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Festa dell’Istituto Biblico: 5 maggio 2006 [97° anniversario della fondazione]

Efrem e la lectio divina all’Istituto Biblico

Conferenza tenuta dal Prof. R.P. Craig Morrison, O.Carm.
nell’Aula Magna dell’Istituto

Prof. Morrison

Eminenza reverendissima [cardinale Albert Vanhoye]
    Padre Rettore, stimati colleghi, cari studenti, ospiti e intervenuti tutti:

Introduzione

Vi ringrazio per questa opportunità di proporre una breve conferenza in questo novantasettesimo anniversario dell’Istituto Biblico, tre anni prima del centenario della sua fondazione.
    Quest’anno, 2006, la chiesa celebra un centenario di sant’Efrem: il 9 giugno sono, infatti, 1700 anni dalla nascita di sant’Efrem, il Siro. Nell’Occidente, Efrem è riconosciuto come dottore della Chiesa, dichiarato così da papa Benedetto XV il 5 Ottobre 1920:

Itaque, Spiritu Paraclito invocato, suprema Nostra auctoritate, sancto Ephrem Syro, Diacono Edesseno, titulum cum honoribus Doctoris Ecclesiae Universalis.

     Nella sua enciclica papa Benedetto XV paragonava sant’Efrem con san Girolamo, scrivendo che entrambi erano eccezionali nello studio e nella conoscenza della Sacra Scrittura — erano due luci brillanti: uno illuminava l’Occidente, l’altro l’Oriente. Il papa, per far capire ai suoi ascoltatori d’Occidente l’importanza di sant’Efrem come biblista, lo mette sullo stesso livello di san Girolamo, biblista assai ben conosciuto. Nonostante questa enciclica, tuttavia, Efrem, l’esegeta, rimane un segreto ben celato in Occidente.
     Due mesi fa è apparso nella biblioteca del nostro Istituto un nuovo volume dal titolo: A History of Biblical Interpretation. Vol. 1: The Ancient Period [Alan J. Hauser and Duane F. Watson, eds.; Grand Rapids MI, 2003]. Gli autori trattano la storia dell’esegesi dall’inizio fino a sant’Agostino. Vi ho cercato il mio amico sant’Efrem, esegeta e dottore della chiesa. Purtroppo, in questo gruppo di esegeti, con Ireneo, Origene, Gregorio di Nazianzo e Teodoro di Mopsuestia non è stato elencato. Non viene considerato. Sfortunatamente, sant’Efrem rimane ancora un segreto in Occidente...
     Le sue opere, però, non possono rimanere sigillate per noi biblisti in questo momento della storia della chiesa post-conciliare, in cui osserviamo un nuovo interesse nella lettura della Bibbia, lettura che va sotto il nome di lectio divina. Papa Benedetto XVI non ha perso l’opportunità di parlare della lectio divina in questo primo anno di pontificato. Prima dell’anniversario della Dei Verbum, nel novembre scorso, in due occasioni il Santo Padre ha parlato della sua speranza in ordine ad una nuova primavera spirituale che potrà fiorire per mezzo della lectio divina nella Chiesa. E nel suo recente messaggio ai giovani per la XXIa Giornata Mondiale della Gioventù ha rivolto l’invito ad acquisire dimestichezza con la Bibbia, suggerendo loro di adoperare la lectio divina come metodo per leggere e pregare la Scrittura. Sant’Efrem ne sarebbe contento!
     Questo nuovo interesse alla lectio divina deriva dallo stesso documento conciliare Dei Verbum (§ 25):

Il Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo». Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque.

     L’espressione “lectio divina” non appare nel documento conciliare. Tuttavia, il significato di questo paragrafo diviene esplicito nel documento L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, del 23 aprile 1993. Questo documento fu scritto dalla Pontificia Commissione Biblica sotto la guida di Sua Eminenza il Cardinale Vanhoye, allora suo segretario. Mentre festeggiamo la Sua elezione, Eminenza, riconosciamo il contributo significativo di questo documento per la vita della chiesa universale. Il documento, come sapete, fa un riassunto e una valutazione dei vari metodi odierni per interpretare la Bibbia. E nell’ultimo capitolo, intitolato Interpretazione della Bibbia nella Vita della Chiesa, la lectio divina viene presentata:

Come pratica collettiva, [la lectio divina] è attestata nel III secolo, all’epoca di Origene; questi faceva l’omelia a partire da un testo della Scrittura letto in modo continuato durante la settimana. Esistevano allora assemblee quotidiane dedicate alla lettura e alla spiegazione della Scrittura.

