserita
da una cultura diffusa dei piccoli parziali vantaggi immediati,
qui e oggi –, anche per noi si ripropone l’invito a
farci carico della fecondità per questo nostro tempo e per
questa nostra società del mistero della Pasqua del Signore
e della forza innovatrice delle sue Beatitudini: «Ecco, io
faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
Avvertiva
già Paolo VI: la dissociazione tra fede e cultura è
il dramma del nostro tempo (cf. Evangelii nuntiandi, n.
20). Ha ribadito Giovanni Paolo II: la crisi spirituale del nostro
Paese «raggiunge i livelli profondi della cultura e dell’ethos
collettivo» (Discorso al Convegno ecclesiale di Palermo,
23 novembre 1995, n. 4). La radice delle motivazioni storiche del
“progetto culturale” sta in questa amara constatazione.
Esse ovviamente si accompagnano anche a motivazioni più contingenti.
In particolare, il venire meno dell’unità politica
dei cattolici rischiava di essere interpretato come la giustificazione
di una sorta di “diaspora culturale”, da non confondersi
con il necessario pluralismo in cui si incarna il Vangelo. Accettare
la logica della “diaspora culturale” significherebbe
il venir meno nel cattolicesimo italiano della capacità e
del compito di essere “forza incidente” nel tessuto
sociale del Paese. Questo, ovviamente, nella consapevolezza che
l’incidenza non è frutto di una strategia di occupazione
di spazi di potere – culturale, sociale, politico, ecc. –,
ma esito di una coerente visione e attuazione del ruolo storico
del cristiano oggi in questo ambiente.
L’intuizione
circa il ruolo decisivo del rapporto tra fede e cultura oggi, si
collega pertanto ad alcuni interrogativi di fondo: sulla qualità
evangelica del nostro cattolicesimo, sui suoi tratti peculiari nel
quadro del cattolicesimo europeo, sulla sua disponibilità
al dialogo con le altre componenti religiose e culturali presenti
nell’odierno contesto pluralistico della società, sulle
sue potenzialità di proiezione missionaria e, più
al fondo, sulla sua capacità di tenuta di fronte ai forti
processi di scristianizzazione della mentalità e del costume.
Sono riflessioni e preoccupazioni che si esplicitano sempre più
come domande attorno alla questione antropologica, rivolte alle
connessioni tra i percorsi delle scienze, neurologiche e informatiche
in particolare, e la crisi dell’identità corporale-spirituale
e la finalizzazione trascendente dell’uomo, e contemporaneamente
agli esiti della riduzione emozionale dell’esperienza umana
e della frammentazione radicale nell’esercizio della libertà.
Il
progetto culturale nasce da queste domande e si alimenta di questa
tensione verso una rinnovata capacità di testimonianza e
trasmissione del messaggio evangelico della Chiesa italiana in tutte
le sue articolazioni. Esso vuole aprire a nuovi interrogativi, che
sono eco di questa consapevolezza ecclesiale nuova. Naturalmente
al fondo di questi interrogativi c’è una valutazione
del cattolicesimo italiano d’oggi, sebbene non sempre esplicitata
e argomentata.
3.
Un cattolicesimo popolare, devozionale, a forte dimensione sociale
e politica
Riassumendo
per sommi capi, potremmo dire che il cattolicesimo italiano, nel
suo complesso, si caratterizza oggi come un cattolicesimo popolare,
un cattolicesimo devozionale e un cattolicesimo che ha sentito molto
nel passato e sente forte ancora oggi la dimensione sociale e politica.
È,
innanzi tutto, un cattolicesimo popolare. Lo ribadiscono tutte le
indagini sociologiche: circa il 90% degli italiani si riconosce
nella Chiesa cattolica. Questo tratto popolare del cattolicesimo
italiano viene da alcuni visto come un peso, che impedirebbe slanci
di qualità; va, invece, colto come un compito. La Chiesa
italiana non può a cuor leggero abbandonare a se stessi tanti
cattolici, tali almeno per il battesimo, e puntare su un cattolicesimo
d’élite, formato di comunità piccole e consapevoli.
Deve invece farsi carico della cura della crescita della fede personale,
fino al livello della testimonianza, di tanti cattolici di tradizione.
