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A NOVANT’ANNI DALLA FONDAZIONE DEL PONTIFICIO ISTITUTO BIBLICO

[Conferenza tenuta dal Prof. R.P. Giacomo Martina S.J.
in occasione del 90° anniversario del Pontificio Istituto Biblico]
[07.05.1999][1]

1. Premesse

     Ringrazio il R. P. Rettore del Pontificio Istituto Biblico, R. P. O’Toole, e gli organizzatori del congresso, che hanno voluto assegnare questa relazione non a un biblista, ma a uno studioso di storia contemporanea della Chiesa. Avverto tutta la difficoltà del compito, che supporrebbe una reale competenza in questioni bibliche, una capacità di sintesi e un equilibrio nei giudizi. La difficoltà deriva anche dall’ampiezza del materiale conservato nei due archivi, del Vaticano e della curia generalizia della Compagnia di Gesù, non sempre per altro agevolmente reperibile. Ho potuto consultare il fondo Istituto Biblico, dell’archivio della Compagnia di Gesù, noto colla sigla ARSI, e qualche altro documento dell’Archivio Vaticano. Mi sono fondato largamente su alcune opere fondamentali, articoli, corrispondenze già pubblicate, sui necrologi di alcuni professori, sulle biografie dei principali personaggi. Manca ancora un profilo biografico del primo rettore del Biblico, il P. Fonck. Alcune notizie di un certo interesse si possono raccogliere dal carteggio fra il Fonck e il suo superiore generale, P. Wernz, da altre lettere dei consiglieri del generale successivo, P. Ledóchowski, conservate nell’ARSI, da qualche lettera fra il P. Wernz e Pio X. Utilissimi, per la prospettiva generale e lo sviluppo del Biblico, inquadrato nel contesto generale degli studi biblici, rimangono i lavori di Mauro Pesce, in Annali di storia dell’esegesi, e negli ultimi volumi della Storia della Chiesa nota col nome di Fliche–Martin.Qualche particolare, soprattutto una prospettiva diversa, utile per allargare il quadro, trapela dalla corrispondenza tra il Lagrange e il suo generale, ora beatificato, il b. Cormier, limitata però agli anni 1904-1916 [2]. Schematizzando, penso di fermarmi su quattro punti: le origini del Biblico, con il rettorato del P. Fonck, le ovvie difficoltà, e l’inevitabile condizionamento di quel periodo; il pontificato di Pio XI, con i rettorati dei PP. Fernández e O’Rourke, e, dal 1930, del P. Bea: un ventennio fondamentale per l’esegesi cattolica, con il passaggio dalla posizione difensiva a quella positiva di ricerca, e il graduale avvicinamento al metodo storico; il pontificato di Pio XII, col largo determinante influsso del P. Bea, l’approfondimento, per influsso della Divino Afflante Spiritu, della ricerca storica, l’accettazione sempre più diffusa del metodo storico-critico con le sue conseguenze; gli anni del Vaticano II, con i momenti un po’ difficili del 1958-63, l’esempio di profonda maturità di due professori del Biblico, Lyonnet e Zerwick, la Dei Verbum.

2. Il contesto storico

     I primi anni del Novecento assistono a un complesso di discussioni, o meglio all’esplosione di una vera e propria crisi biblica. Nel 1902 esce L’Evangile et l’Eglise, di Loisy, seguito presto da Autour d’un petit livre, sempre del Loisy. Le due opere sono messe all’indice il 16 dicembre 1903, poche settimane dopo l’elezione di Pio X. Nel 1903 esce La méthode historique surtout à propos de l’Ancien Testament, del Lagrange. Il lavoro, sintesi di sei conferenze date a Tolosa, provoca una risposta piuttosto lunga e vivace del gesuita Delattre, per breve tempo professore alla Gregoriana, Autour de la question biblique, Une nouvelle école d’exégèse et les autorités qu’elle invoque (1904), seguita presto dall’immancabile replica del Lagrange, Eclaircissement sur la méthode historique à propos d’un livre du P. Delattre (1905), e la controffensiva del Delattre, Le criterium à l’usage de la nouvelle exégèse biblique. Réponse au R.P. M.J. Lagrange (1907). Come è inevitabile, anche se doloroso, nella polemica si insinuano toni un po’ aspri, rimproveri personali. Ma siamo ormai nel cuore della polemica modernista, caratterizzata, non solo dalle opere di Loisy, ma da quelle del Tyrrell, Nova et vetera (1897), Lex credendi (1906), Through Scylla and Charybdis (1907), Medievalism (1908), Christianity at the Cross Roads (1909), a cui si affiancano le tesi abbastanza radicali della rivista Nova et vetera (1908), di Buonaiuti, compagno di seminario, a Roma, di Angelo Roncalli, e suo assistente alla prima messa nell’agosto 1904 in S. Maria di Montesanto a piazza del Popolo. Questi cenni, che vogliono restare tali, non pretendono dare un quadro esteso del modernismo. Troppe cose bisognerebbe aggiungere, sulle cause remote e prossime del movimento, sui suoi numerosi protagonisti, amici, simpatizzanti, sui suoi aspetti diversi, che partendo da un moderato riformismo, un’esigenza di un rinnovamento di parte degli studi ecclesiastici, arrivavano gradualmente a affermare l’evoluzione radicale del dogma, a ridurre la rivelazione a un’esperienza religiosa interna, soggettiva, a separare scienza e fede. Mi preme ora solo, in questa sede, indicare il clima generale di quegli anni nei quali matura e giunge a compimento l’idea di un istituto romano specificamente destinato agli studi biblici per formare una nuova classe di professori di Scrittura, preparati da specialisti fedeli alla Santa Sede e capace di opporsi alle correnti radicali abbastanza diffuse. La recente storiografia, che si è sviluppata anche dopo la canonizzazione di Pio X nel 1954, ha sottolineato questi aspetti: la viva preoccupazione diffusa negli ambienti vaticani (non solo in Pio X, ma nei suoi stretti collaboratori, come i card. Merry del Val, Vives y Tutó, De Lai); la vasta repressione promossa dalla Santa Sede, ora con documenti piuttosto solenni (Pascendi e Lamentabili, 1907, Sacrorum Antistitum, 1910, risposte della Commissione Biblica, dal 1905 al 1914), ora con condanne all’indice di opere diverse, anche puramente storiche e agiografiche, ora con rimozioni da incarichi di una certa importanza, e soprattutto con un piano sistematico di visite apostoliche nei seminari e nelle diocesi; la diffusione di un certo gruppo di riviste ispirate a un netto integrismo, che finivano per diffondere sospetti e accuse anche su fedelissimi vescovi e cardinali, come il Ferrari di Milano, beatificato, Maffi di Pisa. Ricordiamo di volo «L’Unità Cattolica», di Firenze, «La Riscossa», dei fratelli veneti Scotton, «La Vigie» di Parigi, l’«österreichisches Katholisches Sonntagsblatt», di Vienna, il «De Maasbode», in Olanda. Nel 1907 al Lagrange venne imposto di non pubblicare in nessun modo il suo commento al Pentateuco, e nel 1912 i suoi testi vennero esclusi da tutti i seminari.

Accanto a questa azione negativa, si affiancò pero una linea positiva, di consolidamento e rafforzamento. Essa abbracciò tre linee diverse. Sul piano disciplinare si ebbero il codice di diritto canonico, promosso fin dal 1904, che rispondeva ad esigenze pratiche, obiettive, avvertite da tempo, e che richiese lunghi lavori diretti dal Gasparri, terminati solo nel 1917; la riforma della curia romana (Sapienti Consilio, 1908), quella della diocesi di Roma (Etsi nos, 1912). Sul piano pastorale, si susseguirono sin dalle prime settimane i primi passi per il rinnovamento del canto sacro e della liturgia, più tardi, con i due decreti Sacra Tridentina Synodus (1905) e Quam Singulari (1910) una vera riforma eucaristica (comunione anche quotidiana, anche in età infantile), un rinnovamento catechistico (Acerbo nimis, 1905, Compendio della dottrina cristiana, Catechismo della dottrina cattolica). Sul piano dottrinale, accanto agli interventi della commissione biblica, va evidenziata la fondazione del Biblico.

