Genesi 22, l’epistola agli Ebrei, e una ermeneutica basata sulla fede
James Swetnam, S.J.
[conferenza tenuta al Pontificio
Istituto Biblico il 5 novembre 2003 a conclusione della sua attività di insegnamento
accademico]
Uno dei testi fondamentali
nell’Antico Testamento, sia in se stesso che nell’interpretazione
degli autori cristiani, è il racconto del sacrificio di Isacco da parte
di Abramo in Genesi 22,1-18.
Il presente studio cercherà: 1) di capire il significato di Genesi 22,1-18
(Parte I); 2) di vedere come l’epistola agli Ebrei interpreti Genesi 22,1-18
(Parte II); 3) di indicare come il libro del Cardinale John Henry Newman, Grammatica
dell’assenso, possa giustificare una ermeneutica centrata sulla fede,
con riferimento all’esegesi sviluppata nelle prime due parti precedenti
(Parte III).
Parte I. Genesi 22,1-18
Ci sono tre categorie generali la cui pertinenza sembra essere utile in una breve discussione sulle implicazioni di Genesi 22,1-18 nel testo canonico dell’Antico Testamento: 1) l’alleanza; 2) il sacrificio; 3) la fede. Prese insieme, queste tre categorie permettono di entrare nel testo in modo appropriato.
A. L’ alleanza
Per
capire bene il sacrificio di Isacco da parte di Abramo è molto importante
tener conto del ruolo dell’alleanza nel testo canonico. Genesi 22,1 afferma
che Dio “mette alla prova” (ebr.:nsh, gr.: peirazein)
Abramo. Cioè, Dio prepara una prova per verificare se il suo figlio è
“fedele” (ebr.: n’mn, gr. pistos).
Il testo di Genesi 22 è il culmine di una progressione che consiste in
una chiamata, una promessa, e un’alleanza con giuramento.
La chiamata si trova in Genesi 12,1-3, ed è composta di tre elementi
che comportano ciascuno una benedizione: 1) una benedizione che riguarda una
terra e una nazione (12,1-2a), 2) una benedizione che riguarda una dinastia
(12,2b), e 3) una benedizione che riguarda il mondo intero (12,3 insieme con
12,2).
Queste tre benedizioni sembrano corrispondere ai tre episodi di alleanza nei
capitoli 15, 17 e 22 della Genesi.
In Genesi 15 l’episodio con la divisione degli animali indica un’alleanza
nella quale i discendenti di Abramo vivranno come nazione in una terra stabilita.
In Genesi 17 l’enfasi viene posta sul “nome” di Abramo che
sarà reso grande: si tratta cioè di una dinastia. E in Genesi
22,16-18, il punto culminante, si tratta di una benedizione per tutte le nazioni.
Genesi 22,1-18 può essere quindi visto come il punto culminante della
vita di Abramo, così come viene presentata nel testo canonico della Sacra
Scrittura. Dopo questo episodio, Abramo compare nella narrazione soltanto in
relazione alla morte di Sara (Genesi 23) e al matrimonio di Isacco (Genesi 24).
La sua vita e il suo destino considerati nei suoi rapporti con Dio, sono delineati
in Genesi 22.
Il giuramento di Dio fatto ad Abramo in Genesi 22 può essere considerato
il punto culminante e conclusivo di tutta questa serie di episodi che toccano
l’alleanza.
Il giuramento, incorpora, per così dire, il risultato positivo della
prova di Abramo nella benedizione data a tutte le nazioni, in modo tale che
la fede di Abramo ormai fa parte del destino della sua discendenza.
Il
contesto di alleanza in Genesi 22 è fondamentale per capire il significato
del brano. Si tratta, cioè, della prova della fede di Abramo nel Dio
dell’alleanza e nella fedeltà di questo Dio nel concedere le benedizioni
promesse, nonostante l’evidente contraddizione fra queste promesse e l’ordine
di uccidere Isacco. Inoltre, Abramo era sicuramente consapevole che si trattava
di una prova, che si trovava di fronte a un dilemma cruciale in cui era secondario
il suo affetto filiale. Ad essere in gioco era il senso di un’esistenza
centrata su Dio non soltanto per Abramo stesso, ma anche per Isacco e per tutti
coloro che dovevano dipendere da lui nei loro rapporti con Dio.
