Solenne atto accademico per il 100° Anniversario
della fondazione dell'Istituto
Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana
giovedì, 7 maggio 2009


  Saluto del P. Rettore, R.P. José María Abrego de Lacy, S.J.

Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Biblico,
Vice Gran Cancelliere
Eminenze,
Eccellenze Reverendissime
Eccellenze,
Autorità Accademiche dell’Istituto, degli Atenei e Collegi a noi vicini
Professori, Studenti, alumni/e e Collaboratori dell’Istituto Biblico
Signore e Signori

Oggi per l’Istituto Biblico è una giornata di festa, di grande festa, perché ci permette di ringraziare il Padre di ogni bontà per i frutti concessi al lavoro svolto nel nostro Istituto in cento anni. E perché lo abbiamo sempre sentito vicino.

La nostra allegria è ancora più grande per la vostra compagnia, che, oltre all’onore che per noi significa, ci permette di allargare la nostra gioia. Vi ringraziamo di cuore. La vostra non è certo una presenza che ci lascia indifferenti. La apprezziamo come segno della vostra stima al servizio della Parola di Dio che l’Istituto svolge nella Chiesa.

La festa del Centenario ci permette di volgere lo sguardo alla storia, al passato, a far memoria di quello che è accaduto tra di noi. Guardando un po’ indietro, infatti, non è difficile contemplare l’im­men­sità del lavoro compiuto nello studio e nell’insegnamento della Bibbia. In quasi tutti i paesi del mondo sono aumentati in modo esponenziali le risorse e le capacità della produzione esegetica. L’at­teg­giamento della comunità credente di fronte alla Sacra Scrittura è molto diverso cambiato a cento anni fa. È il frutto della volontà dei Sommi Pontefici a partire da Leone XII e di S. Pio X che costituirono la Commissione Biblica e l’Istituto Biblico. Poi, è stato principalmente il Concilio Vaticano II a far rifiorire l’esegesi e, soprattutto, l’accostamento del Popolo di Dio alla fonte viva della Scrittura. Un cambiamento in fondo provocato dallo stesso Spirito che ispirò le Sacre Scritture. In questo sviluppo, però, l’Istituto Biblico è stato sempre un punto di riferimento, e anche obiettivo di polemica e dissenso. Il libro che ha scritto il P. Gilbert sulla storia di questi cento anni ne rende testimonianza documentata. Il lavoro eseguito è stato enorme. Tanto meraviglioso quanto scarsi sono stati i mezzi a disposizione e piccoli i protagonisti della storia.

La festività del Centenario è per l’Istituto Biblico come una pietra miliaria nella sua esistenza, un momento nel quale si guarda la storia e si raccolgono insieme i dubbi, le insicurezze, le forze e le possibilità del presente. Lo spirito celebrativo ci permette anche di guardare con speranza e nuovo dinamismo le sfide del futuro. La realtà ci offre sempre delle possibilità e disfide nuove che bisogna analizzare, discernere, valutare. È in questo momento che sorgono dubbi e incertezze che vanno affrontati; altrimenti restano come sterili preoccupazioni o minacce. Il nostro sguardo verso il futuro è consapevole delle nostre debolezze. Non ci sostiene però la fiducia nelle nostre forze. La missione ricevuta cento anni fa la sentiamo rinnovata nei nostri giorni nel fatto che il Santo Padre, Benedetto XVI, ha immediatamente accordato di riceverci in udienza speciale e la abbiamo visto riassunta per la Compagnia di Gesù come prioritaria nella sua ultima Congregazione Generale. Questa missione vissuta con fedeltà durante un secolo di storia, ci permette sperare che anche nel futuro il Creatore continuerà a produrre vita col suo Spirito e a trasformare il nostro sforzo in annunzio della sua Parola. La missione non è nostra, non l’abbiamo creata noi. Ci è stata confidata.

Il nostro lavoro si centra sulla investigazione e la formazione dei futuri esegeti del testo biblico, degli insegnanti della Bibbia. Per mezzo di loro arriva il nostro servizio ecclesiale alla sua pienezza. Nel rapporto quotidiano con i nostri studenti e con altri uomini di scienza cresce la preoccupazione per la realtà, rivestita di una profonda compassione per l’umanità, che è sempre stata il vero obiettivo della comunicazione divina. Quando studiamo le Scritture, attenti al soffio nuovo dello Spirito, abbiamo in mente tante comunità cristiane che cercano il cibo spirituale della Bibbia per crescere nella fede e nella speranza. Ci incontriamo anche con molte confessioni religiose che cercano con cuore sincero un rapporto profondo con Dio e fra loro; e nel più profondo del nostro cuore si trova soprattutto l’interesse, la vicinanza e la compassione per un’umanità spezzata a causa dell’ingiustizia; un’umanità che ha sete di Dio, che cerca la fratellanza, la protezione della natura e la pace. Abbiamo futuro poiché tutti ci aspettano, hanno fiducia nel nostro lavoro e ci invitano a presentare in modo credibile la fonte della vera saggezza.

Vogliamo perciò rinnovare oggi il nostro impegno. La Chiesa ha bisogno oggi di uomini di scienza, maschi e femmine, che con fedeltà e coraggio s’impegnino nello studio del testo biblico per scoprire l’esperienza di salvezza della comunità credente che, per tanti secoli e ispirata dallo Spirito, ha cercato di mettere per iscritto il frutto del suo ascolto, il nocciolo del suo annuncio, della sua lode, della sua testimonianza. Una missione alla quale ci consacriamo con timore ma con fiducia, poiché possiamo contare sulla collaborazione di centinaia di persone come voi. La sfida è per tutti noi e tutti noi dobbiamo affrontarla in spirito ecclesiale.

In quest’atto solenne, con lo sguardo fisso nel futuro e in tanti collaboratori, sono lieto di poter annunciare pubblicamente la creazione d’una cattedra, la «Joseph Chair on Biblical Studies». Questa cattedra è stata resa possibile grazie alla generosità di una famiglia che, se, in questo momento, non si trova fisicamente qui con noi tuttavia è molto vicina in spirito, poiché per 20 anni ha reso possibile invitare professori di primo livello e di tutte le confessioni. Il primo direttore della nuova Cattedra sarà il P. Jean-Noël Aletti SJ che, per la sua esperienza come insegnante e per la sua apprezzata ricerca, è creditore del nostro riconoscimento e della stima di coloro che hanno fatto possibile l’istituzione della cattedra. Dopo 5 anni però la cattedra provvederà a fornire una professoressa al corpo docente dell’Istituto. Il progressivo ingresso della donna nell’ambito dell’ese­gesi è un gran dono dello Spirito alla Chiesa e ci permette di sperare che presto una potrà far parte del corpo docente stabile del Biblico. Quest’annuncio mi permette di ringraziare pubblicamente tanti benefattori, individuali e collettivi, che col loro aiuto e il loro apporto generoso sostengono il nostro lavoro, mettendosi così, anche loro, al servizio della Parola.

Nell’Istituto Biblico io ebbi l’opportunità di fare i miei primi passi nel ambito dell’esegesi, ma soprattutto imparai l’amore per la Parola, la venerazione per il testo e il vero valore dell’ascolto della Parola. Per ascoltare è necessario il silenzio, quel silenzio che tralasciando altre parole apre l’intelletto al lavoro critico e dettagliato, senza artifici e poco riconosciuto, e che soprattutto apre il cuore all’assimi­lazione, alla propria conversione. Un Silenzio che fa dell’esegeta un vero profeta, lo converte in annunziatore della Salvezza per tutti gli uomini, che oggi come sempre hanno bisogno di trovare il Signore presente nella vita e di ascoltare il suo Verbo creatore, liberatore, salvatore.

Non avrei mai immaginato che avrei dovuto celebrare la festa del Centenario dell’Istituto Biblico facendone parte. Perché non mi sento degno di partecipare in tutto il lavoro svolto per lungo tempo, cento anni appunto, e per tante persone. Lavoro austero, pieno di dedizione e amore per la Parola di Dio, svolto nel silenzio della ricerca e dello studio; lavoro centrato innanzitutto sul testo biblico, per cercare il suo senso vero e trarne le conseguenze teologiche; lavoro anche preoccupato di portare la Parola alla società dei nostri giorni, di ascoltarla oggi insieme ai credenti, di condividere il suo messaggio con gli uomini di buona volontà e di proclamarla di nuovo con forza profetica nell’annuncio della salvezza dei poveri, degli afflitti, dei soli, di coloro che soffrono le conseguenze del peccato; lavoro ecclesiale che cerca di far rispecchiare nella cultura odierna la parola di creazione e di salute, indirizzata a tutti i popoli e a tutte le culture. Lavoro svolto nella consapevolezza che non siamo soli: infatti, è un lavoro ecclesiale anche perché è sostenuto da tanti amici, collaboratori e benefattori, con alcuni dei quali oggi condividiamo questo momento di gioia.

Vorrei concludere citando alcune parole che Benedetto XVI rivolse ai membri della Congregazione Generale della Compagnia di Gesù e che possiamo sentire come indirizzate a noi:

Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri confratelli a continuare sulla strada di questa missione, in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in particolare per raggiungere quei luoghi fisici e spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad arrivare. E poi dettaglia, citando a Paolo VI: nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo.

Cento anni di storia, che non nascondono il lavoro e le sofferenze indispensabili per ravvivare incessantemente la lettera, accogliendovi lo Spirito del Signore, come disse il P. Kolvenbach. Ma Cento anni di storia che ci permettono di guardare al futuro con fiducia. Voglia il Signore benedire il servizio del Pontificio Istituto Biblico e a tutti coloro che lo formano o che lo sostengono.
Tante grazie.


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Maurice Gilbert, S.J.
Il Centenario dell'Istituto Biblico

Con la sua consueta finezza e concisione, il Padre Peter-Hans Kolvenbach, nostro precedente SuperioreGenerale, diceva nel 1989 : «La storia movimentata dell’esegesi biblica, alla quale l’Istituto Biblico partecipa in modo privilegiato, non nasconde affatto il lavoro e le sofferenze indispensabili per ravvivare incessantemente la lettera accogliendovi lo Spirito del Signore».
Descrivere rapidamente la parte che l’Istituto Biblico ha avuto in questa storia richiede onestà intellettuale nella ricerca della verità storica. Questo è stato possibile grazie ai ricchi archivi dell’Istituto, sia a Roma che a Gerusalemme. Fino ad oggi, nessuno li aveva consultati, salvo per una circostanza, quando nel 1954, il P. Ernst Vogt, allora rettore del Biblico, aveva ricordato il ruolo di Pio X nella fondazione dell’Istituto.

IERI
Tre periodi della nostra storia centenaria rimanevano poco conosciuti o vittime di leggende non provate.
I. – Il primo riguarda le origini dell’Istituto a Roma e a Gerusalemme. Il P. Vogt aveva aperto la strada, ma era necessaria una maggiore precisione. C’era stata prima di tutto la volontà di Leone XIII nel 1903, volontà costante durante i sei ultimi mesi del suo lungo e fruttuoso pontificato. Egli voleva a Roma un istituto di studi superiori sulla Bibbia, in grado di rispondere ai bisogni dell’epoca di grandi scoperte archeologiche, paleontologiche e nelle scienze naturali, ma anche capace di rispondere ad un razionalismo che proponeva una lettura riduttiva della Scrittura. Il P. Ferdinand Prat, gesuita francese, era stato incaricato di preparare un progetto, una sorte di statuto organico di un tale istituto, un abbozzo veramente serio, che ottenne il gradimento della Pontificia Commissione Biblica, creata dallo stesso Leone XIII nell’ottobre 1902. La morte, avvenuta nel luglio 1903, aveva però impedito al pontefice di realizzare il suo ultimo sogno.