È la direzione assunta dagli orientamenti pastorali di questo
decennio Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (29
giugno 2001). Si pongono qui delicate questioni teologiche e pastorali,
che riassumo in una domanda: che cosa fa o definisce un cristiano?
il battesimo, l’esplicita professione della fede, la testimonianza
della vita nella partecipazione alla comunità ecclesiale?
Ma
gli stessi sociologi che registrano l’imponente dato del riconoscimento
della grande maggioranza degli italiani nella Chiesa cattolica,
fanno anche rilevare che c’è in loro una notevole divaricazione
tra sentimento d’appartenenza e credenze. Ci si dichiara cattolici
e magari si frequenta ogni domenica la messa, ma, del tutto consapevolmente,
si opera una selezione tra le credenze che la Chiesa propone, sia
di ordine dogmatico che di ordine morale: ci si accosta alla comunione
e si crede nella reincarnazione; si ammira il Papa, ma si respinge
il suo insegnamento nel campo della morale sessuale; ecc. Per quanto
tempo questa divaricazione perdurerà senza tradursi in un
abbandono o anche solo in un allentamento dell’appartenenza?
L’integrazione europea sul piano culturale, oltre che economico
e politico, potrebbe avere riflessi dissolvitori della peculiarità
italiana circa il tratto popolare del cattolicesimo.
Il
secondo tratto che denota il cattolicesimo italiano è il
carattere devozionale. Ciò che lega il cattolico italiano
alla Chiesa è la devozione: al Signore, alla Madonna, ai
santi, quelli della tradizione e quelli di oggi. Si pensi all’impressionante
fenomeno della devozione a San Pio da Pietrelcina. La popolarità
del cattolicesimo italiano è in buona parte dovuta al persistere
di questi legami devozionali.
Potrà
reggere questo cattolicesimo devoto alla crescente omogeneizzazione
culturale? Non rischia di dissolversi o, comunque, di trasformarsi
in un fenomeno di mero consumismo religioso? E, al di là
di queste preoccupazioni, non bisognerebbe puntare, in modo più
convinto e deciso, nell’esercizio della cura pastorale, su
un cattolicesimo che, in linea con l’insegnamento del Vaticano
II, abbia più familiarità con la Scrittura, viva la
comunione col Risorto nella celebrazione dei segni sacramentali,
sia più capace di testimonianza cristiana e di fermento evangelico
nella società? Ma questo puntare ad un cattolicesimo “altro”
da quello largamente diffuso nelle nostre comunità, non rischierebbe
di dissolvere il cattolicesimo popolare per opera proprio della
stessa Chiesa, su iniziativa, per così dire, pastorale?
Un
terzo tratto, infine, connota il cattolicesimo italiano, cioè
il valore che in esso ha la dimensione sociale e politica. Il cattolicesimo
italiano vanta una lunga tradizione di impegno politico: essere
cattolico ha significato in Italia, per un buon numero di fedeli,
scommettersi sul piano civile, impegnarsi nella vita politica, partecipare
a una qualche organizzazione con finalità sociale, assistenziale
o caritativa in nome della fede cristiana. L’Ottocento cattolico
italiano è pieno di fervore e iniziative: credito, cooperativismo,
opere pie, ecc. E la partecipazione alla vita politica nel secolo
successivo è stata incoraggiata come esercizio esemplare
di vita cristiana. Tutt’oggi tanta parte del cattolicesimo
italiano si realizza sul piano dell’impegno sociale: le organizzazioni
cattoliche di volontariato sono una realtà imponente, che
svolge un’ammirevole opera di solidarietà umana nel
nostro Paese.
Ma
anche qui, non mancano interrogativi e preoccupazioni. In particolare
c’è da chiedersi se questo spendersi sul piano della
vita civile non rischi di confondere la comunità ecclesiale
con una qualsiasi delle agenzie sociali attive nel Paese; se, in
particolare, le ragioni ultime ed escatologiche del Vangelo riescano
a mantenere il loro primato in un’ottica che si propone, almeno
in prima istanza, come prevalentemente orizzontale, che necessariamente
va in cerca di mediazioni storiche.
4.