In altre parole: il comando di Dio ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco
era una questione della massima importanza, sia per Abramo sia per Dio stesso.
Che
il comando di Dio ad Abramo fosse una questione seria per Dio stesso così
come per Abramo non è stato forse notato abbastanza. Quando infatti Dio
dà il comando ad Abramo, implicitamente mette a rischio tutto il progetto
della sua alleanza con lui. Dal punto di vista narrativo Dio sta aspettando
il risultato della reazione libera di Abramo a tale prova: un rifiuto di Abramo
di sacrificare Isacco avrebbe indicato che Abramo non aveva superato la prova
della sua fede.
Di consequenza, il progetto di alleanza e tutti gli aspetti connessi erano presumibilmente
destinati al fallimento, e la storia della salvezza avrebbe dovuto subire una
svolta radicale.
B. Il sacrificio
Una
seconda grande prospettiva a partire dalla quale Genesi 22 deve essere interpretato
è quella del sacrificio. C’è qui una connessione tra sacrificio
e il luogo in cui si svolge l’azione di Genesi 22. C’è fondato
motivo di identificare il luogo (ebr.: mryh – “Moria”)
menzionato nel versetto 2 con Gerusalemme.
Se quest’interpretazione è vera, allora Genesi 22 diventa il testo
fondamentale dell’Antico Testamento per capire il sacrificio di animali
come praticato nel tempio di Gerusalemme. Inoltre, questo spiegherebbe perché
il Pentateuco parli così poco del significato di tali sacrifici.
Il tipo principale di sacrificio indicato nei libri del Levitico e del Deuteronomio
è l’olocausto (ebr.: ‘lh, gr.: olokaustôma,
olokauston).
Questo tipo di sacrificio è precisamente quello che Dio chiede ad Abramo
per Isacco, e quello che Abramo effettivamente compie con l’ariete alla
fine del racconto (Genesi 22,2.13).
La categoria del sacrificio nell’interpretazione di Genesi 22 non ha sempre ricevuto la rilevanza che merita. Questa mancanza d’attenzione all’aspetto di sacrificio distorce l’esegesi del capitolo che deve aver guidato generazioni di fedeli lettori israeliti. Inoltre, questa mancanza distorce la possibile pertinenza che Genesi 22 deve avere per il lettore contemporaneo del testo canonico. Mostrando esattamente come il sacrificio possa avere influenza sull’esistenza umana come personificata in Abramo, Genesi 22 è di cruciale importanza per capire la rivelazione di Dio nella Bibbia.
C. La fede
Le
prospettive riguardanti alleanza e sacrificio indicano la centralità
della fede nella risposta di Abramo a Dio. Alleanza e sacrificio trovano il
loro centro in Dio così come egli si manifesta ad Abramo (alleanza) e
come Abramo risponde al comando di Dio (sacrificio). Ciò che motiva Abramo
è la fede.
Aver fede significa considerare Dio come affidabile (ebr.: h’myn,
gr.: pisteuein), avere fiducia in lui, credere che egli manterrà
i suoi impegni e onorerà i suoi doveri.
Siccome la fede di Abramo era basata sulla sua alleanza con Dio, egli era consapevole
di ciò che era in gioco, e sapeva non soltanto ciò che Dio si
aspettava da lui (ubbidienza) ma anche ciò che Dio si aspettava da se
stesso (compimento delle promesse): la sua fede era una specie di conoscenza.
Ciascuno dei due conosceva i doveri di se stesso e dell’altro. È
grazie a questa conoscenza che Abramo poteva resistere alla prova che Dio aveva
preparato per lui: Abramo sapeva che Dio in qualche maniera avrebbe provveduto
alla soluzione di quello che, al di fuori del contesto di fede, era un problema
insolubile. In altre parole, le parole di Genesi 22,8 (“Dio stesso provvederà
un agnello per l’olocausto”) devono essere intese non come quelle
ansiose di un padre sconvolto, indirizzate ad un figlio perplesso, ma come espressione
di una certezza basata sulla fede.
