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Conferenza
letta in occasione del 90 anniversario
dell'Istituto Biblico (8 maggio 1999)
La «ricerca
del Gesù storico» è in atto ormai da vari secoli(1).
Guardando al fenomeno nella sua globalità, mi
sembra utile porre alcuni interrogativi, che, partendo dal presente
risalgono al passato, e si protendono al futuro.
1.
Da dove viene la «ricerca del Gesù storico»?
Da dove nasce
la «ricerca del Gesù storico», e in che rapporto sta con la fede
cristiana? Essa si presenta come un fenomeno proveniente dall'esterno,
da ambienti cioè estranei e ostili alla fede cristiana, ma impostosi,
come sfida ineludibile, anche ai credenti. Ma potremmo ugualmente
chiederci se c'era già in partenza nella tradizione cristiana qualcosa
che la predisponeva ad accoglierlo; se oltre alla provocazione proveniente
dall'esterno sia possibile individuare anche un impulso più positivo,
più intrinseco alla fede cristiana stessa.
Secondo Albert
Schweitzer la Chiesa antica rivela una «assoluta indifferenza [...]
per la vita del Gesù storico»(2);
la ricerca sul Gesù storico è un fenomeno tipicamente
moderno, sorto nel clima dell'Illuminismo.
Indubbiamente,
l'espressione stessa «il Gesù storico» porta ben visibili le tracce
della sua origine polemica. Nella Chiesa antica sarebbe stata impensabile.
L'aggettivo infatti sottintende volutamente la contrapposizione
ad un Gesù da respingere come «non storico»: quello della fede,
della tradizione cristiana.
Schweitzer
tuttavia lascia sotto silenzio un aspetto importante del problema,
quello che oggi viene espresso con la distinzione fra «Gesù storico»
nel senso di Gesù storiografico, e Gesù «storico» nel senso
di Gesù terreno(3).
«Storia»
infatti può indicare la storia vissuta, gli eventi, e la
storia narrata, la ricostruzione, la narrazione di quegli
eventi; di conseguenza, il sintagma «Gesù storico» può assumere
due significati diversi secondo che si voglia indicare «Gesù soggetto
di storia», oppure «Gesù oggetto di storia»: terminologia non priva
di un fondamento biblico: vedi per esempio negli Atti l'espressione
«quel Gesù» (houtos ho Iêsous: At 1,11; 2,32. 36), o nella
Lettera agli Ebrei l'espressione «nei giorni della sua vita mortale»,
letteralmente «nei giorni della sua carne» (Eb 5,7).
Schweitzer
non usando tale distinzione, sembra dare per scontato che la fede
cristiana non fosse interessata né al Gesù «storiografico», né al
Gesù «terreno»; l'equivoco permane anche in Bultmann, quando dirà
che la fede non è interessata al «Gesù storico» se non per il nudo
fatto, il daß della sua esistenza.
Viceversa,
uno dei punti più chiari messi in luce dalla discussione postbultmanniana
è l'interesse vivissimo della fede cristiana al Gesù «terreno»,
alla identità fra il Kyrios glorioso e l'uomo Gesù, al suo coinvolgimento
consapevole, libero, personale, nell' evento della croce.
Il problema
allora andrebbe riformulato così: questo vivissimo interesse al
Gesù «terreno» comporta anche un qualche interesse al Gesù «storiografico»?
Quello che
emerge subito è un interesse di tipo apologetico nei confronti delle
fonti, essenzialmente i Vangeli. Nella Chiesa antica i Vangeli hanno
il loro posto non solo ad intra, nella liturgia, nella
catechesi, nella contemplazione, ma anche nel confronto ad extra
con i non cristiani.
Lo confermano
diversi elementi: l'interesse assai vivo per gli autori dei Vangeli
e la loro prerogativa di testimoni(4),
interesse acuito anche dalla constatazione delle diversità fra i
quattro racconti evangelici(5);
la necessità di contrapporsi ad altre immagini di Gesù proposte
dai non cristiani(6):
Gesù mago (tradizioni rabbiniche), Gesù «uomo divino» (Celso e altri
autori pagani), Gesù ostile all'ebraismo e alle sue Scritture (Marcione)(7):
altrettante immagini del Gesù storico ante litteram, alternative
a quella della Chiesa.
Si anticipa
così, per certi versi, la problematica che verrà poi riproposta
dalla «ricerca del Gesù storico» di matrice razionalistica.