Pio X lo riprese immediatamente, ma, per mancanza di fondi, dovette rimandarne l’esecuzione a una data successiva. Un primo tentativo di soluzione si ebbe con la creazione nel 1908, all’Università Gregoriana, di un programma speciale di studi biblici che intendeva preparare una ventina di candidati agli esami che, fin dal 1904, la Commissione Biblica imponeva in vista di un diploma in scienze bibliche. Il cardinale Rafael Merry del Val, Segretario di Stato di Pio X, ne aveva suggerito la realizzazione al P. Lucien Méchineau, gesuita francese, che insegnava proprio alla Gregoriana fin dal 1906. Méchineau ne parlò al Padre Generale Franz Xaver Wernz nel settembre 1907, proponendogli anche, nell’aprile 1908, il programma di questo nuovo «Cursus superior Scripturae Sacrae», ma, per farlo funzionare, si richiedeva, a suo parere, un professore in più e propose il P. Leopold Fonck.

Questo ultimo, che aveva allora quarantatre anni, si era già fatto un nome a Innsbruck, dove insegnava dal 1901. Nel 1906, vi aveva creato un «Seminario biblico-patristico» per il quale aveva ricevuto le congratulazioni di Pio X. Dottore in filosofia e in teologia della Gregoriana, ordinato sacerdote della diocesi di Münster nel 1889, era entrato nella Compagnia di Gesù tre anni dopo. Dal 1894 al 1899, aveva completato la sua formazione, in particolare con un lungo soggiorno nel Vicino Oriente e con tre anni di studio in assiriologia ed egittologia a Berlino e a Monaco. Nel 1906, aveva già pubblicato cinque libri e parecchi articoli, compresi alcuni di ermeneutica biblica apparsi ne La Civiltà Cattolica. Una forza della natura, eccellente organizzatore, il P. Fonck era un polemista vigoroso, difensore scontroso della tra­dizione esegetica e già avversario accanito del P. Marie-Joseph Lagrange, fondatore nel 1890 dell’École Biblique dei Domenicani di Gerusalemme: nel 1905 Fonck l’aveva criticato.

Il P. Méchineau riferiva al P. Fonck, nel settembre 1908, che la scelta del suo nome rispondeva a tre criteri imposti dal Vaticano: 1. che fosse conservatore, 2. che fosse conosciuto come tale, e 3. che ci fosse ogni garanzia che non sarebbe cambiato!

Infatti, fin dal 1903 era scoppiata la crisi «modernista». Nel 1907, il decreto «Lamentabili» del Sant’Uffizio, poi l’enciclica «Pascendi» di Pio X, senza dimen­ticare le prime risposte della Commissione Biblica, avevano messo una sorta di bavaglio all’esegesi scientifica. Alla Commissione Biblica, il P. Prat fu rapidamente sostituito nel 1906 dal P. Méchineau, e poi, nel 1908, dal P. Fonck appena arrivato a Roma.
Alla Gregoriana, il nuovo «Cursus superior Scripturae Sacrae» funzionò regolarmente durante il primo semestre, ma, nel corso del secondo, la salute del P. Méchineau cedette: eppure aveva solo cinquantanove anni.

Ora, fu proprio all’inizio di questo secondo semestre, esattamente il 14 febbraio 1909, che il P. Fonck propose a Pio X la creazione di un istituto biblico propriamente detto. All’epoca, il P. Fonck ignorava il progetto del P. Prat, e l’atmosfera ecclesiale era molto cambiata. Nel suo progetto, tutto sommato abbastanza vago, il P. Fonck parlava di turbamenti nella Chiesa e di fedeltà alle norme stabilite dalla Santa Sede; questo istituto non avrebbe rilasciato alcun grado accademico; gli esami che portavano al suo conseguimento sarebbero stati sostenuti davanti alla Commissione Biblica; l’istituto avrebbe offerto corsi ed esercitazioni, avrebbe goduto di una buona biblioteca e pubblicato libri di sana dottrina in materia biblica.

Pio X dichiarò immediatamente: «Sì, lo facciamo». E iniziarono le trattative sulle quali il P. Fonck manteneva il controllo. Un vescovo sempre generoso nei confronti della Santa Sede, Mons. Theodor Kohn, di Olmuz, fu contattato lo stesso 14 febbraio dal P. Fonck e c’è da pensare che diede senza indugio un primo aiuto finanziario. Il 30 marzo, il P. Fonck sottomise a Pio X un primo abbozzo di lettera di fondazione: aveva già come titolo «Vinea electa», e l’Istituto era affidato alla Compagnia di Gesù. Finalmente, dopo alcune peripezie dell’ultimo minuto, il documento pontificio apparve ne L’Osservatore Romano il 30 maggio 1909, festa di Pentecoste, ma portava la data del 7 maggio, primo venerdì di quel mese.

Il primo anno accademico iniziò il 5 novembre nel Collegio Leoniano, nel quartiere detto «Prati». Nei mesi precedenti era stato necessario preparare tutto. Non disponendo l’Istituto di un proprio edificio, i corsi del mattino si sarebbero tenuti alla Gregoriana, in Via del Seminario, n. 120, e i seminari del pomeriggio nel Collegio Leoniano. P. Fonck poté comprare seimila libri e sottoscrivere l’abbona­mento a circa trecento riviste: questa biblioteca embrionale fu installata nel Collegio Leoniano. In ottobre, il corpo docente era determinato: dieci gesuiti, dei quali due per l’esegesi, i Padri Méchineau e Lino Murillo, ambedue molto tradizionalisti, ma anche il P. Anton Deimel per l’assiriologia. Infatti, l’orientalismo era già bene rappresentato. Infine, nel giorno dell’apertura, il 5 novembre, gli studenti ordinari erano quarantasette, tutti dottori in teologia, su un totale de centodiciassette iscritti. Un successo, dunque. Tra gli studenti di questa prima ora, osservo il futuro cardinale Achille Liénart, Lucien Cerfaux, Joseph Bonsirven e anche Felice Cappello, il futuro canonista della Gregoriana.

Il palazzo Muti Papazzurri fu comprato dalla Santa Sede solo il 1° luglio 1910. Ma era necessario adattarlo alla nuova destinazione, in particolare con la costruzione, nel cortile interno del palazzo, di un’«Aula Magna» e, sopra di essa, della biblioteca; l’inaugurazione ufficiale avvenne perciò soltanto il 25 febbraio 1912. La famiglia du Coëtlosquet, di Nancy, in Francia, aveva generosamente coperto tutte le spese.

I primi due decenni dell’Istituto furono caratterizzati da due problemi fondamentali. Il primo era l’orientamento chiaramente antimodernista dell’esegesi che vi si praticava. Di questo periodo è sopravvissuta soltanto la Grammaire de l’hébreu biblique del P. Paul Joüon, pubblicata nel 1923. L’Istituto, bloccato nell’esegesi, si riscattava con la filologia. Il secondo problema era quello dei gradi accademici. Al momento della fondazione, nel 1909, era inteso che li avrebbe conferiti solo la Commissione Biblica. Tuttavia, già nel 1914, il P. Fonck percepì chiaramente che questa dipendenza era anomala, ma senza successo: malgrado l’insistenza del Padre Generale Wlodimir Ledóchow­ski, Benedetto XV non ne volle sapere, anzi questa dipendenza si rafforzò ulteriormente. Si dovette aspettare fino al 1928: quell’anno, Pio XI, un vero uomo di scienza, creando il Consorzio della Gregoriana, del Biblico e dell’Orientale, decise l’autonomia totale del Biblico, con il permesso di conferire tutti i gradi accademici.

A Gerusalemme, non era stato possibile aprire la succursale dell’Istituto prima del luglio 1927, a conclusione di peripezie abbastanza incredibili. Responsabile ne era stato il P. Fonck: mentre a Roma aveva avuto successo, nel Vicino Oriente aveva esacerbato la situazione, tanto era viscerale la sua opposizione al P. Lagrange. Già nel 1909 si percepiva a Roma la necessità di offrire agli studenti dell’Istituto la possibilità di un lungo soggiorno nella terra biblica. Ben presto aveva preso forma un primo progetto: nel 1911, il P. Fonck, con il consenso del Vaticano e del Padre Generale, concluse un accordo con la facoltà orientale dell’Università San Giuseppe dei gesuiti di Beirut, dove i nostri studenti avrebbero seguito, da ottobre a marzo, dei corsi pratici di lingue e di archeologia. Egli prospettava, inoltre, la creazione della succursale dell’Istituto sul Monte Carmelo: gli studenti vi avrebbero dimorato da aprile a ottobre, visitando al tempo stesso il paese. Ma l’opposizione dei Padri Carmelitani portò a scegliere Gerusalemme come luogo per una tale sede. Nel maggio 1912, il P. Fonck pensava al terreno che l’Istituto occupa attualmente, anzi il suo progetto era più modesto di quello poi realizzato nel 1927. Nel marzo 1913, però, mentre il P. Lagrange si era allontanato dall’École Biblique dopo l’interdetto pronunciato contro alcuni suoi libri, il P. Fonck abbandonò la sua prima idea per scegliere un ampio terreno di undici ettari a due chilometri dalla città vecchia. Per acquistarlo, i gesuiti procedettero con la massima segretezza, ma la guerra del 1914 fermò tutto.

Fin dal 1913, era stato incaricato delle trattative il P. Alexis Mallon. Questo gesuita francese, che non aveva ancora quaranta anni, era un esperto di copto e certamente più pacifico dell’impetuoso Fonck. Durante la Grande Guerra, il P. Mallon dovette anche lui lasciare Gerusalemme. Vi rientrò solo nel dicembre 1919. Nel frattempo, il P. Andrés Fernández, successore del P. Fonck come rettore del Biblico, prese chiaramente posizione contro il grande progetto del P. Fonck che spaventava il Maestro Generale dei Padri Domenicani, il P. Aloisio Theissling. Furono proprio le apprensioni espresse da questo ultimo a indurre la Santa Sede a domandare al P. Fernández un parere autorevole, che Benedetto XV seguì nella lettera da lui mandata al rettore nel giugno 1919: a Gerusalemme ci sarebbe stata soltanto una succursale.

Tuttavia il P. Fonck sosteneva ancora il suo progetto di un grande istituto biblico a Gerusalemme. Nel 1924, il P. John J. O’Rourke divenne rettore dopo il P. Fernández. Di temperamento più deciso, egli sosteneva il parere del P. Mallon, secondo il quale si doveva tornare al terreno modesto che il P. Fonck aveva proposto già nel 1912. Il P. Fonck, però, non cedeva, malgrado la lettera del Papa, così che, per vederci più chiaro, il Padre Generale Ledóchowski mandò a Gerusalemme il suo Assistente, il P. Norbert de Boynes, e costui appoggiò la scelta del P. Mallon, escludendo quella del P. Fonck. Questo accadde nel febbraio 1925. Finalmente, nel mese di ottobre dello stesso anno, fu posta la prima pietra della succursale, benedetta dal Patriarca latino. Quattro anni dopo, il P. Mallon scopriva, nella valle del Giordano, il sito archeologico preistorico di Teleilat Ghassul.

II. – Il secondo periodo, alquanto difficile, comincia nel 1937, mentre il P. Ago­stino Bea dirigeva l’Istituto. Prosegue in tre fasi, che ebbero tutte e tre lo stesso scopo, il rifiuto dell’esegesi scientifica. Gli avvenimenti raccontati qui sono più conosciuti dei precedenti, ma è utile ricordarli, con alcune precisazioni.