Quindi
nel ricercare la pertinenza di Genesi 22 per il lettore di oggi, la fede è
l’elemento più importante. Essa fornisce le basi per il significato
religioso del testo originale e per l’importanza di quel testo per il
lettore di oggi—o per il lettore di ogni tempo.
Di conseguenza, qualsiasi tentativo di interpretare Genesi 22, se vuole affrontare
la pertinenza del testo per il mondo contemporaneo, deve basarsi sulla fede
di Abramo.
Ci sono però due possibili modi di approccio alla fede di Abramo da parte del lettore contemporaneo. Il lettore può mettersi di fronte al testo nella prospettiva di fede di Abramo, o al di fuori di essa. Può cioè condividere in quanto possibile la fede di Abramo, vivendo con lui gli avvenimenti di Genesi 22, o può rimanere come spettatore di questi avvenimenti. La sfida ermeneutica di Genesi 22 sta proprio qui.
Non
c’è niente nel testo che costringa il lettore a scegliere di partecipare
alla fede di Abramo, a incorporare (per così dire) la fede di Abramo
nella propria fede. L’atteggiamento assunto dipende dalla libera scelta
del lettore. La libertà di Dio nel chiamare Abramo e nel metterlo alla
prova, la libertà di Abramo nel rispondere a questa chiamata e a questa
prova, vengono rispecchiate nella libertà del lettore di fronte al testo,
nella sua forma attuale. Ovviamente questo non riguarda solo Genesi 22; è
una scelta che si presenta ad ogni lettore della Bibbia di fronte a qualsiasi
testo. Ma in Genesi 22 questa scelta si presenta con una immediatezza quasi
unica.
Parte II. L’epistola agli Ebrei e Genesi 22
L’epistola agli Ebrei presta una particolare attenzione a Genesi 22. Questa particolare attenzione può servire da guida nel comprendere come i primi cristiani interpretavano questo testo chiave nella loro comprensione della realtà di Gesù Cristo.
A. L’epistola agli Ebrei e la fede di Abramo
L’epistola agli Ebrei mette in rilievo la fede di Abramo nella sua esegesi di Genesi 22:
17Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo (Ebrei 11,17-19).
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Il
testo, teologicamente parlando, è suggestivo. Si mette in grande rilievo
la “fede” (pistis). Nel capitolo 11 dell’epistola la
fede viene attribuita a diversi eroi dell’Antico Testamento, e viene descritta
in 11,2-3.6.
Il verbo “offrire [in sacrificio]” ricorre due volte nel versetto
17. La prima volta viene usato nel tempo perfetto (prosenênochen,
“offrì” nella traduzione della CEI, ma meglio “ha offerto”),
cioè la disposizione d’Abramo a sacrificare suo figlio è
il punto chiave di Genesi 22 che l’autore vuole scegliere come base per
la sua interpretazione di tutto il testo. La seconda volta il verbo viene usato
nel tempo imperfetto (prosepheren, “cercava di offrire”).
Questo imperfetto conativo descrive come Abramo stava per essere messo alla
prova (peirazomenos). I termini della prova sono espressi con chiarezza:
Abramo stava offrendo il suo “unico figlio” (monogenê),
proprio “che aveva ricevuto le promesse” (ho tas epaggelias anadexamenos).
E si specifica quale fosse la promessa: “. . . del quale era stato detto:
In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome”
(pros hon elalêthê hoti en Isaac klêthêsetai soi
sperma). Queste osservazioni indicano che l’autore dell’epistola
ha letto il testo di Genesi 22 con cura, e che ha capito i parametri della prova
con precisione. Ciò che segue è una straordinaria interpretazione
del ragionamento che sta dietro la fede di Abramo in Dio: “. . . Egli
pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti”
(logisamenos hoti kai ek nekrôn egeirein dunatos ho theos).
Il
modo quasi ovvio in cui l’autore dell’epistola attribuisce ad Abramo
la fede nella risurrezione dai morti non deve nascondere le implicazioni di
ciò che viene affermato. Innanzitutto, il ragionamento di Abramo sembra
essere ben fondato e verosimile, data la sua precedente fede nella nascita di
Isacco dal suo corpo “morto” e dall’utero “morto”
di Sara.