Nell'uno
come nell'altro caso, si tratta di una problematica imposta dall'esterno,
e che dal punto di vista storiografico porta soltanto a rivendicare
globalmente l'attendibilità dei testi evangelici. Problematica che
la Chiesa antica, pur non ignorando i problemi posti dalle diverse
redazioni, era portata a vedere in maniera piuttosto indifferenziata
rispetto a come possiamo vederla noi oggi.
In tal senso
potremmo dire che era interessata sia al Gesù «terreno» sia al Gesù
«storiografico», i quali però si identificavano entrambi con la
figura evangelica di Gesù, valida tanto per la fede quanto per la
storia.
Al di là,
tuttavia, di questo interesse storiografico prevalentemente apologetico,
sembra emergere sin dall'inizio -- anche se in forma molto embrionale
-- anche un più generale e positivo interesse all'aspetto «storiografico»
della vita di Gesù.
Tra i fattori
che lo stimolavano possiamo segnalarne in particolare due: da una
parte l'esigenza di inquadrare la venuta di Gesù sullo sfondo della
storia universale, religiosa e politica con l'idea della «pienezza
dei tempi» (Gal 4,4: to plêrôma tou chronou), che la Chiesa
antica non intende come semplice sinonimo della «fine del tempo»
ma più positivamente come culmine di una praeparatio evangelica;
dall'altra, lo sforzo di comprendere anche all'interno del ministero
di Gesù lo sviluppo dell' «economia» storico-salvifica ; l'interesse
per i mysteria vitae Christi, i singoli eventi della narrazione
evangelica, il loro significato salvifico, la loro concatenazione
reciproca; si pensi ad esempio alla questione della validità della
Legge durante il ministero di Gesù e nei primi tempi della Chiesa(8).
Di qui lo
sforzo di ricostruire, mettendo insieme non solo tutti i dati evangelici
ma tutte le fonti bibliche e profane disponibili (per esempio Giuseppe
Flavio), una narrazione in qualche modo più precisa e completa delle
narrazioni canoniche stesse.
Non era completamente
assente -- sempre in forme molto embrionali -- neppure l'aspetto
«critico». La ricostruzione infatti sebbene abitualmente proceda
per via concordistica, semplicemente mescolando e addizionando i
quattro racconti, a volte impone anche di scegliere tra l'una e
l'altra versione; si comincia ad intuire, come in Agostino, la distinzione
tra la sequenza narrativa evangelica (ordo recordationis)
e la sequenza storica dei fatti (ordo rerum gestarum)(9),
tra l'intenzione di Gesù (voluntas, sententia) e la
formulazione scelta dagli evangelisti (verba)(10).
Nell'elencare
questi elementi embrionali e frammentari non intendiamo affatto
anticipare alla Chiesa antica la moderna ricerca del Gesù storico,
ma solo indicare alcuni elementi di continuità, per sottolineare
come l'inserimento dei credenti in questa ricerca non è stato soltanto
la risposta apologetica ad una provocazione proveniente dall'esterno,
ma anche un impulso connaturale alla fede stessa, protesa a comprendere
nella storia e attraverso la storia l'azione salvifica di Dio(11).
Per E. Troeltsch(12)
l'essenza del metodo storico, contrapposto a quello dogmatico, si
riassumeva nei tre principi: criticità (dubbio metodico
su quanto tramandato dalla tradizione), analogia («prinzipielle
Gleichartigkeit alles historischen Geschehens»(13)),
causalità (necessità di ricondurre ogni fenomeno storico
ad altri fenomeni storici). Indubbiamente, così formulato, se si
parte dalla pretesa che ogni fenomeno della storia trovi la sua
spiegazione esclusivamente a partire dalla storia stessa, una storia
chiusa in se stessa, non aperta all'azione rivelatrice e salvifica
di Dio, allora siamo di fronte a un apriori razionalistico, che
la fede cristiana non può condividere.
L'alternativa
però, per il credente, non è quella di non comprendere, o di comprendere
senza la storia e fuori della storia. Anche il credente non può
sottrarsi all'esigenza di comprendere nella storia l'azione
di Dio: essa pure infatti si inserisce nelle vicende umane, a volte
con salti e rotture più o meno accentuate, ma senza comunque privarle
mai del loro aspetto di graduale svolgimento, di cammino.
2.
Dove va la «ricerca del Gesù storico»?