3. Le origini

Alla fondazione del nuovo istituto si era arrivati gradualmente, dopo un piano formulato genericamente da Leone XIII nei suoi ultimi anni (lettera apostolica Vigilantiae, 30 ottobre 1902) ripreso ed annunziato da Pio X colla lettera apostolica Scripturae Sanctae, (23 febbraio 1904) [3] . Il primo documento istituiva la Commissione Biblica, senza troppe precisazioni. Secondo un rapporto pubblicato da Francesco Turvasi nella sua biografia di Giovanni Genocchi, si era rimasti incerti per qualche tempo se fare della Commissione un tribunale giudicante, o un consiglio direttivo sugli studi biblici. Ci si era orientati in un primo momento alla creazione di un istituto, affidato al Lagrange e al P. Fleming, francescano. Non si era trovato subito un locale adatto, e alla morte di Leone l’idea era stata abbandonata. Era rimasta però la Commissione, con un complesso di 41 consultori, fra cui il Lagrange. L’idea venne ripresa da Pio X nella lettera del 1904: essa esprimeva il proposito di fondare un istituto dedicato a formare i professori di Scrittura, manifestando la speranza di avere una volta o l’altra mezzi necessari, e riservando intanto alla Commissione Biblica il diritto di conferire il grado di dottore in Scrittura. L’invito di Pio X di approfondire gli studi di Scrittura portò nel 1908 alla istituzione alla Gregoriana di un corso superiore di Scrittura. Solo nel 1909 si giunse alla fondazione di un apposito istituto, eretto con il breve Vinea electa del 7 maggio. Il 29 dello stesso mese, chiarendo più esplicitamente quanto era stato solo accennato nel documento precedente, il Biblico era affidato alla Compagnia di Gesù. L’11 giugno 1909 il P. Leopold Fonck (su cui ritorneremo) era nominato preside (oggi diremmo rettore) del Biblico. Il 3 giugno 1910 il generale P. Wernz ribadiva che, salva sempre l’autorità della Santa Sede, il Biblico era sottoposto alla giurisdizione immediata ed esclusiva del generale della Compagnia (un controllo superiore a quello esercitato sulla stessa Gregoriana) [4] . Il Biblico rimase però per un anno e mezzo, sino al 1911, ospite del Collegio Leoniano, nel quartiere che si stava sviluppando proprio quegli anni, detto Prati, dove i Vincenziani raccoglievano alcuni studenti di teologia o giovani sacerdoti ancora dediti agli studi. Le lezioni si svolgevano in parte lì, in parte alla Gregoriana, nella sede di via del Seminario, dove l’università pontificia si era sistemata come si poteva dopo l’espulsione dal Collegio Romano nel 1873. Presto però il Biblico trovò la sede adatta nel palazzo Muti Papazzurri in Piazza della Pilotta, acquistata grazie alla generosità di tre benefattori. Ricordiamo il cardinale O’Connell, di Boston (1860-1944), già studente del Collegio Americano di Roma, e suo rettore dal 1895 al 1901, vescovo di Portland, poi di Boston, cardinale dal 1911, che già nel 1905 per incarico di Pio X aveva svolto una delicata visita in Giappone, ed aveva in quest’occasione mostrato una grande fiducia nella Compagnia. A lui si aggiunse (non sappiamo per quali motivi) mons. Kohn (1845-1915), già vescovo di Olmutz dal 1893 al 1904. Si mostrò poi particolarmente benemerita la famiglia francese du Coëtlosquet, che con il suo contributo permise l’acquisto del palazzo e assicurò il primo sviluppo dell’istituto [5] . Nel palazzo, non troppo grande, opportunamente adattato dall’architetto romano Astorri, la comunità dei professori e del piccolo gruppo di studenti gesuiti rimase sino a quando potè allargarsi con parte dell’edificio annesso alla Chiesa dei SS. Apostoli, ottenuto dalla S. Sede durante il pontificato di Pio XII, poco dopo la guerra [6] . La Compagnia di Gesù in quegli anni, durante il generalato del P. Wernz (1906-1914) [7] , si stava riprendendo dalla dura prova subita in seguito alle leggi eversive che si erano moltiplicate nei vari paesi durante l’Ottocento, e, senza godere di piena libertà in Italia, Francia, Germania, aveva trovato un’interpretazione legittima delle leggi di dispersione ed aveva ripreso larga parte delle sue antiche attività, eventualmente in sedi di fortuna. Statisticamente, si era passati dai circa 10000 del 1875 ai 15000 del 1915. Certo il numero rimaneva impari ai compiti che le si prospettavano. Proprio Pio X nel 1906 aveva caldamente invitato la Compagnia a ritornare in Giappone e ad aprire ex novo un’università a Tokio. Il nuovo Istituto Biblico richiedeva un nuovo sforzo, il reclutamento di professori sicuri e provati, l’avviamento allo studio delle Scritture dei migliori giovani. Pio X aveva mostrato la sua fiducia nella Compagnia: P. Wernz ubbidì. Forse in futuro nuovi documenti ci mostreranno qualche altro dettaglio sulla questione, sostanzialmente già nota: sembrerebbe, secondo il Turvasi, che a favore dei gesuiti sia intervenuto anche il redentorista Van Rossum. L’affermazione resta incerta, anche perchè il Van Rossum, pur avendo a Roma importanti incarichi come consultore del S. Ufficio e membro della commissione per la codificazione del diritto canonico, solo più tardi, nel 1911, venne nominato cardinale e nel 1914 presidente della Commissione Biblica. Forse si è caduti in un equivoco. È un po’ difficile supporre che P. Wernz, in un momento delicato e con forti preoccupazioni, facesse pressioni o cercasse appoggi per ottenere alla Compagnia altri impegni. Lo stato d’animo del generale Wernz e del papa appare comunque chiaro dai discorsi scambiati il 1 ottobre 1910 ai rappresentanti della Compagnia, venuti a Roma per la consueta assemblea triennale. P. Wernz, dopo aver ringraziato il papa per la sua benevolenza e fiducia nella Compagnia, aggiunse: «Huius autem benevolentiae tuae testis praeclarissimus est, unus prae multis, Pontificium Institutum Biblicum, quod contra modernos Sacrorum Librorum insectatores propugnaculum in hac alma Urbe nuper erexisti, eiusque curam et custodiam, quae Tibi unice cordi erat, Societati nostrae demandatam voluisti». Il papa rispose con le parole, riferite come avviene spesso in questi casi, non alla lettera ma sempre fedelmente: «haud mediocriter se quoque laetari ob adventuros in urbem ex omnibus provinciis delectos sodales Sacris Litteris in novo Athaeneo Biblico vacaturos; sic enim fiet, ut solida omnigenaque doctrina imbuti, viri prorsus doctos evadant, quales infelix haec requirit aetas, ad pestiferos modernismi errores convellendos extirpandosque»[8].

4. I ’esegesi difensiva. L’enigma Fonck.

Ci si può chiedere oggi se la fondazione del Biblico, in quegli anni critici, avesse un significato conservatore, che non sfuggiva agli osservatori attenti di quei giorni, pronti a sottolineare il significato della parole del papa. Questa interpretazione è stata ripresa più volte da studiosi attenti del modernismo. Il nuovo istituto doveva proprio costituire un contrappeso all’Ecole Biblique di Gerusalemme, sorta nel 1890. Certo fu questa l’impressione del P. Lagrange, ben chiara in una lettera al suo generale, il b. Cormier, del 16 giugno 1909. La lettera si comprende meglio se si tiene presente quanto è stato detto sopra, della prima idea intorno a un istituto biblico romano, affidato al Lagrange, emersa a Roma nel 1901, e presto tramontata. «J’ai vu avec une impression mélangée la fondation de l’institut biblique. Pour les intérêts particuliers de l’Ecole biblique de Jérusalem, il n’est pas fâcheux qu’il soit confiée à la seule Compagnie. Je n’ignore pas l’hostilité personnelle du P. Fonck contre moi; et pourtant, je l’ai entendu jadis à Jérusalem se moquer des vieux pères conservatifs de la Compagnie. C’est un opportuniste très dangereux. Le plan de la Compagnie, que j’ai pénétré depuis longtemps, devient évident à tout le monde. Au fond on veut faire ce que nous faisons, et l’on se crée une réputation d’orthodoxie en nous décriant. Les progressistes de la Compagnie, qui sont de beaucoup le plus nombreux, sont couverts par quelques intransigeants tapageurs. Tout cela est cousu de fil blanc et assez misérable»[9].

La lettera ha certamente il merito di porre sul tappeto un problema centrale, in modo chiaro. Non bisogna però trascurare né la moderazione del generale Wernz, mostrata più volte in quegli anni, né il valore non assoluto delle testimonianze del Lagrange, parte in causa, né la necessità di distinguere con chiarezza le responsabilità personali di Pio X, del Wernz, del Fonck stesso, dei vari professori che si sono succeduti al Biblico. E soprattutto non si deve ridurre la storia del Biblico alle vicende della sua fondazione e alle caratteristiche dei suoi primi anni, largamente condizionati dal tempo. L’evoluzione successiva non va certo trascurata. Ma che dobbiamo dire del P. Fonck? [10] . Nato a Wissen (Renania, diocesi di Münster) nel 1865, dopo gli studi al Germanico di Roma, già sacerdote entrò nella Compagnia di Gesù, completando la sua formazione scritturistica, insegnò Scrittura ad Innsbruck dal 1901 al 1909. Il Fonck dal 1909 al 1919 fu l’organizzatore e il rettore del Biblico, poi professore dello stesso istituto, cui in poco tempo, partendo quasi dal nulla, trovando professori capaci e sicuri, come il Vaccari, delle primissime generazioni del Biblico, dette uno sviluppo e una solidità notevole, assicurando fra l’altro la perfetta osservanza regolare. Come studioso, ebbe il merito di conoscere bene la letteratura recente, e di esporre con chiarezza il pensiero degli avversari. Si deve a lui, secondo il Turvasi, l’abbozzo dell’enciclica Spiritus Paraclitus, promulgata da Benedetto XV nel settembre 1920. Non mancarono però già allora critiche contro di lui. Il necrologio anonimo apparso in Biblica alla sua morte con delicatezza ma con una chiarezza sufficiente per i competenti afferma: «Qua erat in sanctam Ecclesiam flagrante caritate, nihil umquam antiquius habebat, ut eam fortiter defenderet, ubicumque sese manifestabant pericula vel periculorum indicia, et ante omnia fidei puritatem ac doctrinae in re biblica securitatem tueretur. Quo in zelo etsi non nemo erat qui eum aliquoties aequos limites transgressum esse censeret, inter eos qui eum intimius noverant nullus est qui nesciat eum unice sanctissimis rationibus et purissima Dei gloriae intentione ductum fuisse». Questo cauto giudizio è confermato dalle lettere ricevute e scambiate quegli anni dal generale Wernz e dal papa stesso [11] , e soprattutto da quelle ancora conservate inedite nell’archivio generalizio della Compagnia. Si osservava che il Fonck accettava troppi lavori, amministrativi e scientifici, che non aveva il tempo sufficente per ascoltare e consultare i suoi religiosi, anche gli stretti collaboratori, che — come osservava il P. Vaccari, avvezzo a un’osservanza regolare e non incline ai propri comodi — prendeva decisioni non sempre opportune, per mancanza delle informazioni che aveva rifiutato, che pretendeva far troppo e troppo presto, con iniziative non assolutamente urgenti. Non tutti ritenevano opportuno pensare quei primi anni a una succursale del Biblico a Gerusalemme, su cui si poteva aspettare. Ma il Fonck, quasi bruciando i tempi, fin dal 1911 e 1912 si era recato in Palestina e aveva preso vari contatti. La cosa era trapelata, e aveva sollevato perplessità fra i gesuiti di Beyruth, preoccupati di un’eventuale concorrenza, e persino negli ambienti diplomatici di Parigi. Il gesuita Dudon, valente storico, il 12 dicembre 1912 informava il generale Wernz delle reazioni piuttosto negative del Ministero degli Affari Esteri francese [12] . Anche Pio X aveva ricevuto qualche voce non del tutto favorevole, e aveva chiesto informazioni al Wernz. Fonck si difese per scritto in una lunga lettera al generale, ma ammise che lo stesso Merry del Val si mostrava freddo nei suoi confronti, e il 4 marzo 1914 offrì le sue dimissioni. Non ho trovato per ora la risposta del generale, ma comunque il Rettore rimase al suo posto. Un cambiamento dopo pochi anni avrebbe fatto certo pessima impressione. Probabilmente fu affiancato al Fonck, che teoricamente restava rettore, il padre Fernández, con larghi poteri. Lo stesso Benedetto XV, ricevendo durante la prima guerra mondiale uno stretto collaboratore del nuovo generale Ledóchowski (in quel momento assente da Roma), l’assistente d’Italia P. Nalbone, si espresse un po’ sul serio un po’ scherzando in modo non del tutto positivo per il Fonck: «Se potessi parlare col vostro generale, ci intenderemmo subito. Ma col P. Fonck ... «. Certo nel dicembre 1918 un altro gesuita, P. Geny, professore di filosofia alla Gregoriana, in una lettera al Ledóchowski, generale dal 1915, espresse varie riserve sul Fonck, anche per la poca prudenza mostrata nel campo politico in quegli anni di guerra, e manifestò il desiderio che il rettore del Biblico non tornasse a Roma, dopo il prolungato soggiorno in Svizzera durante la guerra. Fonck invece tornò a Roma e vi rimase fin verso il 1929: sembra fondata l’affermazione del Montagnes, che quell’anno Pio XI ne avrebbe imposto la partenza[13].