Data la fede eroica manifestata in Genesi 22 non c’è niente di
arbitrario o forzato in questa esegesi. Se la promessa di Dio di una discendenza
per mezzo di Isacco (v. 18) doveva essere accettata con fede senza riserva,
e se il comando di sacrificare Isacco era, per Abramo, richiesto da Dio, la
fede nella risurrezione dei morti sembra essere una conclusione legittima, anzi,
forse l’unica conclusione possibile. Inoltre, l’attribuzione ad
Abramo della fede nella risurrezione dai morti è degna di nota. Abramo
è all’inizio della fede dell’Antico Testamento, e questa
fede è stata tradizionalmente compresa come agnostica riguardo alla risurrezione
dai morti.
Nel testo di Ebrei un autore cristiano, che ha studiato profondamente le radici
veterotestamentarie della sua fede cristiana, dichiara apertamente che Abramo
credeva nella risurrezione dai morti.
Infine, se l’atteggiamento interiore di Abramo nel sacrificare il proprio
figlio Isacco è da capire come paradigmatico per l’atteggiamento
interiore per i successivi sacrifici nell’Antico Testamento, questa espressione
dell’autore dell’epistola è veramente impressionante. L’autore
dell’epistola sembra attribuire questo atteggiamento, almeno in modo implicito,
a tutti coloro che offrivano sacrifici nell’Antico Testamento.
Ciò
che sembra accadere in Ebrei 11,19 è che l’autore, guidato dalla
sua fede nella risurrezione di Gesù (cfr. Ebrei 13,20), proietta questa
fede nel mondo di Abramo. Ma questo modo di procedere non fa violenza al testo
di Genesi nel capitolo 22. Inoltre, questa attribuzione ad Abramo della fede
nella risurrezione si adatta al contesto della fede eroica del patriarca come
descritta in Genesi 22. La seconda parte di Ebrei 11,19 conferma l’opinione
che l’autore dell’epistola metteva in relazione la reintegrazione
di Isacco con la risurrezione di Gesù, perché dice che tale reintegrazione
fu un “simbolo” della risurrezione di Gesù.
B. L’epistola agli Ebrei e il giuramento fatto ad Abramo
L’epistola agli Ebrei fa allusione al sacrificio di Isacco nel versetto 6,14, citando il testo di Genesi 22,17. È utile conoscere il contesto di questa citazione.
13Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso, 14dicendo: Ti benedirò e ti moltiplicherò molto. 15Così, avendo perseverato, Abramo conseguì la promessa. 16Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine ad ogni controversia. 17Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento 18perché grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi che abbiamo cercato rifugio in lui avessimo un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza che ci è posta davanti (Ebrei, 6,13-18).
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Questi sei versetti, Ebrei 6,13-18, vengono citati per appoggiare l’esortazione dell’autore ai suoi lettori di mostrarsi diligenti e pronti ad imitare gli eredi delle promesse e ricevere le promesse per mezzo della fede e della perseveranza. Così si spiega la presenza di “infatti” all’inizio del versetto 16.
Che
l’autore di Ebrei abbia in mente Genesi 22 si nota non soltanto dalla
citazione di Genesi 22,17 in Ebrei 6,14, ma anche dall’allusione al giuramento
di Genesi 22,16 in Ebrei 6,13. Questo fa pensare che per l’autore di Ebrei
il giuramento ha una stretta relazione con la benedizione e la moltiplicazione
della discendenza di Abramo. Il significato dei “due atti irrevocabili”
menzionati in Ebrei 6,18 è molto discusso.
Il testo di Ebrei 6,13-14 sembra dare una prima indicazione per la soluzione
del problema: i “due atti irrevocabili” sono il giuramento di Genesi
22,16 e la promessa di Genesi 22,17. Questi due atti vengono messi insieme in
Ebrei così come lo sono in Genesi. Le parole della promessa sono chiare—parlano
della moltiplicazione della discendenza di Abramo.
Il giuramento serve a rafforzare la promessa; così che quando Abramo
riceve la promessa a conclusione della sua eroica perseveranza dopo il comando
di sacrificare Isacco (6,15), la promessa è rinforzata da un giuramento.
Abramo viene presentato come uno che ha “ricevuto” la promessa.