Ci furono anzitutto, dal 1937 al 1941, delle prese di posizione contro l’esegesi scientifica. Provenivano da un sacerdote napoletano, Dolindo Ruotolo, che, sotto lo pseudonimo di Dain Cohenel, pubblicava commenti dei libri dell’Antico Testamento: appoggiandosi sulla Volgata, proponeva interpretazioni di tipo allegorico e psicologizzante. Il P. Alberto Vaccari, vice rettore dell’Istituto, li aveva sconsigliati, ma alcuni vescovi presero le difese del Ruotolo e giunsero al punto di criticare Pio XI per il suo sostegno pubblico ai lavori del Biblico. La crisi raggiunse il culmine quando, nel maggio del 1941, un libello anonimo che riprendeva le idee del Ruotolo ebbe un’ampia diffusione a Roma e tra i vescovi italiani. Questo era troppo: nell’agosto, la Commissione Biblica, con l’accordo di Pio XII, rifiutò punto per punto le asserzioni del libello, e questo fu il punto di partenza dell’enciclica «Divino afflante Spiritu» che Pio XII pubblicò nel 1943.

Le opposizioni ricominciarono a partire dal 1954, mentre, sotto l’impulso del P. Vogt, successore del P. Bea, il Biblico metteva in pratica le raccomandazioni dell’enciclica di Pio XII. Il principale contestatore era Mons. Antonino Romeo: nel 1927 aveva ottenuto la licenza al Biblico con un modesto risultato ed era all’epoca Assistente di studio presso la Congregazione dei Seminari e delle Università. I suoi attacchi integralisti contro il Biblico erano sornioni. Tutta­via, nell’ottobre 1955, il Padre Generale John Janssens, con tono paterno, pur ricono­scendo l’infondatezza delle accuse, pensò utile raccomandare la prudenza ai profes­sori del Biblico. Nel 1957, Mons. Romeo riprese le sue critiche, contestando allora il primo volume della nuova Introduction à la Bible, pubblicata à Parigi sotto la direzione di André Robert e André Feuillet. Anzi, il 2 luglio 1958, L’Osserva­tore Romano pubblicò in prima pagina una diatriba contro questa introduzione. Avvisato da un cardinale scandalizzato e allarmato, forse il cardinale Joseph-Ernest van Roey, di Malines, in Belgio, Pio XII intervenne con una lettera di sostegno agli esegeti mandata al congresso biblico internazionale tenuto a Bruxelles nell’agosto 1958.

Sotto Giovanni XXIII, gli attacchi ebbero conseguenze più drammatiche. Nel 1960, don Francesco Spadafora criticò aspramente l’esegesi di Romani 5,12 che proponeva il P. Stanislas Lyonnet sul peccato originale, e Mons. Romeo se la prese con l’interpretazione del passo sul primato di Pietro in Matteo 16,16-18 data l’anno precedente dal P. Max Zerwick. Ambedue gli oppositori in realtà snaturavano l’esegesi oggetto della loro critica. Poi, nell’agosto 1961, il cardinale Ernesto Ruffini pubblicò ne L’Osservatore Romano un violento attacco contro i generi letterari, in particolare contro i Padri Lyonnet e Zerwick. Parecchie volte, il P. Vogt aveva difeso lealmente l’ortodossia dei due professori del Biblico; malgrado, però, i passi del Padre Generale anche presso Giovanni XXIII, i due padri incriminati furono obbligati, per ordine, non motivato, del Sant’Uffizio, a sospendere il loro insegnamento esegetico all’Istituto. Questa proibizione durò due anni, dal 1962 al 1964, fino a quando il P. Roderick A.F. MacKenzie, nuovo rettore del Biblico, intervenne personalmente e a viva voce presso Paolo VI nel febbraio 1964.

III. ­– Il terzo periodo cruciale della storia dell’Istituto Biblico si svolge durante il concilio Vaticano II.
Nell’aprile 1960, come tutte le facoltà ecclesiastiche, il Biblico aveva mandato il suo «votum» alla Commissione preparatoria del concilio. Questo testo toccava, effettivamente, le principali questioni che i padri conciliari avrebbero discusso presto: l’ecumenismo, il rifiuto di ogni tipo di antisemitismo, il rigetto della teoria delle due fonti della rivelazione, la storicità dei vangeli, la conferma dell’enciclica «Divino afflante Spiritu» e una revisione dei metodi del Sant’Uffizio. Su tutti questi punti, il concilio avrebbe dato ragione al Biblico.

Tuttavia, durante il concilio stesso, il Biblico non intervenne mai direttamente. Nel corso della prima sessione, nel 1962, soltanto su richiesta di alcuni padri conciliari, l’Istituto propose quattro volte il suo parere: due volte per invitare i padri a rigettare il progetto «De fontibus revelationis», che Giovanni XXIII ritirò in novembre, di fronte all’opposizione che questo progetto incontrava; e due altre volte sulla storicità dei vangeli. I Padri Ignace de la Potterie, Stanislas Lyonnet e Max Zerwick avevano scritto tre di questi pareri.

Di fronte agli attacchi di Spadafora, dei quali il Biblico era di nuovo il bersaglio durante questa prima sessione del concilio, l’Istituto volle dare tutta la sua rilevanza alla difesa della tesi di dottorato del P. Norbert Lohfink. Essa si svolse nell’atrio della Gregoriana il 22 novembre 1962, subito dopo che Giovanni XXIII ebbe ritirato lo schema «De fontibus rivelationis». Molti padri conciliari ed esperti al concilio erano presenti a questo atto solenne. Tra di loro c’era il giovane esperto Joseph Ratzinger.

Nel 1964 e 1965, l’Istituto propose ancora il suo parere sul terzo e sul quarto schema della costituzione «Dei Verbum», e anche questa volta non di sua iniziativa ma su richiesta dei vescovi brasiliani. Fra le proposte venute dal Biblico, vale la pena accennare ad una a causa della sua importanza teologica: «Cum Sacra Scriptura eodem Spiritu quo scripta est etiam legenda et interpretanda sit, ...». Questa aggiunta, proposta il 25 gennaio 1965, probabilmente in seguito ad un suggerimento del P. de la Potterie, è stata inserita nel n. 12 della costituzione. Rivela in ogni caso come l’Istituto Biblico concepiva il suo lavoro.

OGGI

Fedele ai suoi predecessori, l’Istituto Biblico prosegue sulla sua strada. La nostra facoltà orientalistica, creata nel 1932, gode sempre d’una buona fama. La facoltà biblica, più numerosa, offre inoltre, dal 1963, un valido corso propedeutico di greco e di ebraico; le migliori tesi di dottorato in scienze bibliche appaiono regolarmente nella nostra collana Analecta Biblica. La biblioteca rimane una delle più complete al mondo nei settori orientalistico e biblico. Le due nostre riviste, Biblica e Orientalia, conservano la loro reputazione. Tutto sommato, il Biblico conosce tempi felici, ma anche altri che lasciano perplessi.

I. – In un clima sereno, frutto del concilio, l’Istituto ha concluso accordi di collaborazione con due istituzioni accademiche di grande reputazione, ambedue nella città di Gerusalemme.

Il primo accordo è stato concluso nel 1974 con l’Università Ebraica di Gerusalemme. L’iniziativa veniva dal P. Carlo Maria Martini, allora rettore dell’Istituto. In questo modo, dal 1975, più di cinquecento studenti del Biblico hanno seguito un programma semestrale d’ebraico, di storia e d’archeologia, offerto loro dai più competenti maestri di questa famosa istituzione israeliana. Il secondo accordo è stato firmato nel 1984 con l’École Biblique dei Domenicani di Gerusalemme. Il sottoscritto ha avuto il privilegio di esser stato all’origine di questo accordo, che metteva fine alla pagina di storia disastrosa che l’Istituto aveva scritto un secolo fa. Essendo ormai la contestazione acqua passata, è arrivato il tempo della collaborazione!

II. – Per quanto concerne l’esegesi che pratichiamo e insegniamo all’Istituto, essa non ha mai mancato di essere, al tempo stesso, scientifica e teologica. Le nostre pubblicazioni ne sono la prova.

È probabilmente al livello dei metodi che abbiamo allargato il nostro campo di ricerca. All’Istituto, la rinascita degli studi letterari della Bibbia risale all’inizio degli anni 60 del secolo scorso, con le tesi del P. Luis Alonso Schökel e del P. Albert Vanhoye. In seguito, non abbiamo aspettato il documento della Commissione Biblica su «L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa», apparso nel 1993, per aprirci ai metodi narrativo e retorico, ad esempio, o ancora alla lettura sia diacronica che sincronica dei testi, come complemento al metodo storico-critico. Di fatto, non imponiamo nessun metodo ai nostri studenti; al contrario, a loro ne proponiamo diversi, purché ciascuno di questi metodi rispetti il testo biblico nel suo tenore originale criticamente confermato.

III. ­– D’altra parte, da circa venti anni, la Compagnia di Gesù, vedendo diminuire i suoi effettivi, riesce solo a stento ad aggiungerci giovani professori di talento. L’Istituto si è dunque aperto a collaborazioni con altri studiosi. Inoltre, dal 1969, la Catholic Biblical Association of America e, dal 1990, la McCarthy Family Foundation ci hanno dato ciascuna la possibilità di invitare, ogni anni fino ad oggi, un professore rinomato. Cosicché il Biblico ha potuto continuare ad offrire dei programmi accademici che riteniamo di grande qualità, riconosciuti tali dalle migliori università diffuse nel mondo, come pure dai vescovi e superiori religiosi che continuano a mandarci i loro giovani più dotati.

IV. Resta il fatto che la formazione che offriamo è faticosa. I nostri studenti lo possono testimoniare. Lo stesso Giovanni Paolo II confessò un giorno, con un certo umorismo, che non se la sentiva di iscriversi al nostro Istituto!

Il problema attuale non è tanto nelle esigenze di un’esegesi seria quanto nella messa in discussione dell’esegesi scientifica. Si dice che essa è troppo storica, poco teologica, distante dalla tradizione, non assimilabile a causa della sua tecnicità e, perciò, lontana dalle preoccupazioni pastorali dell’ascolto della Parola di Dio per l’oggi.

È vero che la nostra esegesi non ha direttamente in vista la pastorale, che i dogmatici, gli specialisti della teologia sistematica, non riescono più a seguire le nostre ricerche e i nostri risultati, che spesso essi non ci considerano nemmeno dei teologi nel senso pieno della parola, ma dei tecnici inaccessibili, mentre noi pensiamo che la teologia è prima di tutto l’umile e rispettoso ascolto della Sacra Scrittura. La teologia e la pastorale non potranno mai tenere in scarsa considerazione quei tempi antichi quando Dio intervenne con parole e con atti nella nostra storia e quando affidò a degli uomini come noi la testimonianza dei suoi interventi. Ricercare il senso originale dei testi è l’opposto di una lettura fondamentalista, ma è anche un’impresa ardua, che progredisce soltanto lentamente, come ogni scienza, con perdite e profitti. E quando ci si lamenta che la nostra esegesi sia così lontana dalla tradizione, si dovrà fare attenzione a non riaprire le ferite che hanno avvelenato, nel secolo scorso, le relazioni all’interno della Chiesa. La regola d’oro in questo campo resta la seguente: soltanto il senso letterale fonda la fede e la morale. Cerchiamo proprio questo senso ed è così che la Chiesa ci chiama al suo servizio.


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Intervento del Vice Gran Cancelliere, M.R.P. Adolfo Nicolás, S.J.