Probabilmente il Fonck, poco diplomatico, si era espresso più volte duramente nelle sue lezioni nei confronti del Lagrange e della sua scuola [14] . In quegli anni comunque il Fonck era assorbito, oltre che dalla cura di un’osservanza regolare, dal reclutamento di professori giovani, che dessero sicuro affidamento, (come il Vaccari, nato nel 1875, ma al Biblico almeno dal 1913), la preparazione, remota della sede succursale di Gerusalemme, che si attuerà solo nel 1925, ma era in cantiere dal 1911, le istanze per ottenere il diritto di conferire la laurea in Scrittura, a lungo contestate dalla Pontificia Commissione Biblica. La questione si risolse solo più tardi, nel 1928, col Motu proprio «Quod maxime».

5. Sotto Pio XI. Il lento, graduale superamento dell’esegesi difensiva.

Sotto il pontificato di Pio XI il Biblico continua il suo cammino, in un clima meno teso ma sempre vigile e attento alla perfetta ortodossia degli studi biblici. Basta ricordare la condanna nel 1923 della nuova edizione del Manuel biblique, del Vigouroux, redatta dal sulpiziano Brassac, la sua destituzione dall’insegnamento e l’ampia requisitoria del Merry del Val al superiore generale dei sulpiziani in quest’occasione. Pochi anni dopo, un manuale biblico di un ex alunno del Biblico, Henri Lusseaux, pubblicato dopo il 1931, largamente approvato a Roma da alte autorità, venne criticato dalla Revue Biblique del 1934 [15] . In questo contesto il Biblico procede con una fedeltà intelligente alle direttive della Santa Sede, cercando di evitare cioè atteggiamenti duramente intransigenti, e curando sempre l’alto livello scientifico dell’insegnamento e delle pubblicazioni. Nel 1928 è aperta definitivamente la succursale a Gerusalemme, senza provocare frizioni con i domenicani dell’Ecole Biblique del Lagrange, con i quali ormai si instaura una certa collaborazione. In questi anni il numero degli studenti cambia. Dopo l’inizio abbastanza favorevole, con oltre un centinaio di iscritti (metà studenti regolari, italiani, francesi, tedeschi, olandesi, metà considerati «auditores» e un gruppetto di «hospites»), la guerra aveva inevitabilmente causato una forte diminuzione, che aveva raggiunto il massimo nel 1917-18. Fra i primissimi studenti ricordiamo almeno quattro futuri cardinali: Ernesto Ruffini, che studiò al Biblico dal 1910 al 1913, conseguendo la licenza, praticamente insieme a Frings, Liénart, Lercaro: nomi che non hanno bisogno di presentazione. Dopo la guerra si ebbe una ripresa, e gli studenti regolari raggiunsero nel 1940 i 75. Si ebbe poi l’inevitabile diminuzione fra il 1940 e il 1945, e la fortunata ripresa dopo la seconda guerra, quasi mai interrotta, che portò presto gli studenti considerati presenti a tempo pieno (full time) a quasi duecento (1950), per superare i 300 dal 1992. E, ancora una volta, incontriamo futuri cardinali, Alfrink, che conseguì la licenza nel 1925, insieme al Florit, italiano, e al benedettino svizzero Gut. Un decennio più tardi incontriamo al Biblico König. Non scendiamo ai vescovi per mancanza di tempo ... In quel periodo si segnalano due grandi professori, P. Vaccari (1875-1965) e P. Merk (1869-1945). Il card. Bea e il P. Boccaccio hanno presentato con esattezza, simpatia ed eleganza P. Vaccari in Biblica. Non si può immaginare il Biblico nel suo primo mezzo secolo senza il P. Vaccari, scrive il cardinale. P. Boccaccio a sua volta si ferma sulla padronanza delle lingue classiche ed orientali (Vaccari scrisse anche un grammatica elementare dell’arabo), sulla sua attitudine alla ricerca profonda sui testi, sui codici, sulle notizie minute, sulla sua vasta produzione (la sua bibliografia dal 1910 al 1962 abbraccia 450 titoli, fra libri ed articoli). Il card. Bea si ferma soprattutto sul suo insegnamento. «(Esso) non era tanto metodico, quanto piuttosto personale e sempre improntato a quel suo irresistibile istinto di erudito e di ricercatore, da cui è segnato ogni suo lavoro, che lo induceva ogni tanto a digressioni non tanto facilmente afferrabili dagli uditori. Ma d’altra parte proprio per questa vivacità erudita della mente egli esercitava un profondo ascendente sui suoi alunni». Pur notando e magari accompagnando con un benevolo sorriso quella sua aria assorbita nei suoi pensieri, essi lo ammiravano, veneravano e soprattutto ne subivano il profondo influsso quasi contagioso. P. Vaccari fu il primo ad affrontare una traduzione in italiano della Bibbia dai testi originali. Per parecchio tempo condusse avanti l’opera senza competitori. Poi, sopraggiunsero altri studiosi con loro traduzioni, e il Vaccari concluse l’opera solo nel 1958. Forse la traduzione risente della formazione che il giovane studente aveva ricevuto alla fine del secolo scorso, e può apparire lontana dai gusti odierni, ma tutti ammirano l’esattezza filologica. Il cardinale sottolinea l’estrema semplicità di modi, la sua instancabile laboriosità, nonostante certi tratti qualche volta un po’  bruschi, dovuti più che altro al suo essere un po’ assorbito nei propri pensieri e distaccato dalla realtà che lo circondava. Uno studioso non cattolico, Levi della Vida, a lungo professore alla Sapienza di Roma, fino a che non ne fu estromesso per non aver voluto prestare il giuramento di fedeltà al fascismo, in un libro oggi difficilmente reperibile, Fantasmi ritrovati, ha rievocato un aspetto insolito del P. Vaccari. È noto che il P. Tacchi Venturi seguiva personalmente la redazione dell’Enciclopedia Italiana, e non essendo del tutto d’accordo col Levi della Vida sul contenuto della voce Ebrei, lo pregò di prendere contatto col P. Vaccari al Biblico. Il padre lo ricevette e gli fece i suoi rilievi. Il Levi della Vida replicò che in altri anni avrebbe acconsentito a modificare il suo scritto, ma che in quel momento politico, nel 1932, davanti ai pericoli imminenti per l’ebraismo mondiale, non se la sentiva. P. Vaccari tirò fuori il suo orologio, osservò che si avvicinava la preghiera comune a cui non poteva mancare, e sbrigativamente liquidò il suo interlocutore. Levi delle Vida non rimase offeso né meravigliato, intuì subito l’imbarazzo del Vaccari, il suo desiderio di venire incontro alle perplessità dello studioso che aveva di fronte, nascosto appena da un certo modo brusco di fare, e il suo tacito nulla osta. La voce rimase immutata, e si può leggere tuttora nell’Enciclopedia. Forse più efficace è stato un giorno il card. Ruffini, suo antico alunno, che, accennando implicitamente alla vasta erudizione del Vaccari, che gli impediva talvolta nelle lezioni di essere semplice e comprensibile, concludeva affettuosamente, «Vaccari … è il nostro Vaccari». Non nascondiamo d’altra parte il largo conservatorismo del professore, che non gli ha impedito, sì, di rifiutare fra i primi l’attribuzione del Qohelet a Salomone, ma lo ha portato a difendere il 7 giugno 1924 sulla Civiltà Cattolica, sembra per ordine di Pio XI, la condanna del Brassac, indicandone quello che le autorità romane consideravano il vero pericolo, di seguire i principi della nuova esegesi, cioè in definitiva quelli del Lagrange. Più tardi Vaccari ha sostenuto l’interpretazione letterale del libro di Giona, e si è opposto, senza risultati, durante la preparazione del Vaticano II, alla nomina a consultori di alcuni teologi che erano stati visti con riserva gli ultimi anni di Pio XII, e continuò a difendere le tesi che le correnti più aperte guardavano ormai con sospetto, rifiutando di vedere nel Pentateuco una raccolta di documenti di età e origine diversa. In definitiva, Vaccari resta certamente un grande professore, ma non può essere considerato simbolo della linea del Biblico, in realtà più complessa e varia. Probabilmente, egli in realtà va ricordato come l’esponente della linea di destra, controbilanciata gli stessi anni dalla corrente più aperta. Dal 1928 insegnava al Biblico il Merk, che fu a lungo confessore di Pio XII sino alla sua morte nel 1945. Stimolato dall’esempio del von Soden, discusso per i suoi principi, ma sempre degno di attenzione, e del Nestle, che dall’inizio del secolo aveva pubblicato un testo critico del Nuovo Testamento, dopo gli inevitabili ritardi provocati dalla prima guerra, Merk nel 1933 portò a termine la sua edizione critica del Nuovo Testamento, un classico, che fu seguito da parecchie altre edizioni prima e dopo il 1940. L’edizione del 1944 contiene una larga revisione dell’intero apparato critico dell’Apocalisse. Come i bravi filologi, anche il Merk era attento alle singole varianti, ma non aveva fretta, anche se una volta scelta una soluzione la difendeva con tenacia. Opere come queste assicurano un largo prestigio all’Istituto, e restano lontani dai contrasti interni alle varie scuole [16] .

