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DISSERTAZIONI DI DOTTORATO
2020-2021

GALAZZO Maurizio La voce di Paolo nel «tempo della dipartita» (2Tm 4,6).
Riscritture testamentarie nel corpus pastorale

Mod.: Prof. R.D. Pasquale BASTA

Le Lettere Pastorali, e 2Tm in particolare, possono essere lette come documenti pseudepigrafici prodotti in ambito paolino in conseguenza della morte dell’apostolo. Proprio perché suppone la fine dell’esistenza di Paolo, con l’avvio di una stagione nuova, l’operazione messa in atto dallo pseudepigrafo è quella di una ri-scrittura del patrimonio costituitosi nella comunità apostolica: una “ripresa variata” dell’apostolo e del bagaglio vetero- e neotestamentario. Tale riscrittura si tinge di tonalità testamentarie, ossia – sfruttando la ricca tavolozza dei generi testamentario ed epistolare – si preoccupa di affrontare il problema dell’assenza incolmabile di un Paolo che, anche dopo la sua morte, deve rimanere riferimento fondamentale.

I capitoli introduttivi (I e II) dapprima rileggono in chiave contemporanea le prime indagini che, a partire da Schleiermacher, hanno rintracciato nelle Pastorali i segni di una produzione pseudepigrafica, e propongono quindi un’indagine trasversale di testi classici, neotestamentari (2Ts in particolare) e patristici. Si può parlare di una circolarità ermeneutica tra la fedeltà all’apostolo e il sensus ecclesiæ: l’accoglienza canonica di uno pseudepigrafo paolino non è una possibilità eccentrica, ove in esso la comunità legga una doppia corrispondenza al magistero autentico dell’apostolo e alle proprie esigenze.

Nei due capitoli seguenti, con F. Bovon e D. Marguerat, si collocano le Pastorali all’interno del polo dottorale della ricezione paolina. Le Pastorali si situano all’intersezione di poli preesistenti (i “documenti” del corpus paulinum e il “monumento biografico” di Paolo in At) e operano una riscrittura che mostra – in 2Tm soprattutto – meccanismi tipici della letteratura epistolare di taglio testamentario. Essa (che si rintraccia anche in 2Pt o nella cosiddetta Lettera di Baruc in 2Bar 78 –87) si caratterizza per la doppia funzione di memoriale e di riscrittura nei confronti di un’ormai conclusa “età dell’oro”. La riscrittura pastorale va collocata in uno sviluppo organico del paolinismo: in essa è custodita un’intenzione di fedeltà a Paolo, che ne qualifica le parole con gli attributi testamentari dell’autorevolezza delle parole “ultime” di un patriarca.

Il capitolo V è dedicato a 2Tm 4,6-8 e all’analisi di due termini peculiari di 2Tm 4,6, il verbo σπένδω e il sostantivo ἀνάλυσις. In questi versetti (“testamento-nel-testamento”), da un lato si riscrive il tema sacrificale di una vita offerta a Dio e ai fratelli, già riscontrato in Rm e soprattutto in Fil 1 – 2; dall’altro si riprende la prospettiva testamentaria di At 20 (il “discorso di Mileto”) qualificando anche la morte dell’apostolo all’interno di un meccanismo di offerta di sé.

L’ultimo capitolo fa dialogare 2Tm 1 con Rm interpretandone alcune assonanze alla luce della riscrittura testamentaria. Un ruolo importante è giocato dalla tipologia mosaica, che in 2Tm si affaccia variamente: ne è cardine il confronto con Paolo, modello che configura il pastore nel segno della figliolanza e, dunque, della custodia fedele di un patrimonio definitivamente consegnato dal patriarca ai suoi eredi.

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