Obiettivi e temi del progetto culturale ispirato in senso cristiano
Nel
rilevare questi tre tratti – popolare, devozionale, politico-sociale
– del cattolicesimo italiano, ho fatto semplicemente una descrizione,
non impegnandomi in un’analisi critica. Non posso, però,
non rilevare che, invece, sul piano della creatività letteraria,
filosofica, artistica, il cattolicesimo italiano risulta povero,
quasi incapace di esprimersi. Soprattutto non riesce ad avere peso
sugli stili di vita dominanti, non sa far passare la visione cristiana
della vita, trasmettere il fermento evangelico nella cultura diffusa
di oggi.
Non
si vogliono così pesare il comportamento e ancor meno le
intenzioni di intere generazioni di pastori e di fedeli. È
piuttosto quanto emerge da un progetto ecclesiale e pastorale che
per lungo tempo ha potuto contare su una connaturalità tra
etica cristiana e indirizzi, anche giuridicamente avvalorati, della
vita civile. Ma a questo è succeduta la rottura dell’unitarietà
del modello culturale di riferimento e il suo frantumarsi in forme
non più correlate con la tradizione cattolica.
Quando
si parla di progetto culturale orientato in senso cristiano, si
dice innanzitutto l’urgenza di rimediare a questa condizione
del nostro cattolicesimo. In particolare si vorrebbe rimediare alla
difficoltà di misurarsi con la complessità delle questioni
e dei problemi posti dalla costellazione culturale tipica di questo
tempo. È una difficoltà cui pare legata quella scarsa
capacità di far emergere e proporre la valenza culturale
della fede di cui il cattolicesimo italiano oggi indubbiamente soffre
e che, comunque, contrasta con il suo consistente radicamento sociale
e con la grande ricchezza di iniziative caritative e assistenziali.
Difficoltà cui dev’essere collegato anche il particolare
disagio del cattolicesimo italiano (non sempre e non interamente
per sua responsabilità) a instaurare un dialogo fecondo con
i rappresentanti della cultura “laica”, per tanti aspetti
così potente ma anche così in crisi nel nostro Paese.
Da
simili valutazioni sul cattolicesimo italiano d’oggi nasce
l’intuizione secondo cui sembra imporsi oggi alla Chiesa italiana
un rinnovato compito di evangelizzazione della cultura e di inculturazione
della fede, dal quale possano derivare anche modalità nuove
di presenza dei cattolici nella vita del Paese e un loro rinnovato
apporto ad essa. È questo compito a definire o almeno a descrivere
più propriamente il significato e le finalità del
progetto culturale. È un compito che si pone nel solco di
quella fecondità della fede che è dimostrata dall’intera
storia del cristianesimo e che la Chiesa non può non assumere
ancora oggi, perché è un compito che si lega intimamente,
anzi non è cosa diversa dalla “cura della fede”
che la comunità ecclesiale deve esercitare verso i suoi membri,
accompagnandoli nel cammino della loro crescita come credenti.
Questo
significa che più immediatamente questo compito mira, in
una prospettiva di educazione della fede, a una intelligenza cristiana
dei processi storici, al fine di immettere in essi il fermento evangelico.
Al fondo, l’esigenza da cui nasce l’idea del progetto
culturale è quella di riuscire, ancora oggi e per il nostro
Paese, a mediare, in maniera sempre nuova, la visione cristiana
dell’uomo nelle situazioni storiche concrete e mutevoli.
Sinteticamente
potremmo dire – in riferimento all’analisi dei caratteri
del cattolicesimo italiano che ho prima rapidamente tratteggiato
– che si tratta di pensare, arditamente e intelligentemente,
come accettare la sfida di trasformare il cattolicesimo popolare
senza ridurlo a un cattolicesimo elitario e autoghettizzato. Proprio
nel progetto culturale sta per noi la chiave di soluzione delle
aporie prima denunciate: come salvaguardare il carattere popolare
del cattolicesimo italiano, innervandolo però di consapevolezza
e coerenza? come mantenere la dimensione personalizzante del vissuto
di fede assicurata nella devozione, dandole spessore di verità
più profonda mediante un fecondo rimando alla Parola, al
sacramento e alla testimonianza? come mantenere viva la dimensione
storica del cattolicesimo italiano, senza però farlo scadere
a religione civile, a etica condivisibile a prescindere da un riferimento
credente?