Ma è evidente dal modo in cui l’autore dell’epistola usa
le parole epitugchanô e komizô che anche se Abramo
ha “ricevuto” (epitugchanô – 6,15; cfr. 11,33)
la promessa rinforzata da un giuramento dopo il sacrificio di Isacco, egli non
ha “ricevuto” (komizô) ciò che viene promesso—la
discendanza. L’autore di Ebrei fa uso del verbo komizô per
indicare la ricezione di ciò che viene promesso—cfr. 11,13.39.
L’intenzione dell’autore dell’epistola viene manifestata dalla
quarta e ultima ricorrenza di komizô: in 11,19 egli dice che Abramo
ricevette (komizô) Isacco dopo il sacrificio “come simbolo”
(en parabolêi). In altre parole, l’oggetto della promessa
ad Abramo dopo il sacrificio di Isacco—discendenza—viene ricevuto
soltanto con la venuta di Cristo: Cristo stesso è questa discendenza.
Se
il contenuto della promessa ad Abramo è Cristo, il giuramento fatto da
Dio in Genesi è un giuramento che al livello più profondo si riduce
a un’azione simbolica che prefigura la concessione definitiva della cosa
promessa che è Cristo. Si spiega così perché l’autore di
Ebrei enfatizzi il giuramento fatto da Dio a Gesù al momento della risurrezione
(cfr. 7,20-21). Questo giuramento fu prefigurato dal giuramento di Dio dopo
il sacrificio di Isacco come Cristo fu prefigurato da Isacco. Questo è
il giuramento che risulta nella concessione di ciò che fu promesso—la
discendenza che è Cristo.
Identificando
il giuramento del Salmo 110,4 con il compimento del giuramento di Genesi 22,16
e collocando il giuramento nel contesto esplicito della moltiplicazione della
discendenza ad Abramo, l’autore dell’epistola ha effettuato una
trasformazione profonda nella natura di questa discendenza. Adesso, la vera
e definitiva discendenza di Abramo viene non tramite il suo figlio fisico, Isacco,
ma tramite il suo figlio spirituale, Gesù Cristo, del quale Isacco fu
un “simbolo”, proprio in riferimento alla risurrezione di Gesù
(e, nel contesto di Ebrei, in riferimento anche al giuramento del Salmo 110,4
che viene menzionato con la risurrezione). L’autore dell’epistola
agli Ebrei pensa che questa discendenza possa essere descritta meglio ricorrendo
alla figura veterotestamentaria di Melchisedek, nel cui contesto Gesù
Cristo emerge come il definitivo sovrano sacerdote. Come sommo sacerdote secondo
l’ordine di Melchisedek, Gesù Cristo rimpiazza il sommo sacerdozio
levitico che aveva dato finora identità ai discendenti di Abramo (cfr.
Ebrei 7,11). Questo nuovo sommo sacerdote è il Figlio di Dio stesso (Ebrei
7,3).
Egli è la fonte della speranza definitivamente migliore, che è
la causa dell’incoraggiamento dei destinatari. Colui per mezzo del quale
Dio ha fatto il mondo (Ebrei 1,2) è colui per mezzo del quale Dio benedice
in modo definitivo e moltiplica la discendenza di Abramo. Sul fondamento del
sacerdozio di Cristo viene creato un nuovo popolo (cfr. Ebrei 7,12), un popolo
esteso a tutto il genere umano. Per mezzo di un figlio spirituale, che trascende
il tempo, la discendenza di Abramo si estende a tutti gli uomini di tutti i
tempi, prima di Abramo e dopo di Abramo. Così l’autore dell’epistola
interpreta Genesi 22,17, con la sua promessa che Dio benedirà e moltiplicherà
la discendenza di Abramo.
C. L’epistola agli Ebrei e la pertinenza della fede
Come, davanti a Genesi 22, al lettore è richiesta una scelta ermeneutica, così gli è richiesta ugualmente una scelta ermeneutica davanti all’interpretazione di Genesi 22 nell’epistola agli Ebrei. Egli può scegliere di condividere o meno la fede che l’autore dell’epistola aveva nella pertinenza cristiana di Genesi 22. Può cioè scegliere di essere coinvolto nei ruoli di Abramo e di Cristo in Genesi 22 come visti dall’autore di Ebrei, o può rimanere un semplice spettatore. Questa è la sfida ermeneutica di Genesi 22 come presentata nella epistola agli Ebrei.