Proprio in quegli anni, nel 1932, arrivò alla logica conclusione l’erezione nello stesso Istituto Biblico di una nuova facoltà, quella di studi del’Oriente antico, opportuno complemento della facoltà biblica vera e propria. Essa venne riconosciuta «ad sexennium» il 7 giugno 1929, e, dopo il completo riordinamento delle facoltà ecclesiastiche avvenuto nel 1931 colla costituzione Deus scientiarum Dominus, il 7 agosto 1932 in modo definitivo. La facoltà comprende quattro sezioni, semitica, assiriologica, egiziologica, sanscrito-iranistica. Essa con i suoi notevoli professori ha evitato ovviamente quello spirito positivista presente in qualche orientalista, ma soprattutto ha aiutato a conoscere meglio il Vicino Oriente Antico, cioè quel mondo in cui è nato, cresciuto e vissuto Gesù, autentico ebreo, in cui si è formato e sviluppato, in cui si è mosso il suo popolo. Come insegna Giovanni Paolo II, Gesù si è radicato nella lunga storia di un piccolo popolo del Vicino Oriente antico, con le sue debolezze e le sue grandezze, con i suoi uomini di Dio e i suoi peccatori, con la sua lenta evoluzione culturale e i suoi mutamenti politici, con le sue sconfitte e le sue vittorie. Conoscendo meglio questo popolo e la sua storia, capiremo meglio la sua mentalità, il suo linguaggio specifico. In questo modo, la facoltà dell’oriente antico costituisce un complemento utilissimo a quella biblica.

Fra i professori della facoltà, ha lasciato un ricordo profondo il P. Alfred Pohl (1890-1961). Tedesco, della Slesia, era entrato nella Compagnia di Gesù nel 1912, ed aveva completato i suoi studi teologici a Valkenburg, nei Paesi Bassi, dove i gesuiti, espulsi da Bismarck ai tempi del Kulturkampf, avevano eretto ex novo uno studentato. Dopo il servizio in sanità durante la prima guerra mondiale, egli studiò assiriologia per sei anni (1924-1930) a Berlino, sotto la guida di un celebre orientalista, Bruno Meissner, e da allora insegnò al Biblico lingua e letteratura accadica, storia dell’antico Oriente (nella facoltà orientalistica), e storia del Vecchio Testamento (nella facoltà biblica). Dal 1945 alla morte fu decano della facoltà orientalistica, dal 1932 direttore della rivista Orientalia, cui si aggiunse presto la collana Analecta Orientalia. P. Pohl fu un grande studioso, universalmente riconosciuto fra i migliori specialisti dell’antico oriente, un eccellente didatta, un mirabile organizzatore. Così lo ha ricordato il suo antico alievo Sabatino Moscati, che gli è stato vicino dal 1938 alla morte. Basta qui ricordare le sue opere principali: VAT 8875, die 6. Tafel der Serie «ana ittusu», Leipzig 1930; Neubabylonischen Rechtsurkunden aus den Berliner Staatslichen Museen, Roma 1934; su un altro campo, l’apprezzatissima Historia populi Israel a divisione regni usque ad exilium, Roma 1933.

Meritano di essere ugualmente ricordati tre altri padri, Franz Zorell (1863-1947), tedesco, del Württemberg, Giuseppe Messina (1893-1951), siciliano, Anton Deimel (1865-1964), tedesco, della Westfalia. Tutti e tre hanno studiato vari anni a Berlino. P. Zorell, gesuita dal 1884, per dodici anni si dedicò al Lexicon Graecum Novi Testamenti,

Gli anni successivi si impegnò nel Lexicon hebraicum et aramaicum Novi Testamenti di cui alla fine della vita potè vedere solo i primi fascicoli. Dal 1928 al 1954 insegnò al Biblico lingua armena e georgiana. P. Messina, gesuita dal 1907, compì gli studi filosofici nell’isola di Jersey, sulla Manica, dove i gesuiti francesi si erano rifugiati dopo le dispersioni a cavallo fra i due secoli, poi teologia a Valkenburg, già ricordata, e tre anni a Berlino, dove si laureò con la tesi Der Ursprung der Magier und die zarathustrische Religion (1930). Dal 1929 insegnò al Biblico le lingue sanscrito, pehlevica, avestica, neopersiana, storia delle religioni dell’antico oriente. Per quasi due anni, 1936-38, compì lunghi viaggi in Iran, dal Mar Caspio al golfo Persico. L’elenco delle sue pubblicazioni, fra libri e articoli, abbraccia quasi quattro pagine. Fra esse spicca l’edizione critica, persiana e italiana, del Diatessaron Persico, antica edizione dei quattro vangeli, o «armonia dei quattro vangeli», redatta nel II secolo da Taziano, siro o assira, e conservata solo in frammenti o traduzioni, così importante per cogliere l’esatta trasmissione e l’antica interpretazione dei Vangeli, già intravista a Firenze nel 1943, e pubblicata a Roma nel 1951. P. Deimel, tedesco della Westfalia, dal 1909 per una trentina d’anni insegnò al Biblico assiriologia. Fra le sue opere (un elenco di quattro fitte pagine!), ricordiamo il Codex Hammurabi (1910, seconda edizione 1930), e i cinque volumi del Sumerisches Lexicon, usciti fra il 1925 e il 1950 [17] .

L’interesse con cui Pio XI seguiva il Biblico apparve in un episodio singolare. Nell’aprile-maggio 1938 la sua resistenza al nazismo si mostrò chiarissima nell’invito rivolto nell’aprile di quell’anno a tutte le facoltà cattoliche a confutare alcuni principi razziali del nazismo, e alla sua partenza da Roma per Castel Gandolfo all’arrivo di Hitler nella capitale italiana in visita ufficiale. Dopo aver deplorato in un discorso a Castelgandolfo l’ostentata accoglienza fatta a Roma ad una croce che non era quella di Cristo, il papa alla fine di maggio, poco dopo la fine della visita di Hitler, volle assistere nella sua residenza estiva alla discussione della tesi preparata al Biblico dal salesiano Giorgio Castellino, sui Salmi: Le lamentazioni individuali e gli inni in Babilonia e in Israele raffrontati, riguardo alla forma e al contenuto. Era la prima volta (ma non fu fu l’ultima) che una tesi del Biblico era discussa alla presenza del Pontefice. La tesi, diretta dal P. Vaccari, ed esaminata criticamente anche dai padri Bea, Pohl, Dyson, Semkowski, Merk, venne approvata con un buon voto, anche se non raggiunse il massimo. Ma il contenuto della tesi e il contesto politico rendevano più interessante e significativa la cerimonia: dalla scienza pura, astratta, si passava a una scienza non priva di implicazioni politiche, vicina alla realtà concreta del momento. L’autore della tesi, morto una decina d’anni fa dopo una buona carriera nelle facoltà statali, nominato poi durante il Vaticano II membro della Commissione Biblica, confutava chiaramente una tesi cara a una parte della scienza tedesca, che vedeva nei Salmi non una poesia originale, sorretta e ispirata da un’alta religiosità soprannaturale, ma una semplice imitazione della letteratura e della poesia babilonese, secondo il detto efficace anche se antiscientifico: Bibel und Babel. Pio XI rimase molto soddisfatto ed espresse con una certa commozione la sua sincera stima per il Biblico, raccomandò che i professori di Scrittura dei seminari avessero almeno la licenza in Scrittura [18] . «Dire il Biblico, aggiunse il papa, è dire tutto, trattandosi del libro santo che porta e conserva la parola di Dio ( ... ). È un prezioso istituto il Biblico ( ... )». E il papa continuava con allusioni agli avvenimenti di quel mese, a Roma: «Il Signore ha voluto che il papa vedesse da lontano e da vicino tante cose tristi. Ma il Santo Padre deve pur dire che Dio è buono, perchè lo fa godere di tante cose belle e buone, sì che la sua fiducia in Dio e la sua perfetta pace e tranquillità è davvero piena e assoluta».