La domanda
sul futuro ne presuppone necessariamente un'altra sulla valutazione
dei risultati finora raggiunti.
Per cogliere
meglio il problema potrà essere utile accennare -- con intenzionale
ingenuità -- un confronto con altri campi della ricerca storica,
nei quali normalmente (salvo casi di particolare difficoltà legate
a carenza di fonti, che possono costringere ad accantonare il problema),
prima o poi si arriva almeno ad alcuni risultati essenziali che
vengono recepiti, si impongono. A volte certo possono sopravvivere,
in posizione minoritaria, interpretazioni alternative; e in ogni
caso rimane sempre spazio per un raffinamento ulteriore; tuttavia
per ogni tema, evento, personaggio, si è in grado di indicare, nell'ambito
della storiografia, gli autori, le scuole, le fasi di studio, che
hanno maggiormente contribuito al raggiungimento di questi risultati
più condivisi.
Diverso è
il clima che si respira nella ricerca storica su Gesù (non mi riferisco
semplicemente alla divulgazione giornalistica, che certo contribuisce
ad accentuare ulteriormente il fenomeno, ma alla ricerca storica
stessa). Si avverte una carica di passionalità, tanto fra gli avversari
quanto fra i difensori della fede cristiana, che non è dato riscontrare
altrove. A volte si dà l'impressione di vivere nell'ansiosa attesa
di sviluppi ancora inediti, di scoop sensazionali.
Altre volte,
all'opposto, si respira un clima di pessimismo, anch'esso senza
riscontro in altri campi della ricerca storiografica. La ricerca
dunque si sarebbe rivelata sterile? O forse, più in radice, lo strumento
-- la critica storica -- si sarebbe rivelato inapplicabile ad un
tale oggetto? L'unico approccio possibile a Gesù resterebbe allora
solo quello della fede? Una fede, in tal caso, concepita come radicalmente
estranea ed opposta all'approccio razionale dell'indagine storiografica?
Sarebbe forse
la particolare natura delle fonti a rendere insolubile il problema;
o, ancor più a monte, la grandezza incommensurabile del suo oggetto,
Gesù, a determinare una inafferrabile enigmaticità ?
Andrebbe
considerata forse come una «fatica di Sisifo» che pur non arrivando
mai a dei risultati non può essere accantonata e dev'essere ricominciata
da capo da ogni generazione? Vediamo continuamente ripresentarsi
le stesse posizioni, a volte spacciate come nuove, come quelle del
Gesù «esseno» o «buddista», che già riempivano interi capitoli di
Albert Schweitzer.
Da una parte,
la figura di Gesù non lascia indifferenti, continua ad affascinare
e rendere inquieti anche i non credenti; dall'altra però rimane
sempre forte nella coscienza moderna la pretesa di ricondurlo entro
i limiti dell'umano.
All'ondata
secolaristica degli anni sessanta e settanta, che faceva di Gesù
il simbolo di certi valori umani e sociali(14),
è subentrata da tempo una nuova ondata di vaga religiosità, che
in Gesù cerca lo stimolo per una trascendenza (o forse, meglio,
un'auto-trascendenza); privilegia in lui la dimensione sapienziale,
il frammentario, l'allusivo, il non-detto(15).
L'uomo del nostro tempo sembra in ascolto, in attesa di una voce,
ma al tempo stesso paralizzato dal timore che questa voce risuoni
troppo forte e chiara: la vorrebbe così esile, così silenziosa da
non poter discernere se sia la voce di Dio, o per lo meno la voce
dell'Essere, o non piuttosto la voce del Nulla.
A ben vedere,
sia l'orizzontalismo secolaristico sia questa ondata di ambigua
religiosità sono semplicemente delle varianti all'interno di una
prospettiva riduttiva, disponibile ad accogliere la figura di Gesù
solo nella misura in cui può renderla funzionale ai propri bisogni
umani, o altrimenti a respingerla come minaccia alla propria soggettività.
Risuona sempre attuale la parola di Gesù: «Beato colui che non si
scandalizza di me» (Mt 11,6 par.).
Se questa
dialettica spirituale, come tutto fa supporre, non verrà meno neanche
in futuro, avremo ancora questo ininterrotto pullulare di immagini
e ipotesi su Gesù. Su questo fronte è difficile, a nostro avviso,
che possa registrarsi qualcosa di autenticamente nuovo: è da prevedere
piuttosto, un'incessante oscillazione tra alcuni paradigmi fondamentali
sempre ricorrenti.