In
questo senso il progetto culturale ha un rapporto stretto con l’ordinaria
cura pastorale nelle sue varie forme – la predicazione, la
liturgia, la catechesi, ecc. –, che vorrebbe stimolare a rinnovarsi
alla luce del compito dell’evangelizzazione della cultura.
Ma richiede, anche, un lavoro creativo di persone, gruppi e istituzioni
dediti alla ricerca e allo studio, al fine di individuare e sperimentare
percorsi innovativi di confronto e di incontro del Vangelo con la
cultura del nostro tempo. Su questo orizzonte il progetto si è
mosso individuando tre campi di ricerca prioritari, legati a tre
istanze di più piena umanizzazione, per i credenti e per
tutti.
Anzitutto
una più piena cittadinanza all’interno di una società
sempre più complessa: è il tema della “identità
nazionale, identità locali, identità cristiana”.
C’è un nesso intimo e indistruttibile tra identità
civile e identità cattolica in Italia. Non ci si può
dire italiani a prescindere da queste radici cattoliche che formano
l’humus, la storia del Paese. Ma in che senso affermare
questa identità? C’è un’ampia area del
mondo, della cultura non cattolica che chiede al cattolicesimo di
farsi principio etico e anima etica di questa società. Ma
la riduzione del cristianesimo a religione civile è una tentazione
grave a cui occorre sfuggire. Occorre riproporre l’identità
di una esperienza di fede; occorre ridire a questo mondo il Vangelo
e non semplicemente un’etica. Al tempo stesso non dobbiamo
dimenticare che, per quanto importanti siano le radici, altrettanto
lo sono le prospettive, che sono prospettive di mondialità
e di interculturalità. Il progetto culturale della Chiesa
italiana deve lasciarsi provocare dall’esperienza del Vangelo
nel mondo nel creare modelli nuovi di presenza, di riferimento culturale.
Una
seconda istanza di umanizzazione consiste in una più esplicita
connessione tra scelte personali e comunitarie e strutture della
società civile. Così traduco un altro dei temi proposti
dal progetto culturale: “libertà personale e sociale
in campo etico”. Cosa significa esercizio della libertà
personale oggi, in una società democratica? Come si attua
l’esercizio della libertà personale nell’odierna
società pluralistica? Da una parte c’è la libertà
della persona, dall’altra la convenzione sociale e lo strutturarsi
istituzionale della società. Qui i problemi oggi esplodono
ogni giorno, soprattutto nel campo della bioetica. Gli interrogativi
riguardano la retta comprensione del primato della coscienza, la
formazione della coscienza in un contesto pluralistico, l’esercizio
della propria libertà in una società pluralistica,
la connessione tra etica e diritto in una società democratica.
Un
terzo tema, infine, è formulato in questi termini: “l’interpretazione
del reale: scienze e altri saperi”. In esso emerge il bisogno
di una più corretta attenzione alle istanze umane all’interno
della civiltà tecnologica. Il progredire delle scienze, rivelando
la complessità del reale, ha portato a un duplice esito:
da una parte all’offuscamento del concetto stesso di realtà
e dall’altra all’indietreggiare delle stesse scienze
a favore delle tecnologie. La ragione strumentale prevale sulla
ragione finalistica o causale. L’esito personale e sociale
di questa complessità è che nella coscienza della
gente convivono vecchie impostazioni di scientismo positivista accanto
a mentalità acritiche, che si traducono poi in forme magico-superstiziose.
Da una parte dobbiamo reagire contro il razionalismo tipico dello
scientismo, un razionalismo che non lascia spazio alla fede; dall’altra
dobbiamo accorrere in difesa della razionalità. Siamo figli
di un umanesimo cristiano che ha risposto alle critiche umanistiche
alla fede, ma non si è fatto carico fino in fondo delle critiche
scientifiche alla fede. Se per l’umanesimo cristiano potrebbe
essere facile ergersi sulle rovine degli umanesimi non cristiani
falliti negli ultimi due secoli, meno facile è farsi spazio
all’interno del non-umanesimo scientifico, che è l’ottica
con cui oggi si trattano le cose e ci si tratta tra noi.