Lettura continua, assemblee quotidiane dedicate alla lettura e alla spiegazione della Scrittura — sembra un corso di esegesi del Biblico fatto nel terzo secolo. E infatti, da un certo punto di vista, la nostra attività qui rispecchia la lectio divina, almeno come essa veniva fatta da Origene, oppure, come voglio sottolineare stamattina, da sant’Efrem.
   “No!”, direte. Qui al biblico facciamo studi scientifici; la lectio divina si fa in cappella. Sant’Efrem, tuttavia, non vede questo distacco. Per lui la biblioteca e la cappella si abbracciano nella lectio divina. Lo studio e la preghiera si uniscono.

Sant’Efrem e la lectio divina

Sant’Efrem è conosciuto per i suoi inni, madrashe e memre. Scrisse però anche commentari sulla Bibbia, dei quali tre si sono conservati fino ad oggi:

  1. Commentario (poshaqa) sul Genesi;
  2. Un’Esposizione (torgama) sull’Esodo (non completo);
  3. Un Commentario sul Diatessaron              

Nelle introduzioni  a questi commentari, Efrem non rivela la sua metodologia di  interpretazione. Nel suo Commentario sul Diatessaron, ad esempio, inizia subito con la sua esegesi del prologo del vangelo di Giovanni. È solo leggendone il commentario che si può scoprire il suo metodo di interpretazione.  E, in questo processo, il lettore nota la sua vasta conoscenza della Bibbia, come papa Benedetto XV scrisse nella sua enciclica. Efrem vuole spiegare i testi più difficili dei vangeli. E l’unica fonte per interpretare e illuminare il significato del NT è l’AT. Lui, cioè, vede l’AT dietro ogni frase del NT, cosicché la metà del suo commentario sui vangeli tratta dell’AT.
    Ad esempio, Efrem (VI,6-7) arriva a Mt 5,29-30: “Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te…. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te...”. Il testo è difficile e gli esegeti hanno scritto tanto. Il Siro si domanda: Come potrebbe chiederci il nostro Signore di tagliare le membra che lui stesso ha creato? Una buona domanda! In merito a ciò, Efrem si ricorda di Gioele 2,13:

 “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio”.

Osserviamo il suo metodo: il testo è oscuro ed Efrem si chiede come l’AT possa illuminare questo insegnamento del Nuovo. In Gioele 2,13 trova    una soluzione.
     In Gv 5,46 Gesù dice: “Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me perché di me egli ha scritto”. Ma dove Mosè ha scritto di Gesù? Anche gli esegeti oggi si pongono la stessa domanda. Efrem offre un’interpretazione (XIII,11):

Mosè scrisse di me: “Se un profeta sorge ed egli fa segni e miracoli, e poi [i segni] succedono, dovrebbe essere accolto, perché è un profeta. Se no, non dovrebbe essere creduto, perché falso”. Questo è ciò che Mosè ha scritto di me.

Efrem fa allusione a Deuteronomio  13,1-3 per spiegare Gv 5,46.

In Lc 13,33 Gesù, rispondendo alla minaccia di Erode, dice:

Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

Di nuovo gli esegeti si chiedono il significato di queste parole. Dov’è la tradizione che il profeta non può morire fuori di Gerusalemme? Efrem si ricorda di Dt 16,5-6, e scrive (XIV,13):

Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Questo si riferisce al testo che dice: “Non è lecito per voi immolare la pasqua fuori del luogo dove il Signore tuo Dio ha scelto di far abitare il suo nome”.

Ci sono molti altri esempi che dimostrano come sant’Efrem, nel suo Commentario sul Diatessaron, cerca di spiegare passi del NT, ogni crux interpretum, cercando di illuminarli sotto la luce dell’AT.