6. Il rettorato Bea. L’enigma Bea.
    Verso un’esegesi sempre più attenta alla dimensione storica

Il 6 luglio 1930, P. Bea (1881-1968), ormai a Roma da vari anni come professore, e, per qualche tempo, come superiore della comunità di gesuiti laureandi, numericamente modesta, venne nominato Rettore del Biblico, con piena autorità sull’istituto e sulla comunità religiosa annessa. Non è il caso di fermarci sugli incarichi precedentemente svolti dal padre, che si possono supporre noti, né di fermarci sulle ottime qualità di studioso e di superiore già mostrate in quegli anni, e in tutto il suo rettorato (1930-1949). Credo utile fermarmi invece su quello che potremmo chiamare «l’enigma Bea». Bea fu stimato da Pio XI, e la stima e fiducia crebbero sotto Pio XII, che gli affidò incarichi delicati, e, dal 1945, dopo la morte del P. Merk, lo scelse a suo confessore. Per anni, rimanendo in un posto importante ma senza grande autorità esterna, Bea fu uno degli stretti collaboratori o esecutori della volontà di Pio XII. Morto questi, Bea nel gennaio 1959, fu promosso cardinale da Giovanni XXIII (che lo conosceva appena). Da voci confidenziali raccolte alla Gregoriana, si può accettare la notizia che papa Giovanni avesse pensato a promuovere cardinale il P. Leiber, per decenni in stretto contatto con Eugenio Pacelli e con Pio XII per le questioni tedesche, ma che Leiber non avesse accolto la proposta. La scelta cadde così su Bea. Si realizzò allora subito una piena sintonia fra il nuovo papa e il nuovo cardinale. Giovanni XXIII mostrò subito, almeno dal 25 gennaio 1959, di voler seguire vie diverse, inattese, con la convocazione di un concilio ecumenico: Bea dalla sua nomina, per lui del tutto imprevista, divenne presto uno degli stretti collaboratori del papa in questo disegno, e fu uno dei grandi protagonisti del Vaticano II, del nuovo ecumenismo, in contrasto per questo con la destra conservatrice rappresentata soprattutto da Ottaviani, Ruffini, Siri, e altri. È noto lo scontro del giugno 1962, nelle ultime sedute della commissione centrale prepatatoria, fra Bea da una parte, i cardinali Ottaviani e Cicognani dall’altra, a proposito del progetto di Bea sulla libertà di coscienza e sui rapporti con gli ebrei. Bea, per il momento sconfitto, riuscì più tardi a far trionfare il suo piano. L’esperto biblista, tutto sommato piuttosto conservatore sino alla fine del pontificato di Pio XII, si mostra ora decisamente progressista. Come spiegare il fatto innegabile? Non è del tutto assente nella storia il caso di persone che abbiano servito successivamente due papi diversi, con piena fedeltà: Giovanni Battista Montini fu per un quindicennio uno dei più stretti collaboratori di Pio XII. Ci si può chiedere tuttavia, soprattutto davanti a Bea, se questi si sia semplicemente adattato al nuovo corso, passando da una posizione sostanzialmente conservatrice ad un’altra diversa, o se il cardinale abbia rivelato idee, tendenze, propositi, presenti in lui da molti anni, ma volutamente messi a tacere. Un problema analogo del resto appare nello stesso Giovanni XXIII: come spiegare il rapido proposito del nuovo Concilio, e la sua ferma volontà di portarlo avanti a tutti i costi, dopo anni di silenziosa fedeltà alla linea di Pio XII? Il problema è stato già affrontato da Lyonnet, da P. Stefan Schmidt, nella biografia Agostino Bea il cardinale dell’unità [19] , da Mauro Pesce. Si possono accettare ma anche completare i suoi rilievi. Schmidt sottolinea la grande prudenza del P. Bea. Le sue dispense sul Pentateuco, in due volumi usciti nel 1928, mostrano certo uno stampo conservatore. Bea aveva avuto presente le vicende del suo confratello P. Hummelauer (1848-1914), la sua notevole opera di pioniere con il suo corso di Scrittura, le difficoltà e le critiche che egli aveva affrontato per anni, sino a ritirarsi, stanco, dall’insegnamento e dal lavoro scientifico. Come tanti pionieri, Hummelauer aveva avuto intuizioni geniali, si era mosso in una direzione giusta, senza ancora dimostrarne con sicurezza e profondità la loro validità. Il risultato finale era stato negativo: le sue opere non avevano stimolato nuove fruttuose ricerche, ma avevano provocato una reazione contraria che a cavallo fra i due secoli aveva bloccato ulteriori progressi. Bea nel 1928 avrebbe auspicato un abbandono delle posizioni stazionarie sul Pentateuco, fissate dalla Commissione Biblica. La prudenza consigliava diversamente: si potevano solo sottolineare le difficoltà residue, i vari elementi che lo stato della scienza non permetteva di trascurare. Come Rettore del Biblico, la prudenza gli era ancor più necessaria: si lavorava sotto gli occhi del papa, e un passo falso avrebbe danneggiato tutto il lavoro dell’Istituto. Pio XI aveva raccomandato due punti essenziali: l’interesse e l’amore per la ricerca, la purezza della dottrina. P. Bea nel 1928, ma anche nel 1938, non poteva fare di più. Secondo un’altra testimonianza, Bea riusciva a congiungere in sé armonicamente due tendenze opposte, una pronunziata inclinazione per opinioni conservatrici, frutto del temperamento e della formazione ricevuta, rafforzata poi dal lungo permanere in posti direttivi; la chiara percezione che un lavoro scientifico è indispensabile e fecondo; la convinzione che la verità è una e indivisibile. Si potrebbe forse concludere che Bea nella sua gioventù aveva avvertito la necessità di un progresso negli studi biblici, di una maggiore apertura del magistero: ma aveva prevalso in lui la convinzione della necessità di aspettare, di non danneggiare con una eccessiva insistenza l’evoluzione che il tempo prima o poi avrebbe portato. Analoghe osservazioni furono fatte, alla morte di Bea, nella rivista Biblica, dal suo successore, il P. MacKenzie, che ricorda le lezioni chiare, metodiche, in un latino facile e fluente, con abbondanza di riferimenti e di precise osservazioni critiche. Esse costituivano un esempio di un buon metodo esegetico, uno stimolo e direttive per future ricerche. Certo, continua MacKenzie, le sue posizioni personali inclinavano a un cauto conservatorismo: era inevitabile nel clima del tempo. Ma attraverso i suoi consigli, gli studenti si rendevano conto che altre posizioni personali più aperte restavano possibili, ugualmente legittime, forse più fondate. Per questo, Bea non si può considerare in nessun modo un opportunista, e la sua apertura degli ultimi anni rispondeva in sostanza alla gioia di chi vede finalmente soddisfatte lunghe attese lentamente maturate e conservate in silenzio.

7. Il progressivo cammino sotto Pio XII.

   Nel pontificato di Pio XII si succedono nuovi passi importanti negli studi biblici.
   Nel 1941 la Commissione Biblica prese posizione contro alcuni scritti del sacerdote italiano Ruotolo, che svalutava il senso letterale e storico della Scrittura, e in modo aperto e duro accusava P. Vaccari, e lo stesso Biblico, non solo come difensori della scuola detta larga, ma come sicuri di sè, fautori di un certo scientismo, per la loro conoscenza delle lingue orientali, largamente superflua per un’esatta conoscenza della Scrittura. Dal Biblico si spargeva nella Chiesa un nuovo modernismo, una vera incredulità. Alcuni vescovi, alcuni generali, secondo Ruotolo, erano desolati. La lettera della Commissione Biblica, 20 agosto 1941, opera in parte almeno dello stesso Bea, rispondeva alle accuse e ricordava che il Biblico era stato istituito da Pio X, e si era sviluppato sotto gli occhi di vari papi, con una piena continuità nelle applicazioni delle direttive ricevute che non aveva bisogno di dimostrazioni. P. Vaccari, direttamente accusato, commentò con sicurezza e tranquillità la lettera[20].

Più importante fu la decisione, presa da Pio XII nel 1941, di una nuova traduzione del salterio gallicano [21] . La decisione venne presa dal papa stesso di sua iniziativa, nella seconda metà di gennaio del 1941. Il 19 gennaio venne formata la relativa commissione, con sei professori dell’istituto, competenti sui diversi aspetti. I criteri per la traduzione vennero fissati dal papa stesso. Il lavoro terminò nell’agosto 1944. La traduzione venne annunziata da Pio XII col Motu proprio In cotidianis precibus, del 24 marzo 1945. Si era deciso non un ritocco dell’antica versione geronimiana, ma una nuova versione, adatta all’uso liturgico, tale da restituire al testo sacro il suo vigore e la sua freschezza. Si cercò non un latino ecclesiastico, ma un latino che si avvicinasse a quello classico, pur restando lontano da quello ciceroniano, troppo complesso. Ritornarono così, nel testo le immagini concrete, che l’antica traduzione aveva omesso per evitare un accentuato antropomorfismo, (rupe, roccia...), si chiarirono alcuni punti rimasti ambigui, vennero chiariti i tempi esatti dei verbi (ritornarono al loro posto il perfetto e il futuro). Vennero eliminate alcune parole poco chiare (come il «confiteri», per «laudare», tanto criticato ai suoi tempi da Agostino, che avvertiva come a quella parola i fedeli spontaneamente si battessero il petto). Venne preferita la costruzione classica dell’accusativo con l’infinito («credo visurum me bona Domini in terra viventium»). Sappiamo che la traduzione, accolta inizialmente con favore, gradualmente provocò varie critiche, specialmente a causa della insufficiente sensibilità musicale dei compilatori, avvertita particolarmente dai benedettini. E si ebbe così una nuova traduzione, e, infine, l’introduzione nella liturgia delle ore del testo in lingua volgare. Quella versione, se storicamente è stata superata, resta un testo per molti aspetti sempre utile, caro a molti come ricordo della propria giovinezza sacerdotale, e ricco di stimoli.

Più profondo e duraturo, nella storia dell’esegesi, fu l’influsso dell’enciclica Divino Afflante Spiritu, del 30 settembre 1943, cui il padre Bea dette un contributo importante, insieme al card. Tisserant e al P. Vosté, presidente e segretario della Commissione Biblica [22]. L’influsso di Bea è evidente fin nelle parole stesse: lo notavano scherzando gli stessi studenti del Biblico, osservando la forte corrispondenza fra alcuni passi dell’enciclica e dei testi di Bea. Egli aveva insistito più volte nei suoi scritti sull’importanza di cogliere esattamente le intenzioni dell’autore sacro, che non segue necessariamente lo stile e le norme degli autori occidentali dei nostri giorni. Non si tratta di stabilire a priori (come inclinava a fare, decenni prima, il P. Hummelauer), ma di studiare le caratteristiche della storiografia antica, per capire meglio la natura dei libri sacri. Lo studio dei «generi letterari» non vuole indebolire o negare il valore storico dei testi, ma comprendere meglio quanto l’autore ha voluto dire. Quel tema dei generi letterari fino al 1943 era stato visto un po’ con sospetto, per l’abuso che ne era stato fatto. L’enciclica lo giustificava, riconoscendolo legittimo, non solo per lo studio del Vecchio Testamento, ma anche per il Nuovo, per i vangeli stessi. Bea stesso disse confidenzialmente: «Sono convinto che l’argomento e la dottrina dei generi letterari non si troverebbero ancora nell’enciclica Divino Afflante Spiritu, se non avessi lentamente preparata la strada».

Da tempo fra gli specialisti ci si domandava se non fosse bene chiarire il valore relativo delle risposte della Commissione Biblica degli anni 1903-1914. Pio XII era stato interpellato in proposito, e si era mostrato favorevole: si era parlato di sopprimere queste risposte. Padre Bea fu di parere opposto, per non screditare l’autorità. Si preferì scegliere un’altra via: spiegare meglio gli elementi del problema, e indicare la via da seguire nella ricerca della soluzione. Si arrivò così alla lettera al card. Suhard, gennaio 1948, che assicura la piena libertà degli esegeti nei limiti dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, ammette un ulteriore esame di vari problemi come l’interpretazione dei primi capitoli del Genesi e l’autenticità del Pentateuco. Senza fermarmi sul contenuto della lettera, preferisco sottolineare il metodo seguito dal P. Bea nel presentare il documento nella Civiltà Cattolica. Alieno da ogni superficialità, l’autore non parla di una revoca delle risposte della Commissione Biblica dei primi del Novecento, e sottolinea invece la saggezza con cui la Santa Sede spingeva studiosi e fedeli alla cautela davanti a tesi recenti, non ancora definitivamente provate. Con una rapida sintesi storica, Bea ricordava l’entusiasmo dell’inizio del secolo davanti alla teoria del Wellhausen, sulle quattro fonti del Pentateuco, i successivi dubbi, il largo abbandono della posizione che seguiva pedissequamente Wellhausen, e che distingueva quasi meccanicamente i diversi documenti da cui sarebbe sorto il Pentateuco. Studiosi tedeschi dell’immediato anteguerra (A. Weiser, 1939), invitavano alla cautela davanti a un’analisi delle fonti troppo meccanica e formalisticamente logica. Secondo Bea, il tempo ha dato ragione alla Chiesa. Con lo stesso spirito, Bea tende a sfumare la differenza fra le tesi della Commissione Biblica del 1905 («sostanziale integrità e autenticità mosaica» del Pentateuco) e la posizione della lettera del 1948 (per cui si deve a Mosè «gran parte» del Pentateuco, e si ammette «un progressivo accrescimento delle leggi mosaiche, dovuto a condizioni sociali e religiose di tempi posteriori»). Anche sul valore dei primi undici capitoli del Genesi, Bea difende i principi delle risposte del 1909, relativi alla creazione del mondo e dell’uomo e del primo peccato, e difende la loro sostanziale concordanza con la lettera del gennaio 1948, secondo cui il racconto biblico riferisce in un linguaggio semplice e figurato le verità fondamentali dell’economia salvifica, lasciando al tempo e agli studi successivi spiegazioni ulteriori. Ci si può chiedere se Bea nel 1948 non sottolinei troppo l’identità di posizioni fra l’insegnamento ecclesiastico del 1905-1909 e del 1948, sfumando il reale progresso, l’innegabile evoluzione[23].