Le
tre aree di ricerca non sono ovviamente esaustive del campo di interesse
del progetto culturale. Segnalano però gli interrogativi
emergenti e li riconducono tutti a quella crisi antropologica che
connota il nostro tempo e interroga la fede.
5.
Teologia e progetto culturale
Si
inserisce qui il discorso dell’apporto della teologia al progetto
culturale. Si tratta di un apporto cruciale, non solo a proposito
di particolari e pur importanti questioni, come quella dell’appartenenza
ecclesiale, cui ho sopra accennato, ma più ampiamente e più
profondamente sulla questione di fondo del rapporto del cristianesimo
con la cultura intesa in senso antropologico, cui ora accennavo.
Alla
riflessione teologica il progetto culturale chiede di caricarsi
di un più intenso confronto critico con le forme attualmente
dominanti della cultura diffusa. Ma occorre fare una precisazione:
fede e cultura non si pongono una di fronte all’altra. Come
hanno ben precisato i docenti della Facoltà teologica dell’Italia
settentrionale in un convegno dedicato all’idea del progetto
culturale (cf. G. AMBROSIO – G. ANGELINI (e altri), Il
progetto culturale della Chiesa italiana e l’idea di cultura,
Disputatio 12, Milano, Glossa, 2000), non c’è da un
lato una verità del Vangelo immediatamente percepibile dalla
coscienza a prescindere dalle forme della cultura, e dall’altro
la cultura (in senso antropologico) e le sue forme, in cui sarebbe
semplicemente da incarnare la verità del Vangelo. C’è
piuttosto la verità del Vangelo che viene raggiunta dalla
fede e solo dalla fede di un concreto credente che è sempre
inculturato, cioè vive immerso in una determinata cultura,
quella che gli fornisce le coordinate principali per interpretare
la sua esperienza umana. Ma questo credente, in forza della sua
fede, rielabora sempre la cultura di cui vive. La conversione, il
volgersi dell’uomo a Cristo, comporta anche una conversione
della cultura, una reinterpretazione e rielaborazione della cultura
alla luce dell’adesione al Vangelo assunto come criterio ultimo
di giudizio.
Questa
rielaborazione ha un duplice aspetto: da un lato è critica
della mancanza di verità che è presente nella cultura
e dall’altro è sviluppo degli elementi di verità
in essa presenti. È sempre stato questo il procedimento dell’incontro
del Vangelo, cioè, storicamente, dei cristiani, con una cultura.
Per chi ha dimestichezza con il percorso della rivelazione biblica
si tratta di una verità fin troppo evidente. Si pensi poi
al poderoso processo di rilettura critica e di creativa riplasmazione
della cultura del mondo antico, realizzato in età patristica.
Questo è anche il compito che oggi ci sta dinanzi e che viene
evocato dal progetto culturale.
Ma
oggi, rispetto al passato, la cultura ha accentuato i caratteri
della molteplicità e si presenta come una vera e propria
costellazione culturale, con problemi non semplici di interpretazione
e valutazione. In essa – diversamente da quanto accadeva per
i Padri della Chiesa di fronte alla cultura del mondo antico –
sono presenti, magari sotto la coltre della secolarizzazione, molti
elementi dell’annuncio cristiano, che bisogna riscoprire,
per farne punti di forza di un dialogo con la cultura cosiddetta
“laica”, che si è costruita in età illuministica
e si è sviluppata in età contemporanea come alternativa
al cristianesimo e anzi come suo preteso superamento.
Dai
teologi ci si deve aspettare quest’opera di discernimento,
questa valutazione alla luce del Vangelo delle principali manifestazioni
e delle strutture portanti delle culture del nostro tempo. E, quindi,
ci si può e ci si deve attendere nuovi e perciò arditi
incontri o sintesi tra cultura e fede, tra storia e cristianesimo.