Ma quale sussidio avrà consultato per trovare migliaia di citazioni ed allusioni prese dall’AT per spiegare il NT? Aveva Bible Works 7.0? Gli bastava un “point and click” per trovare la citazione? Aveva Mandelkern o Even-Shoshan (menziono queste due opere per coloro che hanno più di 50 anni e si ricordano di un mondo biblico senza Bible Works...)? Aveva una biblioteca di commentari sull’AT da consultare? No. Efrem, il Siro, aveva semplicemente letto l’AT. Pensiamo un po’ — lui aveva letto la Bibbia. La Bibbia non era scritta sul suo computer ma nel suo cuore. È ben possibile che Sant’Efrem avesse memorizzato una buona parte della Bibbia. Il frutto di questa conoscenza della Bibbia si vede in tutte le sue opere, in cui il linguaggio è completamente biblico.

Nelle sue opere sant’Efrem ci insegna il primo passo della lectio divina: leggere la Bibbia.

Il contemporaneo di Sant’Efrem, Afraate, rende più esplicito questo consiglio nelle sue Dimostrazioni. (Afraate, conosciuto per le sue 23 “Dimostrazioni”, ovvero, omelie, per la chiesa di Persia all’inizio del quarto secolo.) Nella conclusione della decima Dimostrazione, scritta ai pastori, Afraate offre un ultimo consiglio: (col. 464.21-24):

Rifletti su ciò che ti ho sempre scritto. Dovresti sforzarti di leggere i libri che sono proclamati nella chiesa di Dio.

“Dovresti sforzarti di leggere” in siriaco è wahmayt ‘amel lmeqra’. Questa espressione consiste in un verbo ausiliare (hwa) premesso ad un participio: essa esprime la modalità del “dovere” mentre il participio da un aspetto iterativo. Vuole dire: dovresti continuamente stancarti con la lettura della Bibbia. Cosi Afraate, parlando ai pastori, si associa ad Efrem per indicarci il primo passo sulla strada della lectio divina: leggere la Bibbia!

Ad un certo punto del suo Commentario sul Diatessaron Efrem fa una pausa nella sua esegesi per riflettere su cosa voglia dire leggere la Bibbia. Ci spiega come uno studioso della Bibbia sia in verità uno studente della lectio divina. Scrive (I,18-19):

In tutto il suo lungo Commentario sul Diatessaron, solo qui Efrem rivela il suo concetto di “esegesi”, il suo modo di leggere la Bibbia. Non è la lectio divina dell’Occidente, come noi la conosciamo dalla Scala Claustralium da Guigo II (1140-1193) della Grande Chartreuse, con i quattro gradini, lectio, meditatio, oratio, contemplatio. (Questo schema è il frutto di una lunga storia della lettura della Bibbia, da Origene ad Agostino, Cassiano, i padri del deserto, fino agli ordini religiosi.) Efrem, come poeta teologo, non ha una schema così lineare. Ha invece una metafora. Per fare la sua “lectio divina”, bisogna bere dalla fontana della sacra Scrittura. Quest’immagine della fontana corrisponde ai primi due gradini nella scala della lectio divina d’Occidente, cioè, lectio e meditatio.

Per Efrem, leggere la sacra Scrittura vuole dire incontrare la “vastità” della Scrittura. L’esegeta lascia molto più di ciò che prende. Questo ci fa ricordare Paul Ricoeur quando dice che la sacra Scrittura “donne à penser”, oppure, di David Tracy che la Bibbia è un “classic”. La sacra Scrittura provoca la comunità umana a una profonda riflessione in varie epoche e culture. Il “classic” vuole comunicare e il suo significato non è mai esaurito. Il “classic” resiste ad una definizione finale. Sant’Efrem, non avendo letto né Ricoeur né Tracy, adopera l’immagine della fontana. Essa donne a penser, essa è il “classic” che non permette che qualcuno riesca a bere tutta la sua acqua.

Il primo gradino per sant’Efrem, prendendo in prestito l’immagine della Scala, è di sperimentare, per mezzo della lettura, la “vastità” della parola di Dio. In Occidente, Benedetto XVI ha scritto che il primo gradino, la “lectio”, “consiste nel leggere e rileggere un passaggio della Sacra Scrittura cogliendone gli elementi principali.” Sant’Efrem, poeta, ci spinge alla fontana per bere.