Non posso qui ora fermarmi analiticamente sui vari professori del Biblico durante il pontificato di Pio XII. Basta dire che alle vecchie generazioni di Bea e Vaccari si aggiungevano le altre, nuove e valorose. Ricordo il P. Max Zerwick (1899-1975), nato su lago di Costanza, gesuita dal 1918, al Biblico dal 1936. Notevole professore del greco biblico, dal suo lavoro dedusse il volume Graecitas Biblica Novi Testamenti (1944, quinta edizione e traduzione inglese nel 1966), e l’altro strumento di lavoro, utilissimo oggi forse più di ieri, Analysis Philologica Novi Testamenti graeci (uscito nel 1953, terza edizione 1966), che rivela un filologo paziente, sicuro, chiaro. P. Zerwick non era solo un linguista. Nel 1934 stampò a Roma le Untersuchungen zum Markusstil, più tardi il commento alla lettera agli Efesini, a lui carissima. Il suo metodo d’insegnamento è stato da lui stesso descritto nell’introduzione al 21 volume del periodico Verbum Domini: «Sicut igitur in humanitate Christi non sistimus, eodem modo et in libris sacris ad eorum mysterium divinum penetrare debemus, ita tamen ut hoc mysterium non solvamus a verbo et a sensu verbali, sed utrumque amplectemur tamquam organice unitum: et mysterium divinum et verbum humanum huius mysterii vehiculum portatorem, primum interpretem...». E si comprende la gioia con cui lo Zerwick ripeteva le parole del c. III della Dei Verbum, secondo cui «Dio ha parlato nella Scrittura per mezzo di uomini, alla natura umana». Anche Stanislas Lyonnet, (1902-1986), nato vicino a Lyon, gesuita dal 1919, proveniva dalla linguistica: aveva studiato indo-europeo a Parigi, pubblicando alla fine dei suoi studi una tesi su «Il perfetto nell’armeno classico», e frequentato il Biblico. Per anni fu poi conteso fra l’Istituto Orientale, dove sin verso il 1950 insegnò armeno e georgiano (la lingua madre di Stalin!), e il Biblico, che, dopo aver preso P. Lyonnet dal 1943 per un corso di esegesi paolina, riuscì finalmente a vincere la partita. Ma ancora nel 1950 il linguista si rifaceva vivo, con la tesi Les origines de la version arménienne des évangiles et le Diatessaron. Da allora però lo specialista in esegesi paolina e in teologia biblica ebbe il sopravvento. P. Lyonnet tradusse e annotò per la Bible de Jérusalem le lettere ai Romani e ai Galati, e nel Supplément au dictionnaire de la Bible redasse l’articolo Péché. Judaïsme, Nouveau Testament. Péché, originel. Attento ai problemi del tempo e alle grandi correnti della vita della Chiesa, avvertiva con intensità il cammino verso l’unità di questa, e dava volentieri esercizi in Italia, Francia, Canada, Africa. Eppure proprio lui, come del resto P. Zerwick, fu colpito verso il 1960 da una campagna di accuse, di cui oggi avvertiamo tutta l’inconsistenza: per due anni, pro bono pacis, venne sospeso dall’insegnamento. Paolo VI in compenso lo nominò consultore della Congregazione per la dottrina della fede: l’imputato si sedeva di nuovo fra i giudici. E Giovanni Paolo II, dopo averlo ascoltato nel ritiro quaresimale predicato in Vaticano nel 1982, si rallegrò con lui per la sua vivacità e giovinezza di cuore... Non voglio dimenticare il P. Alonso Schökel, (1910-1998), che ha unito in modo raro una conoscenza profonda del testo sacro alla fedele penetrazione della poesia biblica. La sua tesi, Estudios de poética hébrea (1963), costituiva un chiaro programma del futuro, confermato nei due volumi La traducción biblica: lingüistica y estilistica (1977), e Manual de poética hebrea (1987). Le sue pagine, se ci avvicinano sempre più all’animo biblico, ci avviano alla meditazione e alla preghiera. Né possiamo dimenticare il card. Martini, professore poi rettore, che si è rivelato non solo un ottimo studioso del testo critico del Nuovo Testamento, imitando il Merk, ma ha diffuso fra larghi gruppi di fedeli una visione spirituale della Scrittura, facendone il nutrimento quotidiano. Le critiche ad una linea biblica troppo scientifica, dannosa alla pietà, reiterate nel 1941 in Italia, trovano in Alonso Schökel e in Martini la migliore confutazione. E la lista potrebbe continuare…

8. Gli anni del Concilio e del post-concilio.

Anche negli anni non sempre sereni, per il Biblico, del preconcilio, l’istituto non rimase inattivo. Si leggono sempre con interesse i voti esposti dal Biblico, interpellato come tutte le università e facoltà ecclesiastiche e cattoliche, durante la preparazione del Vaticano II [24].

Nella prima parte del voto, dottrinale, il Biblico auspica un chiarimento sui rapporti fra Scrittura e Tradizione. Esse non costituiscono due fonti indipendenti e parallele, perchè nascono dalla stessa fonte, ma la Scrittura ci trasmette la dottrina evangelica e la tradizione apostolica in modo più immediato della tradizione posteriore, ed essa sola gode di un’ispirazione vera e propria. La tradizione deve riferirsi alla Scrittura, per essere da essa custodita, vivificata, rinnovata. D’altra parte la Scrittura deve mantenere la viva continuità colla tradizione della Chiesa. Sembra opportuno sottolineare l’importanza della fede nell’opera di salvezza, l’efficacia che la Scrittura esercita nella santificazione cristiana. Questa verità, un tempo comune, è poi passata quasi in second’ordine. Occorre poi ribadire la storicità dei vangeli, e insieme la loro inerranza, conseguenza del loro carattere ispirato. Si lasci agli studi futuri determinare quale genere di storia sia da attribuirsi ai Vangeli, nel loro insieme e nelle singole pericopi. Una concezione eccessivamente rigida della storicità dei Vangeli rischia di mettere in pericolo la stessa inerranza evangelica. Si ricordi con Pio XII l’ampia libertà riconosciuta agli esegeti, nel rispetto del magistero della Chiesa.

Il voto si ferma poi sulla necessità di evitare l’antisemitismo. Il popolo ebraico non può ritenersi respinto da Dio: si tratta di un errore comune in passato fra i protestanti, ma diffuso ora anche fra molti cattolici, anche per un’erronea interpretazione di alcuni passi biblici, come Mt 27,24-25, e per i pregiudizi rafforzati dall’antisemitismo.

La seconda parte, disciplinare, auspica una maggior conoscenza e fedeltà all’enciclica Divino afflante Spiritu, un’interpretazione moderata delle decisioni della Commissione Biblica degli anni 1905-1914, evitando lo zelo degli intransigenti portati a un’interpretazione severa.

Il voto termina, insistendo sull’opportunità di una sempre maggior fedeltà ai principi già esposti da Benedetto XIV (richiamati dallo stesso Pio XII) a proposito della condanna di libri ritenuti nocivi o pericolosi.

Il voto conferma nell’insieme le caratteristiche ormai note della linea seguita dall’istituto romano: piena fedeltà alle direttive della Chiesa, ma allo stesso tempo quel sano realismo che evita le posizioni intransigenti, rispetta e promuove la ricerca scientifica, e, specie a proposito dell’antisemitismo, si mostra sensibile al nuovo clima storico. Lo spirito del voto si riflette in vari documenti conciliari, dalla Dei Verbum alla Nostra Aetate, e, indirettamente, alla Dignitatis Humanae. Non per nulla uno dei protagonisti indiscussi del Vaticano II è stato il card. Bea, l’uomo che aveva per anni impregnato il Biblico del suo spirito, moderato, aperto, realista, fedele.

Negli anni immediatamente prima del Vaticano II, si sviluppò un’intensa campagna di accuse contro il Biblico. Credo opportuno accennare rapidamente alla questione, in una sintesi storica su questi novant’anni dell’istituto. Penso, che anche se, come è stato affermato, «una vera e propria ricerca storica su quest’episodio non è stata ancora fatta», esso è ormai sufficientemente noto dagli opuscoli del tempo, e dalle sintesi già pubblicate [25] . Mons. Romeo aveva rivolto nel 1955 acccuse contro alcuni gesuiti del Biblico, North e Dyson. Era evidente il contrasto fra la Congr. dei Seminari e il S. Ufficio, da una parte, e la Commissione Biblica, dall’altra. La polemica si estese fra i biblisti degli Stati Uniti, con la destra (Fenton, sostenuto dal nuovo delegato apostolico Vagnozzi) e la sinistra (Siegman), e continuò in Italia fra mons. Romeo e mons. Spadafora, i cardinali Pizzardo, Ottaviani, Ruffini, qualche altro studioso italiano, da un lato, P. Alonso Schökel, lo stesso rettore del Biblico, P. Vogt, il card. Liénart, la Commissione Biblica, l’Associazione Biblica Italiana, dall’altro. Si discuteva essenzialmente sul significato storico della Divino afflante Spiritu (evoluzione dottrinale o continuità?); sull’interesse mostrato dai PP. Zerwick e Lyonnet, del Biblico, per alcune recenti interpretazioni del passo della lettera ai Romani sul peccato originale e del passo di Matteo sul primato (misconoscimento da parte dei due padri delle note verità di fede, come asserivano alcuni, o accettazione indiscussa delle verità tradizionali, come ribadivano gli imputati); fiducia o sfiducia nel metodo storico-critico, nel riconoscimento dei «generi letterari». Il 23 giugno 1961 un monitum del S. Ufficio esortava gli esegeti ad evitare affermazioni ed opinioni che sembravano mettere in pericolo l’obiettiva verità storica del Vecchio e del Nuovo Testamento, e ad avere sempre presenti nell’esegesi l’interpretazione e il magistero della Chiesa, per non turbare la coscienza dei fedeli né ledere le verità di fede. Il 10 settembre 1961 i due padri, Lyonnet e Zerwick, erano sospesi dall’insegnamento. Sarebbero stati reintegrati nel luglio 1964 prima della fine del concilio. Intanto si susseguivano il silenzio di Giovanni XXIII, interpretato diversamente (impossibilità di controllare le ali più conservatrici della curia, o convinzione che l’appoggio dato durante il concilio alle correnti più aperte della teologia avrebbe indebolito e svuotato la consistenza di queste critiche contro il Biblico?); le forti parole di Paolo VI all’università Lateranense («Fraterna collaborazione, leale emulazione, mutua riverenza e amica concordia, mai fastidiosa polemica...»); il rinnovamento della commissione biblica, con la nomina di membri come Alfrink e König, che controbilanciavano Ottaviani, Ruffini e Browne; l’istruzione sulla verità storica dei vangeli, 21 aprile 1964; l’approvazione definitiva della Dei Verbum, il 18 novembre 1965.