Dai
teologi ci si deve attendere un contributo anche a chiarificazione
e sostegno dell’appropriazione individuale della fede cristiana
e della capacità complessiva della comunità ecclesiale
di favorire l’accesso del singolo alla fede. Prima ho cercato
di individuare alcuni tratti del cattolicesimo italiano e di indicare
la prospettiva pastorale di un cattolicesimo di più assidua
frequentazione biblica, di più consapevole esperienza liturgica,
di maggiore capacità di testimonianza. Si tratta di una prospettiva
largamente indicata nei documenti della Conferenza Episcopale Italiana,
ulteriormente rilanciata in forma organica negli orientamenti pastorali
Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Non a caso
gli orientamenti collegano strettamente l’auspicato rinnovamento
pastorale in senso missionario con l’impresa del progetto
culturale, le sue prospettive e le sue modalità di attuazione
(cf. n. 50). È lecito attendersi una qualche realizzazione
di questa prospettiva pastorale solo se si riesce ad attrezzare
in modo culturalmente e praticamente persuasivo l’idoneità
del singolo credente e della comunità a procedere verso le
mete indicate. Il contributo dei teologi è davvero prezioso.
Ma
lo spazio che la teologia deve cercare non è soltanto uno
spazio ecclesiale, bensì anche e necessariamente culturale.
Si potrebbe dire che il cammino recente del pensiero teologico si
è misurato, da una parte, con il problema della riconquista
delle fonti, ampliando l’attenzione al versante biblico, patristico,
liturgico, storico-teologico della ricerca e, dall’altra,
con il confronto con le correnti ideologiche dominanti del nostro
tempo. Questo ha, in qualche modo, rallentato il classico confronto
della teologia con le forme del pensiero filosofico e, soprattutto,
ha lasciato in ombra un doveroso confronto con la crescente presenza
delle scienze non umanistiche nella vita delle persone e delle società.
Si sente oggi l’urgenza di una ricerca teologica che affronti
in modo metodico il dialogo e il confronto con le correnti filosofiche
dominanti, come pure dia criteri circa il problema di come rispondere
agli interrogativi posti dalle scienze naturali. Si richiede una
teologia maggiormente in dialogo con il nostro tempo.
6.
Progetto culturale e Bibbia
Quanto
abbiamo detto in genere della teologia e del pensare la fede, va
ulteriormente determinato in rapporto al ruolo della Bibbia, al
suo studio e alla sua promozione nella vita ecclesiale.
L’attuale
approccio alla Bibbia, quello predominante nelle nostre comunità
ecclesiali, non va nella direzione di una corretta relazione tra
fede e cultura. Da una parte sembra trionfare un biblicismo kerygmatico,
che scambia la fede nella potenza insita nella Parola di Dio con
la semplice riproposizione delle pagine della Scrittura prescindendo
da ogni mediazione culturale. La semplice sovrapposizione di un
testo biblico alle situazioni della vita personale, comunitaria
o sociale, senza tener conto dell’orizzonte ermeneutico in
cui il testo è stato prodotto e dell’orizzonte ermeneutico
di coloro che oggi dovrebbero accoglierlo, produce di fatto fenomeni
di estraneità ovvero di fraintendimento, veri e propri cortocircuiti
interpretativi, in cui il messaggio biblico viene rifiutato perché
percepito lontano dall’esperienza dell’uomo contemporaneo,
oppure il testo, ovvero la realtà o addirittura ambedue,
vengono letti in modo deformato pur di giungere in qualche modo
ad un legame.
Accanto
a questi fenomeni di biblicismo kerygmatico si sviluppano altre
forme di lettura del testo biblico più attente alla dinamica
dell’inculturazione, ma anch’esse fortemente parziali
nel momento in cui privilegiano un accostamento alla Bibbia per
temi, per concetti, per prospettive contenutistiche che sfuggono
però di fatto al confronto con la dimensione propriamente
storica della pagina biblica. Ne risulta una riduzione dell’evento
storico-salvifico a categorie valoriali, che probabilmente entrano
più facilmente in dialogo con le voci della cultura contemporanea,
ma che nondimeno conducono a un’assimilazione della fede cristiana
a ideologia o etica. Diventa così oggi essenziale la riconquista
della dimensione propriamente storica dell’evento salvifico,
attraverso anzitutto un accostamento diretto dei testi, e non solo
delle categorie bibliche, e un accostamento poi non selettivo degli
stessi testi, grazie a una valorizzazione creativa del procedimento
della “lectio continua”, di cui la stessa liturgia offre
svariate possibilità di iniziazione.