La lectio divina al Pontificio Istituto Biblico

Ma noi, qui, al Biblico, come facciamo questo primo gradino? Come beviamo dalla vastità della sacra Scrittura? La nostra “lectio” è leggere e rileggere il testo nella sua lingua originale, mettere la BHS oppure il Nestle-Aland sotto gli occhi e leggere! Per noi qui, “lectio” vuole dire analizzare parole, riconoscere il predicato di una frase nominale tripartita, apprezzare la modalità di uno yiqtol, trovare una struttura concentrica, distinguere fra il primo piano e lo sfondo di una narrazione: wayyiqtol e wa-X-qatal. Nella nostra “lectio” vogliamo essere sicuri che il testo che stiamo leggendo è il più originario possibile. Guardiamo l’apparato critico, capaci di interpretare le sigle e valutare le letture delle versioni e degli altri manoscritti. Vogliamo apprezzare varie tradizioni conservate nello stesso testo, la voce del cosiddetto Yahwista, la fonte Q o la redazione post-sacerdotale. Questo è il nostro modo di bere dalla fontana. Questo è il nostro incontro con la vastità della Parola. Questo è il nostro primo gradino della lectio divina. E viene fatto in queste aule!

La nostra lectio divina non è quella che si fa in parrocchia, oppure con una comunità religiosa e nemmeno con un gruppo di giovani ad un campo-scuola. Ogni comunità ha la sua capacità di leggere e ricevere il testo. La nostra comunità fa la lectio divina davanti al testo originale ponendo le nostre domande, a volte scientifiche. Non è che la nostra è migliore: no! Ciascuna comunità ha il suo proprio carattere, così come la sua propria lectio divina.

Il secondo gradino: meditatio

Il secondo gradino della lectio divina in Occidente è la meditatio. In un discorso recente alla Catholic Biblical Federation, il cardinale Martini diceva che a livello di meditatio, la domanda è “che cosa vuole dire questo testo a noi”. Diversi gruppi avranno vari metodi e varie esperienze per arrivare a una risposta a questa domanda. Per sant’Efrem nel suo Commentario sul Diatessaron, “meditatio” vuole dire vedere come le singole pericopi facciano parte di tutta la Bibbia. Efrem, cioè, legge la Bibbia come un unico libro, come una narrazione integrale. Per rispondere, quindi, alla domanda: “cosa vuole dire questo testo per noi?”, Efrem vuol dimostrare come ciascun passo della Bibbia contribuisca alla storia della salvezza. L’Antico Testamento e il Nuovo Testamento comprendono un unico racconto di salvezza.

Sant’Efrem così scrive nel suo Commentario (VI,11b):

Senza uno studio corretto, i due Testamenti diventano estranei l’uno all’altro–l’inizio alla fine. Ma con lo studio, diventano uno.

Efrem temeva che l’uomo del suo tempo leggesse i due Testamenti come due opere distinte. Secondo lui, tale lettura indicherebbe una mancanza di studio corretto. Ogni passo della Bibbia presenta un aspetto dell’unica storia di salvezza che unisce i due Testamenti. Così, il bastone nella mano di Mosè steso sopra il Mar Rosso diventa la croce di Cristo. Tutti e due hanno realizzato la salvezza per il popolo di Dio. Efrem sa che l’albero vietato nel giardino in Genesi 2 era un fico, già notato nel Testamento di Adamo, un testo del secondo secolo, e nella letteratura rabbinica. Zaccheo in Luca 19,4, secondo la traduzione della Vetus Syra, salì sul fico, non sul sicomoro, per vedere Gesù. Efrem vede subito un rapporto fra i due alberi. Un albero portò la condanna, l’altro portò la salvezza — “oggi la salvezza è entrata in questa casa” (Lc 19,9). Quando i figli di Zebedeo chiedono i posti principali (“Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”: Mc 10,37), Efrem vede una motivazione sbagliata dietro questa richiesta. Poi dimostra come i figli di Zebedeo abbiano molti amici nell’AT. Lui scrive che al tempo di Sadràch, Mesàch e Abdènego, tutti volevano gettarsi nel fuoco perché sapevano che Dio aveva salvati questi tre. Nello stesso modo, tutti quanti cominciarono a soccorrere i poveri al tempo di Abramo per far venire loro incontro un angelo, come accadde ad Abramo e a Sara. Così, i figli di Zebedeo sono come tanti altri nell’AT la cui la base di comportamento partiva da una motivazione sbagliata.

La sua frase preferita nel Commentario sul Diatessaron è: “Come nell’AT..., così nel NT”. Ovvero: come Isaia fece un segno per Ezekía, spostando il sole (cf. Is 38,8), così, la stella si spostò davanti ai Magi. La Bibbia è un racconto armonioso della storia della salvezza. Sant’Efrem, l’arpa dello Spirito santo, suona ogni corda della Scrittura, dell’Antico e del Nuovo, per comporre un’armoniosa melodia di interpretazione.