Avrei voluto ascoltare più a lungo la musica (1). Questo è soltanto un breve intervento per dire due paroline. Il mio mestiere è quello di ringraziare. È quindi facile e piacevole. Qualche accenno soltanto.

Prima di tutto, nella persona del Card. Grocholewski, vorrei ringraziare la Santa Sede per aver affidato alla Compagnia di Gesù l’Istituto Biblico. È sempre un privilegio servire la Chiesa e questo privilegio si moltiplica quando il servire la Chiesa è attorno alla Parola di Dio. E i primi beneficiari sono, credo, i Gesuiti. È stato molto buono per la Compagnia di Gesù avere l’Istituto Biblico per 100 anni. L’influsso a tutta la Compagnia è stato molto grande ed è questo il momento di ringraziare la Santa Sede per questa missione che, come ha detto il P. Gilbert, non è stata facile, però è una missione che ha fatto bene a tutti noi.

Secondo, anch’io mi sono seduto in queste aule e so quanto il lavoro sia difficile. Perciò vorrei ringraziare anche tutti i professori di questi 100 anni. La maggior parte non è qui, ma nella persona dei professori attuali, vorrei ringraziare tutti i professori che ci hanno preceduto. Anch’io sono beneficiario del P. Lyonnet, de la Potterie e del Card. Vanhoye, quando ho studiato alla Gregoriana, dove abbiamo avuto la possibilità di prendere corsi al Biblico. Il P. Gilbert ha detto che l’esegesi e il lavoro biblico è arduo, e ne sono sicuro. Adesso vedo che abbiamo molti amici qui, che hanno studiato; però nell’aula non si vedono gli amici, si vedono leoni affamati e voraci. Questi leoni diventano amici dopo, amici per la vita.

Allora, vorrei ringraziare questi Gesuiti di prima e adesso i collaboratori che fanno questo lavoro arduo di dedicazione, di studio, come diceva il P. Gilbert nel silenzio della ricerca; è un lavoro costante, una morte costante di se stesso; sarebbe così facile fare tante altre cose, con molta più risposta personale, però, continuare invece a lavorare per portare un po’ più di luce sul testo biblico, credo che sia un servizio del quale siamo tutti noi molto grati. E finalmente tutti noi siamo consapevoli che la Parola di Dio è la vita della Chiesa e ci dà il cibo del cuore, dell’anima, ci dà nutrizione, ci dà speranza, ci dà gioia, e allora vorrei ringraziare con tutti voi Dio che ci ha dato la Parola e la vita e chiediamo forza per tutti per continuare a servire questa Parola per la vita di tutti.
Grazie.

(1) Facendo riferimento all’intermezzo musicale che aveva preceduto il suo intervento [n.d.r.]

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Intervento del Gran Cancelliere, S.E.R. Card. Zenon Grocholewski

SUPERARE IL DUALISMO TRA ESEGESI E TEOLOGIA

Il centenario del Pontificio Istituto Biblico è giustamente motivo di gioia e di ringraziamento al Signore per tutto il bene che il Biblicum ha realizzato e realizza. Come Gran Cancelliere sento il dovere e il piacere di dire un vivo «grazie» a quanti si sono impegnati e si impegnano in questo prestigioso centro di ricerca e di insegnamento.

Il centenario è ovviamente anche un momento di riflessione e di pensiero. Infatti, ogni giubileo è tanto più fruttuoso quanto più è connesso con la riflessione, quanto più prospetta il futuro. In questa prospettiva possiamo essere riconoscenti al Magistero della Chiesa, che proprio recentemente ha messo in luce alcuni spunti fondamentali per una tale fruttuosa riflessione. Penso principalmente all’In­ter­vento del Santo Padre Benedetto XVI del 14 ottobre 2008, durante la XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (SV) e al Suo Discorso ai membri della Pontificia Commissione Biblica, del 23 aprile scorso (CB).

Alla luce di questo Magistero, la rilevanza e la responsabilità del Biblicum scaturisce principalmente da due fattori: dall’importanza della Sacra Scrittura e della sua corretta interpretazione, nonché dalla delicatezza e complessità di tale interpretazione e trasmissione del suo benefico messaggio.

1. «L’interpretazione della Sacra Scrittura è di importanza capitale per la fede cristiana e per la vita della Chiesa», ha notato Benedetto XVI (CB). Questa importanza, come pure il ruolo vitale della Bibbia per la vita cristiana, traspariva, del resto, fortemente durante la menzionata Assemblea del Sinodo dei Vescovi, dedicato proprio a «la Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» (5-26 ottobre 2008) e trova un’eco rigoglioso nei documenti del Sinodo già pubblicati, come la Relatio ante disceptationem e quella post disceptationem, il Messagio al Popolo di Dio nonché l’Elenco delle Proposizioni (anche se quest’ultimo non è ufficiale). Siamo in attesa dell’E­sor­tazione apostolica post-sinodale, che dovrà essere presa in seria considerazione da tutta la Chiesa e in modo particolare dal Pontificio Istituto Biblico che è al servizio della Parola di Dio in ordina alla sua fedele attuazione nella vita e nella missione della Chiesa.

Questa importanza della Parola di Dio e della retta interpretazione è fondata nel fatto che «tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, invisibile e trascendente Autore» (CB), e quindi le Scritture «insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre Lettere» (Dei Verbum 11). Di conseguenza, solo chi costruisce la propria vita sulla Parola di Dio, la costruisce sulla roccia (cf. Mt 7, 24-27; Lc 6, 46-49), ed è veramente realista. Di questo realismo ha parlato il Santo Padre nella sua medi­tazione nell’aula del Sinodo il 6 ottobre 2008, concludendo: «Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza»(1).

2. L’impegno del Biblicum è poi molto delicato e non facile. Per interpretare la Bibblia e ricavare da essa il genuino insegnamento salvifico, non bastano, infatti, le capacità intellettuali, ma ci vuole la fede, un vero ascolto, la preghiera, la docilità allo Spirito Santo, un forte senso ecclesiale, la seria considerazione della Tradizione e ottemperanza alla voce del Magistero (cf. Dei Verbum 10).

Nell’Intervento del 14 ottobre 2008, il Santo Padre ha perspicacemente osservato: «La Dei Verbum 12 offre due indicazioni metodologiche per un adeguato lavoro esegetico. In primo luogo, conferma la necessità dell’uso del metodo storico-critico […] Il fatto storico è una dimensione costitutiva della fede cristiana. La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica».

«Tuttavia, – continua il Pontefice – questa storia ha un’altra dimensione, quella dell’azione divina. Di conseguenza la Dei Verbum parla di un secondo livello metodologico necessario per una interpretazione giusta delle parole, che sono nello stesso tempo parole umane e Parola divina(2). Il Concilio dice […] che la Scrittura è da interpretare nello stesso spirito nel quale è stata scritta ed indica di conseguenza tre elementi metodologici fondamentali al fine di tener conto della dimensione divina, pneumatologica della Bibbia: si deve cioè 1) interpretare il testo tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura […]; 2) si deve poi tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa, e finalmente 3) bisogna osservare l’analogia della fede» (SV), ossia la «coesione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazione e la pienezza della divina economia in esso racchiusa» (CB).

«Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica – di una esegesi adeguata a questo Libro». Il Santo Padre osserva poi realisticamente: «Mentre circa il primo livello l’attuale esegesi accademica lavora ad un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello. Spesso questo secondo livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla Dei Verbum, appare quasi assente. E questo ha conseguenze piuttosto gravi» (SV).

Benedetto XVI non ha omesso di indicare queste «conseguenze piuttosto gravi»: «La prima conseguenza dell’assenza di questo secondo livello metodologico è che la Bibbia diventa un libro solo del passato […] e l’esegesi non è più realmente teologica, ma diventa pura storiografia, storia della letteratura. […] C’è anche una seconda conseguenza ancora più grave: dove scompare l’ermeneutica della fede indicata dalla Dei Verbum, appare necessariamente un altro tipo di ermeneutica, un’ermeneutica secolarizzata, positivista, la cui chiave fondamentale è la convinzione che il Divino non appare nella storia umana. Secondo tale ermeneutica, quando sembra che vi sia un elemento divino, si deve spiegare da dove viene tale impressione e ridurre tutto all’elemento umano. Di conseguenza, si propongono interpretazioni che negano la storicità degli elementi divini […](3). Questo avviene perché manca un’ermeneutica della fede: si afferma allora un’ermeneutica filosofica profana, che nega la possibilità del­l’in­gresso e della presenza reale del Divino nella storia. La conseguenza dell’assenza del secondo livello metodologico è che si è creato un profondo fossato tra esegesi scientifica e lectio divina» (SV).

Il Santo Padre ha concluso nell’aula del Sinodo, dicendo: «Dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teo­lo­gia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento. Perciò per la vita e per la missione della Chiesa, per il futuro della fede, è assolutamente necessario superare questo duali­smo tra esegesi e teologia. […] Sarà quindi necessario allargare la formazione dei futuri esegeti in questo senso, per aprire realmente i tesori della Scrittura al mondo di oggi e a tutti noi» (SV).

3. La stessa preoccupazione del Pontefice viene espressa nel menzionato Discorso ai membri della Pontificia Commissione Biblica del 23 aprile scorso. Qui il Santo Padre ha esplicitato più chiaramente il suo pensiero circa l’aspetto ecclesiale dell’operato esegetico, mettendo in rilievo il ruolo del Magistero e della Tradizione vivente della Chiesa. Al riguardo ha osservato: «Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l’esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all’interno della stessa fede della Chiesa».

«Questa norma – ha precisato – è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. L’ese­geta cattolico non si sente soltanto membro della comunità scientifica, ma anche e soprattutto membro della comunità dei credenti di tutti i tempi. In realtà questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori o alla comunità scientifica «per soddisfare la loro curiosità o per fornire loro degli argomenti di studio e di ricerca» (Divino afflante Spiritu,EB 566). I testi ispirati da Dio sono stati affidati in primo luogo alla comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la vita di fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l’efficacia dell’ermeneutica biblica». Ha anche citato il chiaro testo del Concilio: «Tutto quello che concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la Parola di Dio» (Dei Verbum 12). Ciò concorda con l’intendo indicato nella Lettera Apostolica Vinea electa (7 maggio 1909), con la quale è stato fondato il Pontificio Istituto Biblico, dove leggiamo: «Finis Pontificio Biblico Instituto sit, ut in Urbe Roma altiorum studiorum ad Libros sacros pertinentium habeatur centrum, quod efficaciore, quo liceat, modo doctrinam biblicam et studia omnia eidem adiuncta, sensu Ecclesiae catholicae promoveat» (corsovo è stato aggiunto).

Invece circa la relazione tra la Tradizione e la Sacra Scrittura il Pontefice ha riferito l’insegnamento della Dei Verbum 9, ancorato proprio nella Tradizione della Chiesa: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono esser accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza».

Comunque riguardo a questi tre elementi – la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa – mi pare perentoria la constatazione (riassuntiva) della Dei Verbum 10: «La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa; […]. L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. […] È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime».

4. Sono sicuro che il recente insegnamento del Magistero, che ho presentato e che ribadisce quello del Concilio Vaticano II, è nello stesso tempo un dono e la sfida da affrontare seriamente da parte di tutti i centri di studi biblici sparsi nel mondo. In esso si sente un soffio dello stesso Spirito Santo che è ispiratore della Sacra Scrittura.

Quale sfida risulta da tutto questo per il Biblicum, che è il principale ed importantissimo punto di riferimento ecclesiastico degli studi biblici? Penso che sia quella di contribuire efficacemente affinché in tutta la Chiesa, rimanendo l’alto livello dell’interpretazione storico-critica, venga elevato a pari livello quella teologica.