Ogni lettore dell’epistola agli Ebrei si avvicina al testo con un insieme di preconcezioni, allo stesso modo in cui ogni lettore si avvicina a Genesi con un insieme di preconcezioni. E tali preconcezioni determinano in gran parte la sua scelta ermeneutica. Un cristiano che lascia penetrare la propria fede in ogni aspetto della sua vita si identificherà automaticamente con la fede dell’autore dell’epistola. Per un tale credente il credere di Abramo in Genesi 22 si colloca nella stessa categoria della fede che l’autore di Ebrei ha in Cristo che dà al racconto di Genesi 22 una nuova dimensione. Secondo l’interpretazione dell’autore, con l’avvento di Cristo il racconto di Genesi 22 assume un significato più profondo: la fede di Abramo diventa una fede nel potere di Dio di fare risorgere dai morti, e il giuramento fatto ad Abramo trova il suo compimento nel giuramento fatto da Dio a Gesù al momento della sua risurrezione affinché il suo sacerdozio terreno diventi un sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedek, cioè un sacerdozio che trascende i limiti umani
Un’ultima
verità, anch’essa cruciale per la fede di Abramo come vista dall’autore
dell’epistola agli Ebrei, deve essere notata: l’ubbidienza di Abramo
viene premiata da Dio con il dono di Isacco come simbolo della risurrezione
di Gesù. Così la fede di Abramo rientra nella Provvidenza Divina
nel portare a compimento il ruolo di Cristo come sommo sacerdote per tutta l’umanità.
Secondo Ebrei 11,17-19 Abramo ricevette Isacco come “simbolo” (parabolên),
cioè ricevette Isacco come simbolo della realtà escatologica che
è Gesù risorto.
La ragione di Abramo viene espressa in Ebrei 11,19a: “Egli pensava infatti
che Dio è capace di far risorgere anche dai morti”. Poi, il testo
continua, “per questo (hothen) lo riebbe e fu come un simbolo”.
In altre parole, la fiducia di Abramo viene premiata con il dono non soltanto
di Isacco ma di Gesù che viene prefigurato da Isacco. Siccome Ebrei 11,17-19
si trova in una sezione dove la fede viene presentata come risultato di un premio
da parte di Dio che “ricompensa” (misthapodothês –
cfr. Ebrei 11,6), se ne deduce che il dono supremo della risurrezione di Gesù
e tutto ciò che ne consegue è in un certo senso un “premio”
per la fedeltà di Abramo che ha superato la prova imposta da Dio.
Così il giuramento di Dio come ultimo atto di Genesi 22 contiene qualche
cosa di nuovo per l’autore di Ebrei: il ruolo della fede di Abramo entra
nel dono del Gesù risorto e di conseguenza in tutto ciò che questo
dono significa per il mondo, come già sottolineato sopra. Dio ha riconosciuto
la fede nell’alleanza di Abramo ed ha risposto nel linguaggio della sua
fedeltà all’alleanza.
Ma lo fa in un modo completamente inaspettato.
Un ultimo passo è necessario per delineare una soddisfacente ermeneutica di Ebrei: occorre esplorare i presupposti che spingono il lettore cristiano a credere in una interpretazione cristiana della fede di Abramo.
Parte III. Le precomprensioni della fede cristiana e il libro Grammatica dell’assenso del Cardinale Newman
Nessuno
si accosta a un testo scritto senza precomprensioni. Se questo è vero
per qualsiasi testo scritto, lo è ancora di più per un testo religioso
come la Bibbia. Ed è vero, in particolare, per il capitolo 22 della Genesi
e per la sua interpretazione cristiana nell’epistola agli Ebrei. Sopra
abbiamo notato che l’unico modo appropriato per una corretta interpretazione
di Genesi 22 è quello che tiene conto del suo posto nel più ampio
contesto della Scrittura. Infatti il sacrificio di Isacco da parte di Abramo
per l’autore di Genesi 22 era da comprendersi in un contesto molto più
ampio del testo stesso.