La meditatio al biblico

Questa è la risposta di sant’Efrem alla domanda: “cosa vuol dire questo testo?”. È la sua “meditatio”, il secondo gradino della lectio divina occidentale. Noi, al Biblico, abbiamo diverse corde da suonare sulla nostra arpa esegetica. Apprezzare il saggio dottore della chiesa non vuole dire limitarci al suo approccio. Nella nostra meditatio affrontiamo la stessa domanda: “cosa vuole dire questo testo per noi?”. E per rispondere adoperiamo tutti i metodi moderni: il metodo storico-critico, l’analisi retorica, narrativa, semiotica, l’approccio canonico, ecc. Vogliamo scoprire il contesto liturgico per ciascun salmo e conoscere i membri dell’assemblea che hanno ricevuto gli oracoli di Ezechiele. Vogliamo scoprire il mondo di Gesù, l’ebreo palestinese del primo secolo, sapere chi erano i Samaritani per evitare che la parabola del “buon Samaritano” venga ridotta ad una favola carina sulla necessità di essere gentili. Vogliamo scoprire il significato del tradimento di Achitòfel, il Ghilonita, consigliere di Davide. Cerchiamo di spiegare il significato del velo del tempio, squarciato in due, dall’alto in basso. Questa è la nostra meditatio! Viene fatta ogni giorno in quest’edificio, girando per la biblioteca, leggendo i vari commentari, cliccando su Bible Works e, anche, preparandosi per gli esami ormai vicini.

La missione del nostro Istituto partecipa dell’attività della lectio divina, così importante per la Chiesa di oggi. L’acqua della fontana scorre qui ogni giorno e il nostro compito è di bere per quanto possibile, di stancarci con il nostro compito mentre saliamo i primi due gradini della scala, la lectio e la meditatio.

Alcuni consigli di Efrem e di Afraate per questa missione

Oltre alle sue riflessioni sull’esegesi stessa, sant’Efrem offre alcuni consigli per formare l’atteggiamento dell’esegeta verso la sua propria lectio divina. Scrive Efrem: “Rallégrati perché hai trovato piacere, e non lamentarti perché hai dovuto lasciare il resto”. Mi rallegro nel mio piccolo contributo, nel mio lavoro scritto, nella mia tesina, tesi, commentario. Non mi lamento di ciò che ho lasciato non interpretato. La parte lasciata è sempre più grande della parte interpretata. Certo, il nostro obiettivo è di essere precisi e accurati, per quanto possibile. Ma, mentre sto bevendo la mia parte, l’acqua continua a scorrere. E continuerà a scorrere dopo che la mia tesi sarà pubblicata e dopo che la mia vita sarà compiuta. Secondo il nostro saggio, pretendere di offrire un’interpretazione definitiva è come dichiarare prosciugata la fontana. La mia vittoria mi porterebbe solo danno se dovessi vivere nell’illusione di aver dato un’interpretazione finale.

Ringrazia per ciò che hai preso, e non lamentarti per quel resto che non hai potuto prendere. Ciò che hai preso con te è la tua porzione [per oggi]; ciò che hai lasciato, il resto, è la tua eredità.

Afraate condivide pienamente questo punto di vista. Nella sua quinta Dimostrazione, egli fa un’esegesi del libro di Daniele, applicando questo libro, che si presta facilmente a varie interpretazioni, al suo tempo, in cui iniziava la persecuzione dei cristiani sotto il regno dei Sassiani. Nella conclusione della sua lunga esegesi, Afraate fa una riflessione su ciò che ha scritto e che cosa voglia dire essere un esegeta, cioè, fare la lectio  e meditatio (col 236.7-col. 237.6):