Oggi, guardando a questi momenti caldi, ormai lontani e superati, vale la pena di concludere con poche osservazioni. La battaglia fra le due correnti esegetiche, aperta e conservatrice, fu preceduta di poco o fu quasi contemporanea alla battaglia pro o contro il riconoscimento della libertà di coscienza, cioè contro Maritain (secondo la linea Ottaviani) o a suo favore (secondo la linea Murray). Il dibattito, come si è visto, in entrambi i casi, si estese anche agli ambienti cattolici degli Stati Uniti. Il Rettore del Biblico, P. Vogt, ritenne suo dovere intervenire, senza far chiasso. In una prospettiva storica più ampia, si può notare che si tratta di un fatto tutt’altro che nuovo nella storia della Chiesa, nella storia della teologia in particolare. In tempi di forti cambiamenti, la corrente conservatrice alza la voce in tono drammatico contro le innovazioni. I casi sono frequenti anche nel Medio Evo, quando lo stesso Tommaso d’Aquino venne condannato per il suo insegnamento ilemorfistico, ritenuto ingiurioso contro l’autorità dei teologi precedenti. Come osservava il P. Alszeghy in una recensione sulla Civiltà Cattolica [26] , «autori saldamente trincerati in una fase anteriore dello sviluppo teologico, interpretano nella prospettiva del loro pensiero affermazioni concepite in un nuovo contesto. Queste voci non fermano il processo per cui la Chiesa progredisce nella comprensione delle cose e delle parole rivelate, ma possono essere utili, per spingere gli autori a non presentare le proprie affermazioni come se fossero in rotta col passato, ma di mostrare sempre, con grande comprensione e pazienza, come il nuovo sia in continuità con l’antico». E, in questa visuale, non ci meravigliamo se il Biblico sia stato oggetto di giudizi diversi nel 1909, nel 1940, nel 1960. Nel 1910, esso sembrò un ostacolo ad un’esegesi più aperta alla dimensione storica. Nel 1940, potè sembrare a qualcuno, poco sensibile alla necessità di studi seri e ampi, che il Biblico, troppo preoccupato della ricostruzione storica, smarrisse il senso religioso della Scrittura. Nel 1960, quando le posizioni teologiche tradizionali erano in crisi, e la minoranza conciliare si batteva per la loro conservazione, il Biblico potè apparire un pericolo contro la salvezza della dottrina tradizionale. Oggi, la storia del Biblico appare semplicemente lo specchio di quella della Chiesa, il riflesso dell’evoluzione dell’esegesi, con l’abbandono della fase aggressiva della reazione, l’impegno positivo nella ricerca biblica, e, infine, il rafforzamento dell’esegesi storica [27] .

Si tratta di una storia positiva, oggi dopo il Vaticano II aperta alle nuove prospettive. Queste si avvertono presto, specialmente dai tempi del decanato (1967-1970) e rettorato (1969-1978) del futuro card. Martini. È allora che si accentua il contatto con l’ebraismo, con la frequenza a corsi alla stessa università ebraica di Gerusalemme, e ci si apre serenamente all’ecumenismo, con l’apprezzato corso del valdese Alberto Soggin sulla storia dell’Antico Testamento. L’influsso del Biblico appare anche nel documento della Pontificia Commissione Biblica del 15 aprile 1993, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, redatta largamente dal P. Vanhoye [28] . Se oggi la laurea in Scrittura si può conseguire anche altrove, per esempio all’Ecole Biblique di Gerusalemme, il Biblico rimane sempre un punto di riferimento essenziale per l’esegesi moderna.

Queste pagine si sono volutamente concentrate sulla storia del Biblico in questi novanta anni. Una sintesi sulla storia generale dell’esegesi di questo periodo complesso da una parte richiederebbe troppo spazio, dall’altra è stata in parte anticipata da Mauro Pesce [29] e G.P. Fogarty, già ricordati nelle note, e da diversi studiosi in varie lingue. E tuttavia, possiamo almeno tentare di rispondere sommariamente a due interrogativi di fondo. Conosciamo già l’affermazione con cui Paolo VI parla delle varie scuole esegetiche: «fraterna collaborazione, leale emulazione, mutua riverenza e amica concordia, mai fastidiosa polemica ...». Evidentemente Paolo VI non pensava a tracciare un panorama di fondo delle varie scuole esegetiche, si limitava ad esprimere un auspicio, anche per deplorare con estremo garbo certi atteggiamenti di quegli ultimi mesi. È lecito allora chiedersi quali siano state le correnti prevalenti quegli ultimi decenni — dall’inizio del secolo, o, se vogliamo dalla crisi modernista, al Vaticano II — e quale posto in questo panorama complesso abbia occupato il Biblico. Evitando qualifiche generiche — di destra, centro, sinistra — possiamo però indicare sommariamente tre orientamenti negli studi biblici dei cattolici in quegli anni. Incontriamo L’Ecole biblique col Lagrange, sostanzialmente favorevole al metodo storico-critico; le varie correnti di vari paesi, a Roma, con l’Anselmiano e Hildebrand Höpfl, 1872-1934, Lovanio con Albin von Hoonacker, 1857-1934, cauto ma sostanzialmnente aperto; Parigi, con i sulpiziani, l’Institut catholique, e la scuola gesuitica del de Grandmaison e dell’Huby; un indirizzo espresso negli Stati Uniti, in Theological Studies; l’orientamento conservatore di alcune riviste romane (Divinitas), e italiane (Palestra del clero), e di un altro periodico degli Stati Uniti, American Ecclesiastical Review. Per brevità omettiamo pubblicazioni, pur importanti, di altri paesi. In questo complesso, il Biblico rappresenta un orientamento prudente, alieno da atteggiamenti storicamente controproducenti ma progressivamente sempre più aperto, dai primi anni difensivi della crisi modernista alla metà del secolo, con Bea e Pio XII, al Vaticano II. Non ci meravigliamo se verso il 1960 il Biblico sia stato preso di mira, a Roma, da alcuni esegeti. La risposta più chiara e decisa è stata espressa dal Vaticano II e dalla Dei Verbum.


NOTE

[1] Lo stesso testo è stato già pubblicato, con Documenti annessi, in Archivum Historiae Pontificiae 37 (1999) 129-160. Siamo grati al P. Martina e al direttore della suddetta rivista, R.P. Josep Benítez S.J., per averci concesso di pubblicare il testo.

[2] S. Schmidt, Agostino Bea: il cardinale dell’unità, Roma 1987; Exégèse et obéissance. Correspondance Cormier–Lagrange (1904-1916), présentée, éditée et commentée par Bernard Montagnes (Etudes Bibliques, n.s., 11), Paris 1989; M. Pesce, «Il rinnovamento biblico», in i cattolici nel mondo contemporaneo (1922-1958), a cura di M. Guasco, E. Guerrieo, F. Traniello  («Storia della Chiesa», iniziata da A. Fliche e V. Martin, XXIII), Cinisello Balsamo 1991, pp. 575-610, e in La Chiesa del Vaticano II (1958-1978) («Storia della Chiesa», XXV/II), Cinisello Balsamo 1994, pp. 167-216 (con bibliografia molto ampia). Meno profondi, ma utili, sono gli opuscoli e gli articoli commemorativi: A. Bea, Pontificii Instituti Biblici de urbe prima quinque lustra, 1909-VI Maii-1934, Roma 1934; «Il primo venticinquennio del Pont. Istituto Biblico», in Civiltà Cattolica, 1934, II, pp. 337-345; «Il b. Pio X, gli studi biblici e l’Istituto biblico», in In onore del b. Pio X, Roma 1952, pp. 93-107; San Pio X promotore degli studi biblici, Fondatore dell’Istituto Biblico, Roma 1955, pp. 43-57; S. Schmidt, «Cinquant’anni del Pont. Ist. Biblico», in Civiltà Cattolica, 1960, I, pp. 615-623.

[3] Acta Leonis XIII, XXII (1903), pp. 232-238. È istituita una commissione biblica, perché «divina eloquia incolumia sint non modo a quovis errorum afflatu, sed etiam ab omni opinionum temeritate»; Pii X Acta, I, (1905), 176-179: ricordato l’intervento di Leone XIII, il papa continua: «Volumus certam suppeditare rationem, ut bona paretur copia magistrorum qui ... in scholis catholicis divinos interpretentur libros. Huius rei gratia percommodum profecto esset, quod etiam in votis Leonis fuisse novimus, proprium in urbe Roma condere athaeneum....» Cfr. però F. Turvasi, Giovanni Genocchi e la controversia modernistica (Uomini e dottrine, 20), Roma 1974, pp. 77: «Nel ... 1901 ... era in incubazione la Pontificia Commissione Biblica, e non si era ancora deciso se concepirla come un’accademia biblica o come un consiglio superiore di orientamento per gli studi cattolici» – p. 220: «Il padre Frey ci ha conservato /nell’archivio della Commissione Biblica, Vaticano/un breve promemoria ... sui tentativi per arrivare a fondare l’istituto biblico. “A la fin du pontificat de Léon XIII, la création d’un institut biblique à Rome avait été décidée. Le père Lagrange en devait être le directeur et la Revue Biblique devait en être l’organe officiel. Le père Lagrange avait posée comme condition qu’il ne résiderait à Rome chaque année, que six mois, pour pouvoir consacrer le reste du temps à l’Ecole Biblique de Jérusalem ... Vice-directeur de l’Institute devait être le p. Fleming O.F.M., secrétaire de la commission. on avait envisagé comme professeurs Poels, Genocchi, Minocchi, Prat. Si Léon XIII avait vécu deux mois de plus, cet Institut était crée ... Ce qui en avait jusque là empêché la réalisation c’est qu’on n’avait pas encore pu trouver un locale convenable”».