Concludendo, vorrei fare miei e indirizzare a questo Pontificio Istituto Biblico i due auguri che l’attuale Successore di Pietro ha fatto alla Pontificia Commissione Biblica.

Il primo è di perenne attualità: «il Signore Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato e divino Maestro che ha aperto lo spirito dei suoi discepoli all’intelligenza delle Scritture (cf. Lc 24,45), vi guidi e vi sostenga nelle vostre riflessioni».

Il secondo è particolarmente attuale dal momento che celebriamo il centenario nel mese di maggio, mese dedicato a Maria: «La Vergine Maria, modello di docilità e di obbedienza alla Parola di Dio, vi insegni ad accogliere sempre meglio la ricchezza inesauribile della Sacra Scrittura, non soltanto attraverso la ricerca intellettuale, ma anche nella vostra vita di credenti, affinché il vostro lavoro e la vostra azione possano contribuire a fare sempre più risplendere davanti ai fedeli la luce della Sacra Scrittura».

Riguardo a questo secondo augurio, vorrei aggiungere che nell’omelia alla conclusione del Sinodo, il Pontefice ha fra l’altro osservato: «compito prioritario della Chiesa, all’inizio di questo nuovo millennio, è innanzitutto nutrirsi della Parola di Dio, per rendere efficace l’impegno della nuova evangelizzazione, dell’annuncio nei nostri tempi. […]; è necessario che si comprenda la necessità di tradurre in gesti di amore la parola ascoltata, perché solo così diviene credibile l’annuncio del Vangelo» (cpv. 5). Ed inoltre: «la pienezza […] di tutte le Scritture divine, è l’amore. Chi dunque crede di aver compreso le Scritture, o almeno una qualsiasi parte di esse, senza impegnarsi a costruire, mediante la loro intelligenza, il duplice amore di Dio e del prossimo, dimostra in realtà di essere ancora lontano dall’averne colto il senso profondo» (cpv. 7).

Così, dichiaro aperto l’anno centenario! Che sia ricco di gratitudine al Signore, di riflessione, e porti benefici frutti per l’operosità del Pontificio Istituto Biblico e per arricchire la Chiesa e il mondo del grande dono di Dio.

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(1) “La Parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. E per essere realisti, dobbiamo proprio contare su questa realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura. Alla fine del Sermone della Montagna il Signore ci parla delle due possibilità di costruire la casa della propria vita: sulla sabbia e sulla roccia. Sulla sabbia costruisce chi costruisce solo sulle cose visibili e tangibili, sul successo, sulla carriera, sui soldi. Apparentemente queste sono le vere realtà. Ma tutto questo un giorno passerà. […] Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile come il cielo e più che il cielo, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella Parola di Dio, in questa realtà apparentemente così debole, il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza” (cpv. 3).

(2) Nella meditazione citata nella nota 1, il Pontefice spiega: “Se ci fermiamo alla lettera, non necessariamente abbiamo compreso realmente la Parola di Dio. C’è il pericolo che noi vediamo solo le parole umane e non vi troviamo dentro il vero attore, lo Spirito Santo. Non troviamo nelle parole la Parola. Sant’Agostino, in questo contesto, ci ricorda gli scribi e i farisei consultati da Erode nel momento dell’arrivo dei Magi. Erode vuol sapere dove sarebbe nato il Salvatore del mondo. Essi lo sanno, danno la risposta giusta: a Betlemme. Sono grandi specialisti, che conoscono tutto. E tuttavia non vedono la realtà, non conoscono il Salvatore. Sant’Agostino dice: sono indicatori di  strada per gli altri, ma loro stessi non si muovono. Questo è un grande pericolo anche nella nostra lettura della Scrittura: ci fermiamo alle parole umane, parole del passato, storia del passato, e non scopriamo il presente nel passato, lo Spirito Santo che parla oggi a noi nelle parole del passato. Così non entriamo nel movimento interiore della Parola, che in parole umane nasconde e apre le parole divine. […] Dobbiamo essere in ricerca della Parola nelle parole.
Quindi l’esegesi, la vera lettura della Sacra Scrittura, non è solamente un fenomeno letterario, non è soltanto la lettura di un testo. È il movimento della mia esistenza. È muoversi verso la Parola di Dio nelle parole umane. Solo conformandoci al mistero di Dio, al Signore che è la Parola, possiamo entrare all’interno della Parola, possiamo  trovare veramente in parole umane la Parola di Dio” (cpv. 5-6).

(3) Il Santo Padre ha qui menzionato il cosidetto mainstream dell’esegesi di una nazione che “nega, per esempio, che il Signore abbia istituito la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nella tomba. La Resurrezione non sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica.


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Maurice Gilbert, S.J.
Le centenaire de l’Institut Biblique

Avec sa finesse et sa concision coutumières, notre Supérieur Général précédent, le P. Peter-Hans Kolvenbach, notait en 1989 : “L’histoire mouvementée de l’exégèse biblique, à laquelle l’Institut Biblique participe de façon privilégiée, ne cache vraiment pas le travail et les souffrances indispensables pour raviver sans cesse la lettre, en y accueillant l’Esprit du Seigneur”.
Retracer rapidement la part que l’Institut Biblique a prise dans cette histoire exige de l’honnêteté intellectuelle à la recherche de la vérité historique. Cela fut possible grâce aux riches archives de l’Institut, aussi bien à Rome qu’à Jérusalem. Jusqu’à ce jour, personne ne les avait consultées, sauf pour un seul dossier, lorsqu’en 1954, le P. Ernst Vogt, alors recteur du Biblique, rappela le rôle de Pie X dans la fondation de l’Institut.

HIER

Or, trois périodes de notre histoire centenaire demeuraient peu connues ou victimes de légendes incontrôlées.

I. – La première touche aux origines de l’Institut, à Rome et à Jérusalem. Le P. Vogt avait ouvert la voie, mais il fallait être encore plus précis. Il y eut tout d’abord la volonté de Léon XIII en 1903, volonté constante durant les six derniers mois de son long et fructueux pontificat. Il voulut à Rome un institut de hautes études bibliques, répondant aux besoins de l’époque des grandes découvertes archéologiques, paléontologiques et des sciences naturelles, mais répondant aussi à un rationalisme qui prônait une lecture réductrice de l’Écriture. Le P. Ferdinand Prat, jésuite français, fut chargé d’établir un projet, une sorte de statut organique d’un tel institut, une esquisse vraiment sérieuse, qui obtint l’accord de la Commission Biblique Pontificale créée par le même Léon XIII en octobre 1902. Mais la mort en juillet 1903 empêcha le pontife de réaliser son dernier rêve.

Pie X le reprit immédiatement, mais par manque de fonds, il dut en remettre à plus tard la mise en œuvre. Les choses allaient trouver une première tentative de solution par la création en 1908 à l’Université Grégorienne d’un programme spécial d’études bibliques devant préparer une vingtaine de candidats aux examens que, depuis 1904, la Commission Biblique faisait passer en vue d’un diplôme de licence en science biblique. Le cardinal Rafael Merry del Val, Secrétaire d’État de Pie X, en avait suggéré la réalisation au P. Lucien Méchineau, jésuite français qui enseignait précisément à la Grégorienne depuis 1906. Méchineau en parla au Père Général Franz-Xaver Wernz en septembre 1907 et lui proposa même en avril 1908 le programme de ce nouveau “Cursus superior Scripturae Sacrae”, mais, pour le mettre en place, il fallait, à son avis, un professeur supplémentaire et il proposa le P. Leopold Fonck.

Alors âgé de quarante-trois ans, ce dernier s’était déjà fait un nom à Innsbruck, où il enseignait depuis 1901. En 1906, il y avait créé un “Séminaire biblico-patristique”, pour lequel Pie X l’avait félicité. Docteur en philosophie et en théologie de la Grégorienne, ordonné prêtre du diocèse de Münster en 1889, il était entré trois ans plus tard dans la Compagnie de Jésus. De 1894 à 1899, il avait complété sa formation, en particulier par un long séjour au Proche-Orient et par trois années d’études d’assyriologie et d’égyptologie à Berlin et à Munich. En 1906, il avait déjà publié cinq ouvrages et de nombreux articles, y compris d’herméneutique biblique dans la Civiltà Cattolica. Une force de la nature, excellent organisateur, c’était aussi un polémiste vigoureux, défenseur farouche de la tradition exégétique et déjà adversaire acharné du P. Marie-Joseph Lagrange, le fondateur en 1890 de l’École Biblique des Dominicains de Jérusalem : en 1905, Fonck l’avait pris à partie.

Le P. Méchineau a rapporté au P. Fonck en septembre 1908 que le choix porté sur son nom avait répondu à trois critères imposés par le Vatican : 1. qu’il soit conservateur, 2. qu’il soit connu comme tel, et 3. qu’il donne toute garantie de ne pas changer !

Depuis 1903, en effet, la crise moderniste battait son plein. En 1907, le décret “Lamentabili” du Saint-Office et l’encyclique “Pascendi” de Pie X, sans compter les premiers décrets de la Commission Biblique, faisaient si bien que l’exégèse scientifique se trouva muselée. À la Commission Biblique, le P. Prat fut vite remplacé par le P. Méchineau en 1906, puis, en 1908, par le P. Fonck à peine arrivé à Rome.

À la Grégorienne, le nouveau “Cursus superior Scripturae Sacrae” fonctionna normalement durant le premier semestre, mais au cours du second, la santé du P. Méchineau flancha : il n’avait pourtant que cinquante-neuf ans.

Or, c’est précisément au début de ce second semestre, le 14 février 1909 très exactement, que le P. Fonck proposa à Pie X la création d’un institut biblique proprement dit. À l’époque, le P. Fonck ignorait le projet du P. Prat, et l’atmosphère ecclésiale avait bien changé. Dans son projet, assez vague tout compte fait, le P. Fonck parle de troubles et de fidélité aux normes établies par le Saint-Siège ; cet institut ne donnerait aucun grade académique, les examens y donnant accès se présenteraient devant la Commission Biblique ; l’institut offrirait des cours et des exercices, jouirait d’une bonne bibliothèque et publierait des ouvrages de saine doctrine en matière biblique.

Pie X déclara sur-le-champ : “Sì, lo facciamo !” Les tractations commencèrent, sur lesquelles le P. Fonck gardait la haute main. Un évêque toujours généreux pour le Saint-Siège, Mgr Theodor Kohn, d’Olmuz, fut contacté le jour même par le P. Fonck, et il y a tout lieu de penser qu’il apporta sans tarder une première aide financière. Le 30 mars, le P. Fonck soumit à Pie X un premier projet de lettre fondatrice : elle avait déjà pour titre “Vinea electa”, et l’Institut était confié à la Compagnie de Jésus. Finalement, après quelques péripéties de dernière minute, le document pontifical parut dans L’Osservatore Romano le 30 mai 1909, en la fête de la Pentecôte, mais il portait la date du 7 mai, premier vendredi de ce mois.

La première rentrée académique eut lieu le 5 novembre au Collège Léonien, situé dans le quartier appelé “Prati”. Entre temps il fallut tout préparer. L’Institut n’aurait pas tout de suite un édifice propre. Les cours du matin se feraient à la Grégorienne, Via del Seminario, 120, et les séminaires de l’après-midi au Collège Léonien. Le P. Fonck put acheter six mille livres et s’abonner à quelque trois cents revues : cette bibliothèque embryonnaire fut installée au Collège Léonien. En octobre, le corps professoral était fixé : dix jésuites, dont deux pour l’exégèse, les Pères Méchineau et Lino Murillo, tous deux très traditionnels, mais aussi le P. Anton Deimel, pour l’assyriologie. De fait l’orientalisme était déjà bien représenté. Enfin, à la rentrée du 5 novembre, on comptait quarante-sept étudiants ordinaires, tous docteurs en théologie, sur un total de cent dix-sept inscrits. C’était donc un succès. Parmi ces étudiants de la première heure, je note le futur cardinal Achille Liénart, Lucien Cerfaux, Joseph Bonsirven et même Felice Cappello, le futur canoniste de la Grégorienne.