Queste cose che ti ho scritto, amico mio, (le cose che sono scritte in Daniele) non ho portato ad una conclusione, ma a questo punto dalla conclusione. Se qualcuno vuole litigare con loro, parla con lui così: “Queste parole non sono concluse [cioè, non è l’ultima parola] perché la parola di Dio è senza confine — anzi: è senza fine. Siccome lo scemo dice, “fino a questo punto la parola [cioè, la sacra Scrittura] arriva, non c’è niente [nella mia interpretazione] da aggiungere o sottrarre.” Ma la ricchezza di Dio non può essere calcolata né compresa. Se prendi un po’ d’acqua dal mare, la sua perdita passa inosservata. Se porti via un po’ di sabbia dal litorale, la sua quantità non viene diminuita. Se cerchi di contare tutte le stelle, non vivrai per finire. Se dall’incendio fai un altro fuoco, l’incendio non è diminuito… Anche se il sole entrasse dalle finestre della tua casa, tutto il sole non entrerebbe dentro.
Queste cose [l’esegesi del libro di Daniele] che ti ho raccontato sono create nella parola di Dio. Quindi, dovresti sapere che nessuno arriva alla parola di Dio, nessuno arriva alla sua fine. Dunque, non litigare su questo dicendo: “Questo è quanto”, oppure, “È sufficiente”.

In questa citazione Afraate gioca con due radici aramaiche, *swk (“la fine”) e *mt’ (“arrivare”), per sottolineare che anche se lui, l’esegeta, è arrivato alla fine della sua “tesina” su Daniele non vuole affatto dire che abbia anche pronunciato l’ultima parola sull’interpretazione di quel libro. Nessuna interpretazione è mai “sufficiente”. L’esegesi è solo un raggio di sole che entra dalla finestra. La parola di Dio rimane come una vasta spiaggia di sabbia: il mortale ne può tenere in mano solo un paio di manciate per volta.

Inoltre, Afraate ha dei consigli per i biblisti mentre stanno facendo la loro meditatio (col. 1045.17-col. 1048.6):

Chiunque legga la Bibbia, cioè, tutti e due i Testamenti, leggendo con convinzione, impara e insegna. Se lui trova qualcosa che non può capire, non riceve istruzione. Se vede che le parole sono troppo difficili per lui e che non può capire il loro significato, dovrebbe dire: “Ciò che è scritto è ben scritto, ma io non sono arrivato alla comprensione.” E se chiede ai saggi esegeti che insegnano la dottrina del testo che è troppo difficile per lui, e su una parola dieci saggi gli danno dieci punti di vista, può accettare quello che gli piace. E non dovrebbe deridere i saggi per quelle che non gli piacciono, perché la parola di Dio è come una perla, da qualsiasi punto di vista si giri, la sua apparenza rimane splendente.

Cosa faccio quando, nella mia meditatio, arrivo ad una pericope troppo difficile? Primo passo: ammetto, “non posso comprenderlo”, e allo stesso tempo confesso che il testo è ben scritto. (Questo consiglio mi aiuta ad evitare la tendenza di riscrivere la Bibbia come mi piace, per fare poi un’esegesi sul testo che ho scritto io.) Poi, vado a consultare esperti. Se su una parola dieci esperti mi danno dieci risposte diverse, non disprezzo le risposte che non mi piacciono. Questo non vuol dire che qualsiasi interpretazione sia accettabile. Afraate è più preoccupato per l’atteggiamento del deridersi gli uni gli altri. Tale atteggiamento non promuove l’esegesi. Dopo tutta questa ricerca, cioè la mia “meditatio”, mi ricordo che la Bibbia è una perla: in ogni angolo rimane splendida.

l terzo e il quarto gradino della lectio divina occidentale

Quindi, la nostra missione al Pontificio Istituto Biblico è di fare bene i primi due gradini della lectio divina, la lectio e la meditatio, di leggere la Parola con attenzione e di interpretare la Parola con competenza. Come sapete, in Occidente la scala viene completata con due altri gradini, l’oratio e la contemplatio. Il cardinal Martini, sempre nella sua comunicazione alla Catholic Biblical Federation, afferma: “Con le parole ‘contemplatio o ‘oratio’ voglio dire il momento più personale della lectio divina, in cui entro in dialogo con Colui che parla con me per mezzo di questo testo e per mezzo di tutte le Scritture.”  

Sant’Efrem, come poeta, ha un’altra metafora che corrisponde a questi due ultimi gradini, “contemplatio” e “oratio”. La sacra Scrittura è uno specchio in cui i fedeli sono invitati a guardare. Egli ci spiega la funzione di questo specchio in una esegesi sull’inizio del vangelo di Luca: l’annunciazione a Zaccaria (Luca 1,18-20):

Zaccaria disse all’angelo: “Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni”. L’angelo gli rispose: “Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo”.