E questo contesto più ampio comprende questioni di culto e di morale
talmente importanti che Genesi 22 è stato al centro delle discussioni
delle relazioni dell’uomo con Dio.
Data la natura fondamentale delle questioni coinvolte in Genesi 22, è
impossibile che il lettore si accosti a questo testo senza precomprensioni o
preconcezioni. Tali precomprensioni possono essere quelle di un credente o di
un non credente; ma, quale che sia la loro natura, esse sono presenti e tale
presenza deve essere presa seriamente in considerazione, perché incide
inevitabilmente nella interpretazione del testo biblico.
Sopra
abbiamo notato, in funzione dell’ermeneutica contemporanea, che l’atteggiamento
ermeneutico dipende da una scelta: il lettore sceglie il suo approccio al testo.
Tale scelta, però, non avviene in un vuoto di valori: è inevitabile
che alla base dell’atteggiamento ermeneutico del lettore ci siano le sue
precomprensioni. Di conseguenza la scelta di un determinato atteggiamento ermeneutico
deve essere valutato alla luce delle sue precomprensioni.
È
in questo contesto che sembra appropriato il riferimento al libro di John Henry
Newman, Grammatica dell’assenso,
terminato dal Newman nel gennaio del 1870.
L’intuizione fondamentale che permise all’autore di portare a termine
il suo libro è quella che costituisce il nucleo del libro stesso: l’atto
dell’assenso della persona umana non è il risultato di un atto
riflesso che si chiama certezza, ma l’atto che risulta da una varietà
di cause concomitanti che operano in ciò che il Newman chiama il “senso
illativo”.
Il senso illativo, per Newman, è l’uso personale della ragione
per una questione concreta.
Egli insiste sulla natura personale di tale uso della ragione,
citando come autorità in questo senso Aristotele e la Scrittura.
Data la natura personale di tale uso della ragione in riferimento a una realtà
concreta, il ruolo della coscienza nella religione è per Newman inevitabile:
La
grande maestra di religione che portiamo in noi è… la coscienza.
Essa è la nostra guida personale; io me ne servo perché mi servo
di me stesso; non potrei pensare con altra testa dalla mia, come posso
respirare solo con i mie polmoni. Nessun altro mezzo di conoscenza è
così alla mia portata.
Degno di nota è l’uso del termine “conoscenza” nell’ultima frase: in merito alla religione, la coscienza è uno strumento di conoscenza. Ne consegue che la Sacra Scrittura non è una pura raccolta di verità astratte, ma un insegnamento autorevole.
Le
Scritture parlano in questo senso dalla prima all’ultima riga. La Rivelazione
non è una pura raccolta di verità, o un testo filosofico o un
testo dato al sentimento, allo spirito religioso, o una fiumana di massime morali…
è un insegnamento autorevole che fa da testimone a se stesso e mantiene
la sua unità in contrasto con la congerie d’opinioni ammassata
tutto intorno; un insegnamento che parla a tutti gli uomini, sempre e ovunque
nello stesso modo, ed esige d’essere ascoltato con intendimento da coloro
a cui è rivolto: è una dottrina, una disciplina e una devozione
largita direttamente dall’alto.
Questo
punto di vista è, naturalmente, il risultato dell’uso da parte
dello stesso Newman della propria coscienza come strumento di conoscenza. Egli
giunge alla convinzione di questo senso globale grazie, in parte, alla guida
personale della sua coscienza, e a tale convinzione egli dà un reale
assenso.
Newman conclude la sua opera presentando le ragioni per credere nella Chiesa
cattolica come dono provvidenziale di Dio da accettare con fede.
Una fede, comunque, che è associata a un insieme di probabilità
che danno la certezza risultante dall’uso legittimo del senso illativo.