In effetti,
mentre la tradizione cristiana, attraverso l'orizzonte storico-salvifico
dell' «adempimento», riesce a tenere insieme la storia e l'eterno,
l'ebraicità di Gesù e la sua radicale novità salvifica, al di fuori
di questa prospettiva cristologica sembra inevitabile quella scissione
che Vito Fornari denunziava nella ricerca ottocentesca su Gesù;
la scissione fra la «verità» di Gesù e la «persona» di Gesù(16):
da una parte, la pretesa di ricostruirlo come personaggio storico
interamente racchiuso nei limiti del suo tempo e della sua cultura,
e privo di significato per la nostra; dall'altra, il tentativo di
assicurargli valore universale e perenne staccandolo dalla concretezza
della storia, de-ebraicizzandolo, riducendolo a portatore di valori
universali.
Il primo
paradigma emerge brutalmente in Reimarus, ritorna con Ernest Renan
e con Albert Schweitzer: Gesù, una volte ricostruito storicamente
come predicatore escatologico ebraico, si sottrae ai vani tentativi
di modernizzazione della teologia liberale, abbandona definitivamente
il nostro mondo per ritornare nel suo. A questo paradigma anche
oggi fanno capo ricostruzioni come quelle di E.P. Sanders(17)
e altri che enfatizzano la «ebraicità» di Gesù ma per racchiuderlo
nel suo tempo e spogliarlo di quella rilevanza assoluta e universale
che gli riconosce la fede cristiana.
L'altro paradigma
è quello che dominò la Scuola di Tubinga e poi la teologia liberale;
ritorna oggi nei vari tentativi di riproporre un Gesù non-escatologico,
puramente etico-sapienziale(18).
La ricerca
del Gesù storico tuttavia non è solo un campo ingombro di detriti,
in cui tornano continuamente a riproporsi gli stessi paradigmi;
in essa si registra anche un graduale e sicuro cammino che ha portato
alla individuazione dei problemi, all'affinamento dei criteri, al
chiarimento di alcuni nodi fondamentali.
Personalmente
ritengo decisivi i risultati conseguiti dai numerosi autori, prima
protestanti e poi anche cattolici, che hanno assunto come decisivo
per l'interpretazione del ministero di Gesù l'orizzonte escatologico,
ma inteso nel senso di un Eschaton «realizzantesi», che sfocia nel
mistero della persona stessa di Gesù, un'escatologia pertanto che
racchiude una cristologia ed anche un'ecclesiologia. In tal senso
oserei dire che oggi il problema della ricostruzione storica di
Gesù si presenta correttamente impostato e, in alcuni nodi essenziali,
anche risolto in maniera tale che le ricerche successive non potranno
rimettere seriamente in questione.
Fuori di
questa via maestra si collocano invece, a mio avviso, i vari tentativi
di ricostruire un Gesù non-escatologico, sia di quegli autori che
vorrebbero ritrovare nel Gesù prepasquale una prospettiva escatologica
identica a quella postpasquale.
Dall'una
all'altra invece bisogna cogliere uno sviluppo, un autentico divenire
storico. E' proprio questa impostazione che ha sbloccato il problema
dalle sterili contrapposizioni dell'epoca modernistica fra fissismo
e evoluzionismo, fra identità o estraneità fra
il Gesù prepasquale e la Chiesa. I Vangeli, secondo l'intuizione
di Maurice Blondel, si presentano come «tradizione anticipata»,
carichi di una «pienezza paradossale per lo storico»(19).
Di qui nasce
anche la serenità e la fiducia dello studioso credente nell'affrontare
questa problematica: quella serenità che ha animato i pionieri di
questa ricerca come Padre Lagrange(20),
come Padre Bea(21).
Come scriveva in un suo articolo giovanile Oscar Cullmann, recentemente
scomparso, nei vangeli più che distinguere tra ciò che è «autentico»
e ciò che è «secondario», dobbiamo dire che tutto è «secondario»
e tutto è «autentico»(22):
tutto è «secondario» in quanto arriva a noi attraverso la comunità
che applica il materiale alla propria vita; ma al tempo stesso tutto
è «autentico» -- non solamente un «nucleo» più o meno ampio -- perché
la comunità, anche quando ha modificato, lo ha fatto per trasmettere
il messaggio di Gesù.
Critica storica
e interpretazione teologica non si pongono dunque in alternativa.