Le palais Muti Papazzurri ne fut acquis par le Saint-Siège que le 1er juillet 1910. Il fallut l’adapter à son nouvel usage, en particulier en construisant dans la cour intérieure du palais une Aula Magna et la bibliothèque, si bien que l’inauguration solennelle n’eut lieu que le 25 février 1912. La famille du Coëtlosquet, de Nancy, avait généreusement couvert tous les frais.

Les deux premières décennies de l’Institut ont été caractérisées par deux problèmes fondamentaux. Le premier était l’orientation nettement anti-moderniste de l’exégèse qu’on y enseigna. De cette période n’a survécu que la Grammaire de l’hébreu biblique du P. Paul Joüon, éditée en 1923. Coincé en exégèse, l’Institut se rachète par la philologie. Le second problème est celui des grades académiques. En 1909, il avait été entendu que seule la Commission Biblique les conférerait. Pourtant, en 1914, le P. Fonck avait clairement perçu l’anomalie de cette dépendance, mais rien n’y fit : malgré l’insistance du Père Général Wlodimir Ledóchowski, Benoît XV ne voulut rien entendre et finit même par aggraver cette dépendance. Ce n’est qu’en 1928 que Pie XI, un savant authentique, en créant le Consortium de la Grégorienne, du Biblique et de l’Oriental, décida l’autonomie totale du Biblique, avec octroi de tous les grades académiques.

À Jérusalem, on ne put ouvrir la succursale de l’Institut qu’en juillet 1927, au terme de péripéties assez incroyables. Le P. Fonck en fut responsable, car, s’il avait réussi à Rome, au Proche-Orient, par contre, il ne fit qu’envenimer la situation, tant son opposition au P. Lagrange était viscérale. Dès 1909, on percevait à Rome qu’il fallait offrir aux étudiants de l’Institut la possibilité d’un long séjour en terre biblique. Un premier projet fut échafaudé très tôt : en 1911, le P. Fonck, avec l’accord du Vatican et du Père Général, conclut un accord avec la faculté orientale de l’Université Saint-Joseph des jésuites de Beyrouth, où nos étudiants suivraient des cours pratiques de langue et d’archéologie, de novembre à mars. En outre, il envisagea d’implanter la succursale de l’Institut au Mont Carmel. Les étudiants y séjourneraient d’avril à octobre, tout en visitant le pays. Mais l’opposition des Pères Carmes conduisit à choisir Jérusalem pour une telle implantation. En mai 1912, le P. Fonck pense au terrain que nous occupons actuellement et son projet est même plus modeste que celui qui fut réalisé en 1927. Mais en mars 1913, alors que le P. Lagrange s’est éloigné de son École Biblique après l’interdit jeté sur certains de ses livres, le P. Fonck abandonne sa première idée et jette son dévolu sur un grand terrain de onze hectares situé à deux kilomètres de la vieille ville. Pour l’acquérir, les jésuites procèdent dans le plus grand secret, mais la guerre de 1914 arrête tout.

Depuis 1913, le P. Alexis Mallon s’occupait des tractations. Ce jésuite français, qui n’a pas encore quarante ans, est un coptisant de valeur et il est certainement plus irénique que le fougueux Fonck. Durant la Grande Guerre, le P. Mallon a dû lui aussi quitter Jérusalem. Avant qu’il y revienne en décembre 1919, le P. Andrés Fernández, qui a succédé au P. Fonck comme recteur de l’Institut, prend nettement position contre le grand projet du P. Fonck qui effrayait le Maître Général des Frères Prêcheurs, le P. Louis Theissling. Ce sont les appréhensions exprimées par ce dernier qui conduisirent le Vatican à demander au P. Fernández un avis autorisé, que Benoît XV suivit dans la lettre qu’il envoya en juin 1919 au recteur : à Jérusalem, il n’y aurait qu’une succursale.

Cependant le P. Fonck maintenait son idée d’un grand institut biblique à Jérusalem. En 1924, le P. John J. O’Rourke a succédé au P. Fernández et il est d’un tempérament plus ferme. Il est de l’avis du P. Mallon qu’il faut revenir au modeste terrain que le P. Fonck avait tout d’abord proposé en 1912. Le P. Fonck n’en démord pas, malgré la lettre de Benoît XV, si bien que, pour y voir plus clair, le Père Général Ledóchowski envoie à Jérusalem son Assistant, le P. Norbert de Boynes et celui-ci appuie le choix du P. Mallon, excluant celui du P. Fonck. C’était en février 1925. En octobre, la première pierre de la succursale était enfin posée. Quatre ans plus tard, le P. Mallon découvrait, dans la vallée du Jourdain, le site archéologique préhistorique de Teleilat Ghassul.

II. – La deuxième période, difficile, celle-ci, commence en 1937, alors que le P. Augustin Bea dirige l’Institut. Elle se poursuit en trois phases, qui eurent toutes la même visée, le refus de l’exégèse scientifique. Les événements rapportés ici sont plus connus que les précédents, mais il semble utile de les rappeler avec quelques précisions.

Il y eut tout d’abord, de 1937 à 1941, des prises de position contre l’exégèse scientifique. Elles provenaient d’un prêtre napolitain, Dolindo Ruotolo, qui, sous le pseudonyme de Dain Cohenel, publiait des commentaires sur les livres de l’Ancien Testament : s’appuyant sur la Vulgate, il y proposait des interprétations de type accomodatice et psychologisant. Le P. Alberto Vaccari, vice-recteur de l’Institut, les avait déconseillés, mais des évêques prenaient la défense de Ruotolo et en vinrent même à critiquer Pie XI qui, publiquement, soutenait les travaux du Biblique. La crise arriva à son comble quand, en mai 1941, un pamphlet anonyme reprenant les idées de Ruotolo fut largement distribué à Rome et parmi les évêques italiens. C’en était trop : en août, la Commission Biblique, avec l’accord de Pie XII, réfuta point par point les assertions du pamphlet, et ce fut le point de départ de l’encyclique “Divino afflante Spiritu” que Pie XII publia en septembre 1943.

Les oppositions reprirent à partir de 1954, alors que, sous l’impulsion du P. Vogt, successeur du P. Bea, le Biblique mettait en œuvre les recommandations de l’encyclique de Pie XII. Le principal opposant était Mgr Antonino Romeo : en 1927, il avait obtenu à l’arraché la licence du Biblique et il était à l’époque Assistente di studio à la Congrégation pour les Séminaires et Universités. Ses attaques intégristes contre le Biblique étaient sournoises. Cependant, en octobre 1955, le Père Général John Janssens, sur un ton paternel, tout en reconnaissant que les accusations étaient sans fondement, crut bon d’inviter à la prudence les professeurs du Biblique. En 1957, Mgr Romeo revint à la charge en s’en prenant alors au premier volume de la nouvelle Introduction à la Bible, publiée à Paris sous la direction d’André Robert et d’André Feuillet. Le 2 juillet 1958, L’Osservatore Romano publia même en première page une diatribe contre cette introduction. Averti par un cardinal scandalisé et inquiet, peut-être le cardinal Joseph-Ernest van Roey, de Malines, Pie XII intervint par une lettre de soutien au Congrès biblique international qui se tint à Bruxelles en août 1958.

Sous Jean XXIII, les attaques prirent un tour plus dramatique. En 1960, don Francesco Spadafora critiqua vertement l’exégèse de Romains 5,12 que proposait le P. Stanislas Lyonnet et Mgr Romeo attaqua l’interprétation qu’avait donnée l’année précédente le P. Max Zerwick du passage sur la primauté de Pierre en Matthieu 16,16-18. Les deux opposants dénaturaient l’interprétation donnée par leurs cibles. Puis, en août 1961, le cardinal Ernesto Ruffini publia dans L’Osservatore Romano une violente attaque contre les genres littéraires, en particulier contre le P. Lyonnet et le P. Zerwick. À plusieurs reprises, le P. Vogt avait loyalement défendu l’orthodoxie des deux professeurs de l’Institut, mais, malgré les démarches du Père Général jusqu’auprès de Jean XXIII, les deux Pères incriminés, par ordre non motivé du Saint-Office, durent suspendre leur enseignement exégétique à l’Institut. Cet interdit dura deux ans, de 1962 à 1964, jusqu’à ce que le P. Roderick A.F. MacKenzie, nouveau recteur du Biblique, intervienne personnellement et de vive voix auprès de Paul VI en février 1964.

III. – La troisième période cruciale dans l’histoire de l’Institut Biblique se situe durant le concile Vatican II.

En avril 1960, comme toutes les facultés ecclésiastiques, le Biblique avait envoyé son “votum” à la Commission préparatoire du concile. Ce texte touchait en fait les principales questions que les pères conciliaires allaient bientôt discuter : l’œcuménisme, le rejet de tout anti-sémitisme, le refus de la théorie des deux sources de la révélation, l’historicité des évangiles, la confirmation de l’encyclique “Divino afflante Spiritu” et une révision des méthodes du Saint-Office. Sur tous ces points, le concile devait donner raison au Biblique.

Cependant, durant le concile lui-même, le Biblique n’intervint jamais directement. Durant la première session, celle de 1962, ce fut à la demande de pères conciliaires qu’il donna quatre fois son avis : deux fois pour inviter les pères à rejeter le projet “De fontibus revelationis”, que Jean XXIII retira en novembre, devant l’opposition que ce projet rencontrait ; et deux autres fois sur l’historicité des évangiles. Les Pères Ignace de la Potterie, Stanislas Lyonnet et Max Zerwick avaient rédigé trois de ces avis.

Face aux attaques de Spadafora dont il était de nouveau la cible durant cette première session du concile, l’Institut donna tout son éclat à la soutenance de thèse doctorale du P. Norbert Lohfink. Elle eut lieu dans l’atrium de la Grégorienne le 22 novembre 1962, juste après que Jean XXIII eut retiré le schéma “De fontibus revelationis”. Beaucoup de pères conciliaires et d’experts au concile assistèrent à cet acte solennel. Le jeune expert Joseph Ratzinger était du nombre.

En 1964 et 1965, l’Institut proposa encore son avis sur le troisième et le quatrième schéma de la constitution “Dei Verbum”, mais il le fit de nouveau à la demande d’évêques brésiliens. Parmi les propositions venues du Biblique, il faut relever celle-ci, en raison de son importance théologique : “Cum Sacra Scriptura eodem Spiritu quo scripta est etiam legenda et interpretanda sit, ...”. Cet ajout, proposé le 25 janvier 1965, probablement à la suggestion du P. de la Potterie, fut inséré dans le n° 12 de la constitution. Il révèle en tout cas comment l’Institut Biblique concevait son travail.

AUJOURD'HUI

Fidèle à ses devanciers, l’Institut Biblique poursuit sa route. Notre faculté orientaliste, créée en 1932, a toujours pignon sur rue. La faculté biblique, plus importante en nombre, offre aussi, depuis 1963, un important cours propédeutique de grec et d’hébreu ; les meilleures thèses de doctorat en science biblique paraissent régulièrement dans notre collection Analecta Biblica. La bibliothèque est toujours une des plus complètes au monde dans les domaines orientaliste et biblique. Nos deux revues, Biblica et Orientalia, gardent leur réputation. Bref, l’Institut connaît des moments de bonheur, mais aussi d’autres qui le laissent perplexe.