Ma
una collocazione della Bibbia nella prospettiva del progetto culturale
ne deve anzitutto proporre il valore emblematico in rapporto alla
dinamica della inculturazione della fede. Nulla meglio di un approccio
corretto alla Bibbia può insegnare le strade che conducono
la parola della fede a incarnarsi in una cultura. La Bibbia infatti
è la testimonianza primaria di come la rivelazione ha trovato
forma umana, anzi molteplicità di forme umane, nel variare
dei contesti culturali. I vari volti che, ad esempio, assume la
presentazione dell’evento salvifico dell’Esodo, dai
racconti tribali alle riletture sapienziali o profetiche fino all’utilizzazione
neotestamentaria in chiave tipologica, diventano un percorso di
appropriazione di corrette modalità con cui continuare nel
tempo il passaggio della Parola nella storia.
Un
secondo fondamentale apporto la Bibbia può offrire al progetto
culturale: esso concerne l’alfabetizzazione fondamentale della
fede. La scissione tra fede e cultura è giunta fino alla
perdita degli elementi costituitivi dell’espressione della
fede. Parole e immagini del linguaggio religioso subiscono anch’esse
l’attacco del secolarismo – per cui, ad esempio, il
pentimento si riduce a una transazione tra il colpevole confesso
di reati e l’amministrazione della giustizia –, ovvero
diventano patrimonio condiviso da pochi, settorializzato in base
all’appartenenza aggregativa. Perché l’alfabetizzazione
della fede non resti affidata a estemporanei e parziali approcci,
veicolati magari da agenzie devozionistiche, occorre che esso possa
ripartire dal linguaggio irrinunciabile, che fonda tutti i successivi
prodotti simbolici, cioè il linguaggio biblico.
Da
ultimo, il progetto culturale deve sfuggire al rischio di intendersi
e di essere inteso come un processo di conquista e colonizzazione.
Esso deve attuarsi all’interno di un processo di incontro
interpersonale, in un contesto di dialogo. Di nuovo qui la Sacra
Scrittura diventa decisiva. Intendo far riferimento a quella caratterizzazione
della rivelazione divina come atto dialogico, che connota la comprensione
che di essa offre il documento conciliare Dei Verbum: «Con
questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo immenso amore
parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli
e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). Strumento
dell’integra trasmissione della rivelazione divina, la Scrittura
partecipa della natura dialogica della rivelazione e ne continua
l’efficacia nel tempo. In questa prospettiva emergono alcune
esigenze nell’odierna lettura della Bibbia che diventano decisive
per lo stesso progetto culturale: ricostruire un contesto dialogico
nell’accostamento al testo sacro, fare del testo sacro lo
strumento che avvia un cammino di riconoscimento reciproco tra la
pretesa della fede e gli interrogativi dell’uomo contemporaneo,
riscoprire all’interno della Bibbia quel cammino dialogico
con le culture dei tempi che ha aperto la possibilità alle
riletture continue degli eventi salvifici e dei cui criteri occorre
appropriarsi per quell’incontro tra Vangelo e cultura che
oggi interpella le nostre comunità.
Ho
provato ad indicare solo alcuni dei fronti su cui la Bibbia e un
suo corretto approccio diventano decisivi per il progetto culturale.
Ma, per finire, mi sia consentito dire che sono altrettanto convinto
che lo stesso progetto culturale può utilmente essere assunto
come luogo di insorgenza di domande al testo biblico che ne possono
svelare nuovi reconditi significati. Come è accaduto nelle
svolte più proficue della storia della Chiesa, gli interrogativi
che la cultura pone alla fede possono diventare anche oggi occasione
per aprire nuovi spazi di comprensione dell’unico, immutabile
mistero che ci è stato rivelato nel “Vangelo di Dio”
che è Cristo Gesù, a cui ogni sapienza umana, anche
inconsapevolmente, aspira.
Roma,
Pontificio Istituto Biblico
7 maggio 2003, Festa dell’Istituto
+ Giuseppe BETORI
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