Perché Zaccaria viene reso muto? Gli esegeti moderni offrono varie interpretazioni. Anche Efrem nota la questione. (Una cosa che constato nell’esegesi di Efrem è che lui, quasi sempre, pone delle domande provocatorie al testo, e che le sue domande sono a volte più interessanti delle sue risposte.) Il Siro offre una soluzione (Commentario sul Diatessaron I,21):

Zaccaria consolava coloro che erano senza figli per mezzo di Abramo, loro padre, e consolava donne che erano prive di figli per mezzo di Sara, loro madre, quando egli si mise, insieme con sua moglie, nella loro immagine, perché Abramo e Sara erano i loro antenati comuni. Come uno specchio comune, il loro ruolo di antenati era messo in mezzo a tutti. Gli occhi di tutti gli uomini e le donne sterili guardavano in questo specchio per essere consolati, come nel caso d’Isacco, che dopo novantanove anni (età di Abramo), era rappresentato in esso (lo specchio). Nonostante Zaccaria guardasse lo specchio a causa della sua fede, egli dubitava dello specchio a causa della sua età.

Dov’è, dunque, l’errore di Zaccaria? Efrem spiega: se Zaccaria avesse guardato bene nello specchio dell’AT, avrebbe saputo come rispondere. Zaccaria doveva interpretare gli avvenimenti della sua vita sotto la luce di Abramo e Sara. Così, guardando in questo “specchio”, avrebbe visto che Abramo generò Isacco a novantanove anni. E riconoscendo se stesso in Abramo, non sarebbe stato incredulo davanti all’angelo Gabriele.

In vari passi delle sue opere, sant’Efrem fa riferimento alla sacra Scrittura come a uno specchio. Questo specchio interpreta la vita quotidiana. Tornando alla scala della lectio divina d’occidente, il terzo e il quarto livello (l’oratio e la contemplatio) sono il momento del dialogo con Dio. Per sant’Efrem, oratio e contemplatio richiedono che io tenga lo specchio della Parola di Dio nelle mie mani. Così posso vedere come Dio abbia guidato la storia e come continui a guidarla tutt’ora. Questo fu l’errore del muto Zaccaria.

Questa parte della lectio divina va oltre le competenze del nostro Istituto. Il nostro impegno, però, è di tenere lo specchio lucido. I professori aiutano gli studenti a lucidare lo specchio per mezzo degli esami! Più difficile è l’esame, più lucido diventa lo specchio! Col suo specchio lucido, lo studente vede bene la parola di Dio, ed è pronto a offrire un’interpretazione per la propria vita e per la vita della Chiesa. E anche se l’oratio e la contemplatio non fanno parte degli esami al Biblico, fanno parte dell’esame della vita cristiana nella Chiesa.

Conclusione

In Occidente la lectio divina si trova nella Scala Claustralium: lectio, meditatio, oratio, contemplatio. Efrem, l’arpa di Dio, poeta teologo, propone la fontana e lo specchio. Dalla fontana beviamo la nostra parte e interpretiamo la parola di Dio. Nello specchio vediamo i segni del nostro tempo rispecchiati nella storia della salvezza. Così la fatica in biblioteca, la nostra lectio e mediatio, e la preghiera in cappella, la nostra oratio e contemplatio, si abbracciano nell’attività della lectio divina.

Il dovere della lectio divina, implicita nella Dei Verbum ed esplicita nell’Interpretazione della Bibbia nella Chiesa, oggi riceve una nuova spinta da papa Benedetto XVI, quando prevede, per mezzo di essa, una primavera spirituale. Noi, qui al Biblico, abbiamo un ruolo particolare da esercitare affinché questa primavera fiorisca. Saliamo bene il primo gradino della lectio divina con una lettura intensiva della Parola. Continuiamo la salita con una meditatio, una esegesi accurata sul “che cosa voglia dire”, mediante tutti i nostri sussidi e metodi. Avendo bevuto bene dalla fontana, saremo ormai pronti a guardare dentro lo specchio per interpretare la Parola per il nostro tempo. Ma guardiamo bene in questo specchio, cosicché, uscendo da questa scuola, non saremo come Zaccaria, muti, davanti ad un mondo che cerca di interpretare i segni del nostro tempo sotto la luce della Parola di Dio.

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