I. – Dans un climat serein, fruit du concile, l’Institut a passé des accords de collaboration avec deux institutions académiques de grand renom, toutes deux situées à Jérusalem.

Le premier accord fut conclu en 1974 avec l’Université Hébraïque de Jérusalem. L’initiative venait du P. Carlo Maria Martini, alors recteur de l’Institut. C’est ainsi que, depuis 1975, plus de cinq cents étudiants du Biblique ont suivi un programme semestriel d’hébreu, d’histoire et d’archéologie qui leur est offert par les meilleurs maîtres de cette fameuse institution israélienne. Un second accord fut passé en 1984 avec l’École Biblique des Dominicains de Jérusalem. J’ai eu la grâce d’être à l’origine de cet accord, qui tournait définitivement la page désastreuse que l’Institut avait écrite à ses origines. La contestation révolue, place à la collaboration !

II. – Quant à l’exégèse que nous pratiquons et enseignons à l’Institut, elle n’a jamais cessé d’être à la fois scientifique et théologique. Nos publications en donnent la preuve.

C’est peut-être au niveau des méthodes que nous avons élargi notre champ de recherche. À l’Institut, le renouveau des études littéraires de la Bible date du début des années 60 du siècle dernier, avec les thèses du P. Luis Alonso Schökel et du P. Albert Vanhoye. Par la suite, nous n’avons pas attendu le document de la Commission Biblique sur “L’interprétation de la Bible dans l’Église”, paru en 1993, pour nous ouvrir aux méthodes narrative et rhétorique, par exemple, ou encore à la lecture ou diachronique ou synchronique des textes, en complément de la méthode historico-critique. En fait nous n’imposons aucune méthode à nos étudiants ; au contraire nous leur en proposons plusieurs, à condition que chacune d’elles respecte le texte biblique dans sa teneur originelle critiquement assurée.

III. – Par ailleurs, depuis vingt ans environ, la Compagnie de Jésus, qui voit ses effectifs diminuer, ne réussit qu’à grand-peine à nous adjoindre de jeunes professeurs de talent. L’Institut s’est donc ouvert à des collaborations avec des maîtres non-jésuites. En outre, depuis 1969, la Catholic Biblical Association of America et, depuis 1990, la McCarthy Family Foundation nous ont envoyé, l’une et l’autre jusqu’à ce jour, un professeur de renom. Si bien que, jusqu’à présent, le Biblique peut continuer à offrir des programmes académiques de grande qualité, pensons-nous, en tout cas reconnus comme tels par les meilleures universités de par le monde, ainsi que par les évêques et supérieurs religieux qui continuent à nous envoyer leurs jeunes recrues.

IV. Il reste que la formation que nous offrons est rude. Nos étudiants peuvent en témoigner. Même Jean-Paul II confessa un jour avec humour qu’il ne se sentait pas capable de s’inscrire à notre Institut !

Le problème actuel n’est pas tant dans les exigences d’une exégèse sérieuse que dans la remise en question de l’exégèse scientifique. On la dit trop historique, peu théologique, séparée de la tradition, inassimilable en raison de sa technicité et, dès lors, loin des soucis pastoraux à l’écoute de la Parole de Dieu pour aujourd’hui.

Il est vrai que notre exégèse n’a pas directement en vue la pastorale, que les dogmaticiens, spécialistes de la théologie systématique, ne parviennent plus à suivre nos recherches et nos résultats, que bien souvent ils ne nous considèrent même pas comme des théologiens à part entière, mais comme des techniciens inabordables, alors que la théologie est d’abord l’écoute humble et respectueuse de l’Écriture Sainte. Jamais en théologie et en pastorale, on ne pourra faire bon marché de ces temps anciens où Dieu intervint en parole et en acte dans notre histoire et où il confia à des hommes comme nous le témoignage de ses interventions. Rechercher le sens originel des textes est à l’opposé d’une lecture fondamentaliste, mais c’est aussi une entreprise ardue, qui ne progresse que lentement comme toute science, avec pertes et profits. Et quand on regrette que notre exégèse soit si loin de la tradition, il faudra veiller à ne pas rouvrir des plaies qui ont envenimé au siècle dernier les rapports à l’intérieur de l’Église. La règle d’or en la matière demeure celle-ci : seul fonde la foi et la morale le sens littéral des textes. C’est ce sens qu’à tâtons nous recherchons. C’est ainsi que l’Église nous appelle à son service.


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Maurice Gilbert, S.J.
The Centenary of the Biblical Institute

With his usual finesse and conciseness, our former Superior General, Fr. Peter-Hans Kolvenbach, in 1989 pointed out that: “The checkered history of biblical exegesis, in which the Biblical Institute plays an important part, does not really hide the work and suffering that are indispensable in constantly reviving the letter, while welcoming the Spirit of the Lord into it”.

Quickly going over the part the Biblical Institute has played in that history calls for intellectual honesty in the search for historical truth. This was possible thanks to the well-stocked archives at the Institute, both in Rome and in Jerusalem. Up to the present, no one had consulted them, except for one dossier when, in 1954, Fr. Ernst Vogt, then rector of the Biblicum, recalled the role of Pius X in the foundation of the Institute.

YESTERDAY

As it happens, three periods in our hundred-year history still remain unknown or are the object of legends that are unverified.

I. – The first concerns the origins of the Institute, in Rome and Jerusalem. Fr. Vogt had opened the way, but it was still necessary to be more precise. There was first of all the wish of Leo XIII in 1903, a wish that continued throughout the last six months of his long and successful pontificate. He wanted an institute of advanced biblical studies in Rome which would answer the needs of the period of great archaeological and palaeontological discoveries and of the natural sciences, but would also provide answers to that form of rationalism which advocated a minimalist understanding of Scripture. Fr. Ferdinand Prat, a French Jesuit, was entrusted with drawing up a plan, a kind of organic statute for such an institute, a really serious sketch, which got the approval of the Pontifical Biblical Commission created by the same Leo XIII in October 1902. But in July 1903 death prevented the pontiff from carrying out his last dream.

Pius X took it up immediately but for lack of funds he had to put off its fulfilment until later. Matters were to find a first attempted solution in the creation in 1908 at the Gregorian University of a special programme of biblical studies aimed at preparing about twenty candidates for examinations which the Biblical Commission had, since 1904, been setting for a diploma in biblical studies. Cardinal Merry del Val, Pius X’s Secretary of State, had suggested carrying it out to Fr. Lucien Méchineau, a French Jesuit, who had actually been teaching at the Gregorian since 1906. Méchineau spoke to Fr. General Franz-Xaver Wernz about it in September 1907 and even suggested the programme for this new “Cursus superior Scripturae Sacrae” to him in April 1908, but to set it up necessitated, in his opinion, an extra professor and he suggested Fr. Leopold Fonck.

Then aged forty-three, the latter had already made a name for himself at Innsbruck where he had been teaching since 1901. He had created a “Biblico-patristic Seminar” there in 1906 on which Pius X had congratulated him. As a doctor of philosophy and theology from the Gregorian and ordained priest for the Diocese of Münster in 1889, he had entered the Society of Jesus three years later. From 1894 to 1899 he had completed his training, especially with a long stay in the Near East and three years of studies in Assyriology and Egyptology in Berlin and Munich. In 1906 he had already published five books and many articles, including biblical hermeneutics in La Civiltà Cattolica. Forceful by nature and an excellent organizer, he was also a vigorous polemicist, a fierce defender of exegetical tradition and by now a staunch opponent of Fr. Marie-Joseph Lagrange, the founder of the Dominicans’ École Biblique in Jerusalem in 1890; Fonck had taken him to task in 1905.

Fr. Méchineau reported to Fr. Fonck in September 1908 that the choice bearing on his name corresponded to three criteria imposed by the Vatican: 1. that he be conservative, 2. that he be known to be such and, 3. that he give every assurance that he would not change!

In fact, the modernist crisis had been at its height since 1903. In 1907 the decree “Lamentabili” from the Holy Office and Pius X’s encyclical “Pascendi”, to say nothing of the early decrees of the Biblical Commission, were so effective that scholarly exegesis was muzzled. On the Biblical Commission Fr. Prat was swiftly replaced by Fr. Méchineau in 1906, then, in 1908, by Fr. Fonck who had just arrived in Rome.

At the Gregorian, the new “Cursus superior Scripturae Sacrae” continued as usual during the first semester, but in the course of the second, Fr. Méchineau’s health was failing; he was only fifty-nine, however.

Now it was just at the beginning of that second semester, on February 14th 1909 to be precise, that Fr, Fonck suggested to Pius X the creation of a biblical institute in the real sense. At that time Fr. Fonck did not know about Fr. Prat’s project and the ecclesiastical atmosphere really had changed. In his project, quite a vague one all told, Fr. Fonck speaks of trouble and fidelity to the norms established by the Holy See; this institute would not give any academic degree, the examinations giving access to them would be taken at the Biblical Commission; the institute would offer courses and practice, would possess a good library and publish books with sound doctrine in biblical matters.

Pius X immediately declared: “Sì, lo facciamo!” Negotiations started, on which Fr. Fonck kept a firm hand. A bishop, always generous towards the Holy See, Mgr. Theodor Kohn of Olmuz, was contacted that same day by Fr. Fonck and there is every reason for thinking that he provided some first financial help without delay. On March 30th, Fr. Fonck submitted the first draft of a founding letter to Pius X; it was already entitled “Vinea electa”, and the Institute was entrusted to the Society of Jesus. Finally, after some last minute adventures, the papal document appeared in the Osservatore Romano on May 30th 1909, Whitsunday, but it bore the date of May 7th, the first Friday of the month.

The first academic year opened on November 5th at the Leonine College, located in the district called “Prati”. In the meantime everything had to be got ready. The Institute would not have a building of its own straightaway. Morning classes would take place at the Gregorian, 120 Via del Seminario, and afternoon seminars at the Leonine College. Fr. Fonck was able to buy six thousand books and subscribe to some three hundred periodicals; this budding library was installed at the Leonine College. In October, the teaching staff was set up: ten Jesuits, including two for exegesis - Frs. Méchineau and Lino Murillo, both very traditionalist - but also Fr. Anton Deimel for Assyriology. Orientalism was in fact already well represented. Lastly, when school started on November 5th, ordinary students numbered forty-seven, all doctors in theology, out of a total of one hundred and seventeen registered students. So it was a success. Among these very first students, I notice the future Cardinal Achille Liénard, Lucien Cerfaux, Joseph Bonsirven and even Felice Cappello, the future canonist at the Gregorian.

The Muti Papazzurri Palace was acquired by the Holy See only on July 1st 1910. It had to be adapted to its new function, especially by building an Aula Magna and the library in the inner courtyard of the palace, so that the solemn inauguration took place only on February 25th 1912. The Coëtlosquet family, from Nancy, had generously covered all the expenses.

The first two decades of the Institute were characterized by two main problems. The first was the distinctly anti-modernist slant in the exegesis taught in it. Fr. Paul Joüon’s Grammaire de l’hébreu biblique, published in 1923, is the only thing that survived from this period. Being in a tight corner, the Institute redeemed itself with philology. The second problem is the one of academic degrees. In 1909 it was agreed that only the Biblical Commission would confer them. However, in 1914, Fr. Fonck had clearly seen the anomaly of that dependence but he did not receive any answer; despite Fr. General Wlodimir Ledóchowski’s insistence, Benedict XV would not hear of it and ended up by making that dependence more burdensome. It was only in 1928 that Pius XI, a real scholar, by creating the Consortium of the Gregorian, the Biblical Institute and the Oriental Institute, decided upon the complete autonomy of the Biblical Institute, with the power to confer academic degrees.