Una prospettiva di fede, decisamente cristologica, ha orientato
la ricerca di tanti studiosi; ma ciò non significa che la fede si
sia sostituita alla ricerca storica; la fede ha stimolato, ha alimentato
la razionalità storica, senza minimamente svuotarla delle esigenze
metodologiche che le sono proprie(23).
1.
Altrove ho avuto occasione di tracciarne un bilancio: «La quête
du Jésus historique. Bilan et perspectives», in D. Marguerat - E.
Norelli - J.M. Poffet (edd.), Jésus de Nazareth. Nouvelles approches
d'une énigme (Le Monde de la Bible, 38), Genève 1998, pp. 25-57;
anche in italiano: «La ricerca del Gesù storico. Bilancio e prospettive»,
in R. Fabris (ed.), La Parola di Dio cresceva. Studi
in onore di C.M. Martini nel suo 7O° compleanno (Supplementi alla
Rivista Biblica, 33), Bologna 1998, pp. 487-519. -- Cfr. anche G.
Segalla, «La «terza» ricerca del Gesù storico; Il Rabbi ebreo di
Nazaret e il Messia crocifisso», in Studia patavina 40
(1993) 463-515; Id., «La verità storica dei Vangeli e la «terza
ricerca» su Gesù», in Lateranum N.S. 61 (1995) 195-234;
Id., «Un Gesù storico incerto e frammentato: guadagno o perdita
per la fede?», in Studia patavina 45 (1998) 4-19.
2.
A. Schweitzer, Von Reimarus zu Wrede. Eine Geschichte der
Leben-Jesu-Forschung, Gütersloh 19773 [Tübingen 19061], p.
46: «...die absolute Indifferenz des Urchristentums für das Leben
des historischen Jesus...».
3.
Rinvio a «Gesù storico e Gesù terreno», in Rassegna
di teologia 24 (1983) 205-218
4.
Alcuni dei punti qui accennati sono toccati in «Introduzione
generale ai Sinottici», in M. Laconi e collaboratori, Vangeli
sinottici e Atti degli Apostoli (Logos. Corso di studi biblici,
5), Torino-Leumann 1994, pp. 33-132, pp. 55-69 («La ricezione dei
Vangeli nella Chiesa antica»).
5.
Cf. H. Merkel, Die Widersprüche zwischen den Evangelien.
Ihre polemische und apologetische Behandlung in der alten Kirche
bis zu Augustin (Wiss. Untersuchungen zum NT, 13), Tübingen
1971; Id., La pluralité des Évangiles comme problème théologique
et exégétique dans l'Église Ancienne (Traditio Christiana,
3), Berne 1978.
6.
Cfr. W. Bauer, «Das Leben
Jesu bei den jüdischen und heidnischen Gegnern des Christentums,
in Id., Das Leben Jesu im Zeitalter der neutestamentlichen Apokryphen,
Tübingen 1909, pp. 452-486; G. Rinaldi, Biblia gentium.
Primo contributo per un indice delle citazioni, dei riferimenti
e delle allusioni alla Bibbia negli autori pagani, greci e latini,
di età imperiale, Roma 1989; P. Carrara (ed.), I pagani
di fronte al cristianesimo. Testimonianze dei secoli I e II
(Biblioteca patristica, 2), Firenze 1984; K.G. Kuhn, «Giljonim und
sifre minim», in W. Eltester (ed.), Judentum, Urchristentum,
Kirche. Festschrift J. Jeremias (Beihefte zur Zeitschr f.neut.
Wissenschaft 26), Berlin 21964, pp. 24-61; E. Bammel, «Christian
Origins in Jewish Tradition», in New Testament Studies
13 (1966-67) 317-335; ripubblicato in Id., Judaica. Kleine
Schriften, I (Wiss. Untersuchungen zum NT, 37), Tübingen 1986, pp.
220-238; J. Maier, Jesus von Nazareth in der talmudischen Überlieferung
(Erträge der Forschung, 82), Darmstadt 1978.
7.
quomodo, inquit, inreperet in Judaeorum fidem, nisi per sollemne
apud eos et familiare nomen?»: Tertulliano, Adv. Marc.,
III, 15: CSEL 47, 401, 27-29.
8.
Decisamente storica è la prospettiva di Tommaso d'Aquino: «Currebant
simul lex et evangelium, quia iam mysterium Christi erat inchoatum,
sed nondum consummatum» (S.Th. Ia-IIae, q. 103, a. 3).