Conclusione
Siamo partiti con una presentazione, nella I Parte, di Genesi 22 con le sfide connesse con l’interpretazione. Date le espliciti connessioni con l’alleanza e il culto, è stata presentata un’esegesi basata sull’accettazione dell’alleanza e del culto come parte di quell’ordinamento religioso di cui l’Antico Testamento è una testimonianza scritta. È stato detto che la risposta appropriata a Genesi 22 è una risposta di fede, una fede che rispecchi quella del protagonista del racconto, Abramo. Il contenuto stesso di Genesi 22 suggerisce questa interpretazione di fede, ma si tratta di una lettura che considera la fede come causa conveniente, non come causa costringente. È stato anche detto che l’accettazione di Genesi 22 in uno spirito di fede è frutto di un’ermeneutica di libera scelta.
Nella II parte è stata suggerita un’interpretazione di Genesi 22 così come vista dall’autore dell’epistola agli Ebrei. Questa interpretazione ruota intorno alla fede di Abramo e al giuramento di Dio fatto allo stesso patriarca dopo che questi ha superato la prova. Il giuramento di Dio in Genesi 22, secondo l’autore di Ebrei, conferisce a Cristo un ruolo che trasforma la discendenza fisica di Abramo a un livello che trascende quello fisico e comprende così tutta l’umanità. Come nel testo originale di Genesi 22, anche nella sua interpretazione in Ebrei la fedeltà di Abramo diventa parte della benedizione espressa dal giuramento. L’interpretazione data dall’autore di Ebrei era vista in funzione della sua fede in Gesù Cristo. Ed è stato indicato come fosse opportuna una lettura del testo accompagnata dalla fede, ma, anche qui, la fede era considerata come il risultato di un’ermeneutica di libera scelta. La fede veterotestamentaria del credente ebreo era incorporata nella fede neotestamentaria del cristiano.
Infine, nella III parte, è stato fatto il tentativo di basare questa ermeneutica di scelta esegetica su un’ermeneutica di precomprensioni/preconcezioni esegetiche. Si è fatto riferimento al libro di John Henry Newman, Grammatica dell’assenso, per mostrare come il “senso illativo” proposto dall’autore fosse un elemento fondamentale per comprendere le precomprensioni di un credente cristiano (nel caso di Newman, del credente cattolico). Data l’importanza della coscienza nella formazione della precomprensione che sta alla base della fede cristiana, diventa qui ugualmente chiaro il ruolo della scelta morale.
Tutto sommato, è l’esegeta come persona a essere responsabile dell’atteggiamento ermeneutico per l’interpretazione di un determinato testo della Scrittura, prima di tutto in considerazione della precomprensione che guida la sua scelta verso un certo tipo di approccio, poi in considerazione della scelta stessa. È evidente che Genesi 22 presenta Abramo come uomo di fede; è evidente anche che l’epistola agli Ebrei presenta Abramo, in Genesi 22, come un uomo di fede, considerando Gesù Cristo come il compimento di quella fede. Ma se l’esegeta debba mettersi in sintonia o meno con questa fede è una questione che dipende dalla sua scelta, una scelta al tempo stesso remota e prossima.
Nell’attribuire un atteggiamento ermeneutico alla scelta personale, non bisogna dimenticare la tendenza del testo stesso: il testo stesso è un invito a condividere la fede dell’autore. È chiaro, dal modo in cui Genesi 22 è costruito e dal modo in cui l’epistola agli Ebrei considera Genesi 22 alla luce di Gesù Cristo, che gli autori di questi testi erano credenti e che li hanno scritti per altri credenti, attuali o potenziali. L’autore dell’epistola agli Ebrei parla spesso di “noi”, cioè di “noi credenti” (cf. 1,2; 2,3; 3,6; ecc.): è un credente, e credenti sono anche i suoi destinatari. Nel loro livello profondo questi testi invitano a condividere la fede dei loro protagonisti, non ad essere dei semplici spettatori di questa fede. Come osserva Kierkegaard in merito al testo biblico sull’obolo della vedova (Marco 12,41-44), accettare il racconto così com’è, cioè presupponendo la fede della vedova, trasforma l’offerta in qualcosa di “molto di più”. Questa è la sfida di Genesi 22, come appare sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
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colui che con “simpatia” accetta il libro e gli riserva un posto
d’onore, colui che, con “simpatia”, accettandolo, fa di questo
libro, attraverso se stesso e attraverso la sua accoglienza, ciò che
il tesoro fece del soldo della vedova: santifica l’offerta, gli dà
significato, e la trasforma in “molto di più”.