In Jerusalem, the branch of the Institute could only be opened in July 1927, after some quite incredible adventures. Fr. Fonck was responsible for them, for if he had been successful in Rome, in the Near East, on the other hand, he only made things worse, with his opposition to Fr. Lagrange being so ingrained. In 1909 it was felt in Rome that the opportunity of a long stay in the land of the Bible should be offered to students. A first plan was outlined very soon: in 1911 Fr. Fonck, with the approval of the Vatican and the Fr. General, concluded an agreement with the oriental faculty of the Jesuit Université Saint-Joseph in Beirut where our students would follow practical courses in languages and archaeology from November to March. He further envisaged locating the Institute’s branch on Mount Carmel. Students would stay there from April to October visiting the country. But opposition from the Carmelite Fathers led to choosing Jerusalem for this establishment. In May 1912 Fr. Fonck is thinking about the plot of land we occupy at present and his plan is even more modest than the one carried out in 1927. But in March 1913, whereas Fr. Lagrange is away from his École Biblique after the interdict placed on some of his books, Fr. Fonck gives up his first idea and sets his sights on a large eleven-hectare plot of land two kilometres from the Old City. To acquire it the Jesuits proceed with the greatest secrecy, but the 1914 war stops everything.

Fr. Alexis Mallon had been working on the negotiations since 1913. This French Jesuit, who is not yet forty, is a good Coptic scholar and is certainly more peaceable that the fiery Fonck. During the Great War, Fr. Mallon also had to leave Jerusalem. Before he gets back there in December 1919, Fr. Andrés Fernández, who succeeded Fr. Fonck as rector of the Institute, takes a firm stand against Fr. Fonck’s great project which frightened the Master General of the Dominicans, Fr. Louis Theissling. These misgivings, expressed by the latter, led to the Vatican asking Fr. Fernández for an authorized opinion, which Benedict XV followed in the letter he sent to the rector in June 1919: there would be only a branch in Jerusalem.

Still, Fr. Fonck kept to his idea of a great biblical institute in Jerusalem. In 1924, Fr. John J. O’Rourke succeeded Fr. Fernández and is a stronger character. He is of Fr. Mallon’s opinion that a return should be made to the modest plot of land that Fr. Fonck had proposed first of all in 1912. Fr. Fonck does not give up, in spite of Benedict XV’s letter, so that, to get a better picture, Fr. General Ledókowski sends his Assistant, Fr. Norbert de Boynes to Jerusalem and the latter upholds Fr. Mallon’s choice, ruling out Fr. Fonck’s. This was in February 1925. In October the first stone of the branch was at last laid. Four years later, Fr. Mallon discovered the prehistoric site of Teleilat Ghassul, in the Jordan Valley.

II. – The second period, a difficult one, begins in 1937 when Fr. Augustin Bea is directing the Institute. It goes through three phases which all have the same aim, the rejection of scholarly exegesis. The events recounted here are better known than the preceding ones, but it seems helpful to recall them with some clarifications.

First of all, from 1937 to 1941, there were some attitudes taken against scholarly exegesis. They came from a Neapolitan priest, Dolindo Ruotolo who, under the pseudonym of Dain Cohenel, published commentaries on the books of the Old Testament; basing himself on the Vulgate, he proposed interpretations using accommodation and a psychologizing approach. Fr. Albert Vaccari, the vice-rector of the Institute, had advised against them but some bishops came to the defence of Ruotolo and even went so far as to criticize Pius XI who publically upheld the work being done at the Institute. The crisis came to a head when, in May 1941, an anonymous pamphlet repeating Ruotolo’s ideas was widely distributed in Rome and among the Italian bishops. That was just too much; in August the Biblical Commission, with Pius XII’s approval, refuted point by point the assertions made in the pamphlet; and that was the starting point of the encyclical “Divino afflante Spiritu” which Pius XII issued in September 1943.

Opposition came again as from 1954 when, on the initiative of Fr. Vogt, Fr. Bea’s successor, the Institute put the recommendations of Pius XII’s encyclical into effect. The chief opponent was Mgr. Antonino Romeo; in 1927 he had just managed to get the licentiate at the Institute and at the time was Assistente di studio at the Congregation for Seminaries and Universities. His fundamentalist attacks on the Institute were cunning. However, in October 1955, Fr John Janssens, in a fatherly manner, while recognizing that the accusations were without foundation, thought fit to call for prudence on the part of the professors at the Institute. In 1957, Mgr. Romeo came back to the charge, this time by attacking the first volume of the new Introduction à la Bible, published in Paris under the direction of André Robert and André Feuillet. On July 2nd 1958 the Osservatore Romano published, right on the front page, a tirade against this introduction. On being told about it by a shocked and worried cardinal, perhaps Cardinal Joseph-Ernest van Roey of Malines, Pius XII acted by sending a letter of support to the international biblical Congress which was held in Brussels in August 1958.

Under John XXIII the attacks took a more dramatic turn. In 1960 Don Francesco Spadafora roundly criticized the exegesis of Romans 5,12 that Fr. Stanislas Lyonnet was proposing and Mgr. Romeo attacked the interpretation of the passage on the primacy of Peter in Matthew 16,16-18 that Fr. Max Zerwick had given the previous year. The two objectors were misrepresenting the interpretation given by those they were aiming at. Then, in August 1961, Cardinal Ernesto Ruffini published a violent attack against literary genres in the Osservatore Romano, in particular against Fr. Lyonnet and Fr. Zerwick. On several occasions, Fr. Vogt had loyally defended the orthodoxy of the two professors at the Institute but, despite approaches made by the Father General to John XXIII, the two Fathers being accused, on unjustified orders from the Holy Office, had to suspend their exegetical teaching at the Institute. That interdict lasted two years, from 1962 to 1964, until Fr. Roderick A. F. MacKenzie, the new rector at the Institute, spoke in person with Paul VI in February 1964.

III. – The third crucial period in the history of the Biblical Institute comes during the second Vatican council.

In April 1960, like all ecclesiastical faculties, the Institute had sent its “votum” to the Council’s preparatory Commission. This text actually touched upon the main questions the council Fathers were soon going to discuss: ecumenism, the rejection of all forms of anti-Semitism, the rejection of the theory of the two sources of Revelation, the historicity of the gospels, confirmation of the encyclical “Divino afflante Spiritu” and a review of the methods used by the Holy Office. On all these points the council was to prove the Institute right.

However, the Institute never intervened directly during the council itself. During the first session, the one in 1962, it was at the request of some council Fathers that it gave its opinion four times: twice to call upon the Fathers to reject the projected “De fontibus revelationis”, which John XXIII withdrew in November, in face of the opposition that project encountered; and on two other occasions concerning the historicity of the gospels. Frs. Ignace de la Potterie, Stanislas Lyonnet and Max Zerwick had drawn up three of these opinions.

Faced with the attacks from Spadafora of which it was the new target during this first session of the council, the Institute gave great prominence to the defence of Fr. Norbert Lohfink’s doctoral thesis. It took place in the atrium of the Gregorian on November 22nd 1962, just after John XXIII had withdrawn the shema “De fontibus revelationis”. Many council Fathers and experts at the council were present at this solemn act. The young expert Joseph Ratzinger was one of them.

In 1964 and 1965 the Institute again gave its opinion on the third and fourth schema of the constitution “Dei Verbum”, but it did so again at the request of the Brazilian bishops. Among the propositions coming from the Institute, the following one, given its theological importance, is to be mentioned: “Cum Sacra Scriptura eodem Spiritu quo scripta est etiam legenda et interpretanda sit, …”. This addition, put forward on January 25th 1965, probably at the suggestion of Fr. de la Potterie, was inserted in no. 12 of the constitution. In any case it shows how the Biblical Institute conceived of its work.

TODAY

Faithful to its predecessors, the Biblical Institute goes on its way. Our oriental faculty, created in 1932, has always had a good reputation. The biblical faculty, with larger numbers, since 1963 has also been offering an important propaedeutic course in biblical Greek and Hebrew; the best doctoral theses in biblical studies appear regularly in our series Analecta Biblica. The library is still one of the most complete in the world in the oriental and biblical fields. Our two periodicals, Biblica and Orientalia, keep up their reputation. In short, the Institute has its moments of happiness, but others as well which leave it perplexed.

I. – In a calm atmosphere, which was a result of the council, the Institute entered into co-operation agreements with two academic institutions of great renown, both located in Jerusalem.

The first agreement was concluded in 1974 with the Hebrew University of Jerusalem. The initiative came from Fr. Carlo Maria Martini, then rector of the Institute. Thus it is that, since 1975, more than five hundred students from the Institute have taken a programme lasting a semester in Hebrew, history and archaeology which is offered by the best teachers in that famous Israeli institution. A second agreement was reached in 1984 with the École Biblique of the Dominicans in Jerusalem. It was my privilege to be at the origin of that agreement which finally turned the regrettable page which the Institute had written at its origin! Now that all the arguments are over, let’s have some collaboration!

II. – As regards the exegesis we go in for and teach at the Institute, it has never ceased to be at once scholarly and theological. Our publications show it.

Perhaps it is on the level of methods that we have widened our field of research. At the Institute, the renewal of literary studies of the Bible dates from the beginning of the 60’s of the last century, with the theses by Fr. Luis Alonso Schökel and Fr. Albert Vanhoye. Later on, we did not wait for the Biblical Commission’s document on “The Interpretation of the Bible in the Church”, which came out in 1993, to open up to narrative and rhetorical methods, for example, or again to either diachronic or synchronic reading of the texts, as a complement to the historical critical method. In fact, we do not impose any method on our students; on the contrary we propose several to them, provided that each of them follows the biblical text in its critically-supported original form.

III. – In another connection, for about twenty years the Society of Jesus, which has seen its numbers drop, has only with great difficulty been able to send us talented young professors. The Institute has therefore opened up to working along with non-Jesuit teachers. Moreover, since 1969, the Catholic Biblical Association of America and, since 1990, the McCarthy Family Foundation have both, up to the present, sent us a renowned professor. So that, up to now, the Institute can continue to offer high-quality academic programmes, we believe, in any case recognized as such by the best universities throughout the world, as well as by the bishops and religious superiors who continue to send their young recruits.

IV. – The fact remains that the training we offer is tough. Our students can bear witness to that. Even John Paul II humorously admitted one day that he didn’t feel able to register at our Institute!

The problem today lies not so much in the requirements of serious exegesis as in the questions being raised about scholarly exegesis. It is said to be too concerned with history, not theological, separated from tradition, hard to swallow because of its technical nature and hence far removed from pastoral concerns listening to the Word of God these days.

It is true that our exegesis does not have pastoral concerns directly in mind, that dogmatic theologians, specialists in systematic theology, no longer manage to follow our research and our results and that quite often they do not even consider us theologians in the full sense, but as unapproachable technicians, whereas theology is first and foremost humble and respectful listening to Holy Scripture. In theology and pastoral work it will never be possible to make light of those far-off times when God intervened in word and deed in our history and when he entrusted the record of his interventions to people like us. Seeking out the original meaning of the texts is the opposite of a fundamentalist reading, but it is also an arduous undertaking which makes only slow progress, like any science, with losses and gains. And when regret is expressed that our exegesis is so far removed from tradition, care should be taken not to reopen the wounds that vitiated relations within the Church in the last century. The golden rule in this matter is still: the literal sense of the texts alone forms the basis of faith and morality. That is the sense we are feeling our way towards. That is how the Church calls us to its service.

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