9.
De consensu evangelistarum, II,21,51S: CSEL 43,152s.
10.
Ivi, II, 12,29: CSEL 43,129s. -- Rinvio a «Introduzione
generale ai sinottici», cit., 63s, con la bibliografia ivi citata.
11.
Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum,
2.
12.
E. Troeltsch «Über historische und dogmatische Methode in der
Theologie», in Studien der rheinischen Predigervereins, 1898,
ripubblicato nelle Gesammelte Schriften, II. Zur religiösen
Lage, Religionsphilosophie un Ethik, Tübingen 1913, 729-753
[trad. italiana: «Metodo storico e metodo dogmatico in teologia»,
in Filosofia e Teologia 5 (1991) 95-115]. Rinvio a «Un
secolo di metodo storico nell'esegesi cattolica (1893-1993)», in
G. Segalla (ed.), Cento anni di studi biblici (1893-1993). L'interpretazione
della Bibbia nella Chiesa. Convegno di studio: Padova 17-18
febbraio 1994, pp. 37-94 =Studia patavina 41 (1994) 341-398.
13.
Troeltsch «Über historische und dogmatische Methode in der Theologie»,
732.
14.
Cfr. H. Schürmann, «Zur aktuellen Situation der Leben-Jesu-Forschung»,
in Geist und Leben 46 (1973) 300-310; J. Roloff, «Auf der
Suche nach einem neuen Jesusbild. Tendenzen und Aspekten der gegenwärtigen
Diskussion», in Theologische Literaturzeitung 98 (1973)
561-572.
15.
Rinvio a «Tendances récentes dans l'interprétation des paraboles»,
in J. Delorme (ed.), Les paraboles évangéliques. Perspectives
nouvelles (Lectio divina, 135), Paris 1988, pp. 19-60; più
ampiamente: Oltre la parabola. Introduzione alle parabole di
Gesù, Roma 1983.
16.
V. Fornari, Della vita di Gesù Cristo, Roma 19012 (18911),
I, 12. -- Cfr. D. Amato, Cristo centro e respiro della storia.
Il pensiero cristologico di Vito Fornari (Corona Lateranensis,
39), Roma 1995.
17.
Cfr. G. Segalla, «Gesù, profeta escatologico della restaurazione
di Israele?», in Studia patavina 40 (1993) 83-102.
18.
Rinvio a «La quête du Jésus historique», cit., pp. 44-46; «La
ricerca del Gesù storico», cit., 501-505.
19.
M. Blondel, «Histoire et dogme. Les lacunes philosophiques de
l'exégèse moderne» [1904], in Les premiers écrits de Maurice
Blondel, Paris 1956, pp. 145-228; la citazione a p. 205 nota
1.
20.
Cfr. soprattutto L'Évangile de Jésus-Christ (Études
Bibliques), Paris 19282.
21.
A. Bea, «La storicità dei Vangeli», in Civiltà Cattolica
115 (1964) II, 417-436; Id., «Il carattere storico dei Vangeli sinottici
come opere ispirate», ivi, 526-543; entrambi riprodotti nel volume
La storicità dei Vangeli, Brescia 1964; si tratta di interventi
preparati originariamente per i Padri conciliari.
22.
O. Cullmann, «Les récentes études sur la formation de la tradition
évangelique», Revue d'Histoire et de Philosophie Religieuses
5 (1925), p. 459-477. 582-594; anche in tedesco, «Die neueren Arbeiten
zur Geschichte der Evangelientradition», in Vorträge und Aufsätze
1925-1962, ed. K. Fröhlich, Tübingen/Zürich 1966, p. 41-89;
ora anche in F. Hahn (ed.), Zur Formgeschichte des Evangeliums
(Wege der Forschung, 81), Darmstadt 1985, p.312-363 (da cui citiamo),
pp. 331-340.
23.
Cfr. I. de la Potterie, «Come impostare oggi il problema del
Gesù storico?», in La civiltà cattolica 120 (1969) II,
447-463; J. Dupont, «Storicità dei Vangeli e metodo storico dell'esegesi
nella costituzione dogmatica Dei Verbum», in A venti
anni dal Concilio. Prospettive teologiche e giuridiche. Atti
del Convegno di studi «Il Concilio Vaticano II venti anni dopo»,
Catania 21-22 aprile, 5-6 maggio 1983, Facoltà Teologica di Sicilia,
Palermo 1984, pp. 51-73.
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