[4] Cfr., per la Vinea electa, Acta Apostolicae Sedis, 1 (1909) 447-451 (p. 448: «Instituti fine continetur ut sanam doctrinam de Libris sacris normis ab hac Apostolica Sede statutis vel statuendis omino conformem, adversus opiniones, recentiorum maxime, falsas, erroneas, temerarias atque haereticas defendat, promulget, promoveat»). Per la dipendenza dalla Compagnia, ivi, p. 450: «Praeses a Summo Pontifice nominatur, audita relatione Praepositi generalis Societatis Jesu, qui tres pro eo munere candidatos ipsi proponet». Più chiaramente, la lettera del card. Merry del Val, segretario di Stato, 29 maggio 1909 (in Acta Romana S.I., ab exeunte anno 1909 ad ineuntem annum 1910, p 32): «… l’Istituto Biblico, che, come d’intesa, il S.P. si è degnato di affidare alle solerti e sapienti cure della Compagnia di Gesù». La nomina del Fonck è annunziata in Acta Apostolicae Sedis, 1 (1909) 571, in modo rapido, senza commenti. Per la dipendenza esclusiva del Biblico dal generale della Compagnia, Acta Romana S.I., anno 1910, p. 49.

[5] Per il card. O’Connell, cfr. la lettera di ringraziamenti dello stesso Pio X, del 25-XI-1909, in Acta Apostolicae Sedis, 2 (1910) 4. Sulla famiglia du Coëtlosquet, cfr. A. Bea, Pontificii Instituti Biblici de Urbe prima quinque lustra, citato, pp. 12-13; cenni alla grande generosità della famiglia nella lettera del P. Ledóchowski ai provinciali della Compagnia di Gesù, 29 maggio 1915, in Acta Romana S.I., 1915, pp. 48-49. La famiglia du Coëtlosquet abbracciava il visconte Maurizio, morto nel 1904, sua moglie Maria Renata, le cognate Giovanna e Maria, i figli Edoardo, benedettino, abate di S. Mauro, Giovanni, ugualmente benedettino, monaco di Solesmes, Carlo, gesuita (1850-1944), missionario nel Madagascar, Carolina, Giorgia, delle Piccole Sorelle dei poveri col nome di Elisabetta di Gesù. Carolina morì il 9 febbraio 1911 a 36 anni. Pio X le aveva scritto personalmente il 1 luglio 1910 (lettera conservata nell’archivio del Biblico). La viscontessa Maria Renata morì nel marzo 1915. Carlo, in Europa dal Madagascar, per un breve riposo, era venuto a Roma dalla Francia per portare al papa il cospicuo dono della famiglia. Il dono giungeva quanto mai opportuno, perchè Pio X era rimasto quasi a secco dopo il terremoto di Messina del 1908, che lo aveva impegnato direttamente in una cospicua opera di soccorso, e Pio X aveva a lungo pregato e fatto pregare per avere i mezzi necessari.

[6] Dai cataloghi della provincia romana S.I., il Biblico appare solo nel 1911, in Via dell’Archetto 6, accanto all’attuale piazza della Pilotta, con questi membri: Fonck, rettore (dal 4 novembre 1910), P. Moppi, ministro, cioè responsabile della casa materiale, i professori Mallon, Fernández, Deimel, Ehrle, Gismondi, Lammens, van Laak, Schellauf, Szczepanski, Murillo, Vrano, Ronzevalle, tre studenti e quattro fratelli. Nel 1912 l’istituto figura con sede in Piazza della Pilotta 35. Dal dicembre 1918 è rettore il P. Fernández, che però aveva di fatto esercitato quest’ufficio dal 1915, dal dicembre 1924 il P. O’Rourke. P. Fonck figura a Roma fino al 1929.

[7] Sul P. Wernz, generale dal 1906 al 1914, rinviamo all’apposita voce del Diz. dei gesuiti, che speriamo non tardi troppo ad uscire.

[8] Acta Romana S.I., anno 1910, p.64.

[9] Exégèse et obéissance. Correspondance Cormier–Lagrange (1906-1916), présentée ... par N. Montagnes, Paris 1989, p. 221.

[10] Manca uno studio scientifico ed esauriente sul Fonck. Possiamo ricorrere ai necrologi e ai profili di qualche enciclopedia o rivista specializzata, come quello anonimo di Biblica, 11 (1930) 369-372; quello più esteso di U. Holzmeister, in Dictionnaire Biblique, Supplément, III (1938) 310-313. Molti cenni significativi sono reperibili in Exégèse et obéissance, Correspondance Cormier–Lagrange (1904-1916), citato. Indispensabili restano i documenti dell’ARSI, Istituto Biblico. Ricordiamo le sue opere principali: oltre agli articoli usciti fra il 1903 e il 1904 nella Zeitschrift für katholische Theologie, sulla vita di Gesù, il Vangelo, l’evoluzione e la Chiesa, la ricerca cattolica moderna sui Vangeli (significativi per l’epoca in cui vennero preparati e pubblicati), sono degni di nota Die Parabeln des Herrn im Evangelium exegetisch und praktisch erlaütert, Innsbruck 1902, tr. inglese ed italiana; Die Wunder des Herrn im Evangelium exegetisch und praktisch erlaütert, ivi 1903, tr. ital. e spagnola; Der Kampf um die Wahrheit der Heiligen Schrift seit 25 Jahren, ivi 1905; Auserwählte Reden und Gespräche des Herrn, ivi 1905; Die Geheimnisse des Lebens Jesu, ivi 1907; Wissenschaftliche Arbeiten, ivi 1908, tr. ital. e fr., Die Irttumslosigkeit der Bibel vor der Forum der Wissenschaft, Einsiedeln 1916.

[11] Alcune di queste lettere sono pubblicate nel citato Archivum Historiae Pontificiae 37 (1999) 154-160.

[12] ARSI, Istituto Biblico, lettera autografa del Dudon con particolari sulle reazioni del ministero degli esteri.

[13] Exégèse et obéissance. Correspondance Cormier–Lagrange ... par B. Montagnes ..., citato, p. 221: «En 1915-1919 sa nationalité le contraint de se retirer en Suisse. Après la guerre. il continuera d’enseigner à Rome jusqu’au moment où, en 1929, Pie XI en exigera son départ. Il ne survivra pas à cet exil et mourra quelques mois après, le 19.10.1930». La nota del Montagnes, non accompagnata da riferimenti archivistici o bibliografici, può essere completata da una lettera del rettore O’Rourke al generale Ledóchowski, del 7 giugno 1926 (ARSI, Istituto Biblico, 1920-1930, Ex officio, 1925-1928): «Sanctitas Sua exigit, ut P. Fonck amoveatur et in suam provinciam mittatur». Il papa non lo giudica più del tutto lucido «mentis compotem», non ne apprezza il valore scientifico («de hac re sibi persuasum esse abhinc multos annos»). Cfr. Id. a Id., 15 luglio 1929: per il P. O’Rourke, il P. Fonck è imprudente, troppo ostinato nelle sue idee, incline a criticare il papa, da lui considerato come liberale ...

[14] Exégèse et obéissance, citato, p. 284, nota: «Les étudiants n’ont pas beaucoup d’enthousiasme pour leur savant maître /Fonck/. Ils colportent avec plaisir et malice les paroles compromettantes, entre autres celle-ci “Quand on aura détruit l’institut biblique de Jérusalem, et les universités de Paris, Louvain et Fribourg, alors on pourra faire quelque progrès dans le sens catholique”. Il y a sans doute beaucoup d’exagération dans ces bruits».

[15] Cfr. i particolari in B. Montagnes, La question biblique au temps de Pie XI, in Achille Ratti Pape Pie XI, Rome 1996, pp. 255-276, spec. pp. 265-272.

[16] Per i dati statistici, seguo i dati forniti dalla segreteria dell’Istituto. Per i nomi degli studenti, cfr. Elenco degli alunni del Pontificio Istituto Biblico, 1909-1999, Roma 1999. Sul Vaccari, «P. Alberto Vaccari. In memoriam», in Biblica, 47 (1966) 158-162, del card. Bea (158-159) e del P. Boccaccio (159-162). Sul P.Merk, sempre in Biblica, 26 (1945) 310-315, «P. Augustinus Merk» (anonimo).

[17] Per la storia della facoltà di orientalistica, cfr. la relazione inedita, a cura di vari professori, redatta alcuni anni fa, e conservata nella segreteria del Biblico. Sul P. Pohl, cfr. il necrologio di S. Moscati, in Orientalia, 31 (1962) 1-5. Sul P. Zorell, cfr. il breve necrologio anonimo, in Acta Pontificiii Instituti Biblici, 1947-1948, pp. 128-129. Sul P. Messina, cfr. Biblica, 32 (1951) 464-468. Sul P. Deimel, Acta Pont. Inst. Bibl., 1954-55, pp. 29-30, e in Biblica, 35 (1954) 539-544, del P. E. Vogt.

[18] Cfr. Osservatore Romano, 21 maggio 1938. Il giornale vaticano dette grande risalto alla discussione della tesi, con un ampio articolo in prima pagina e un titolo su varie colonne. La tesi venne pubblicata con lo stesso titolo a Torino nel 1940, con un solo accenno iniziale alla sua genesi «la stampa del presente lavoro, discussa come tesi di laurea in Sacra Scrittura alla presenza di S. Santità Pio XI nel maggio 1938 ... ». L’autore evita ogni intento apologetico, e solo alla fine si ferma sul confronto fra la poesia babilonese e quella biblica, ammettendo un influsso tutt’al più indiretto, e sottolineando la differenza fondamentale fra il monoteismo israelitico e il politeismo babilonese.

[19] Città Nuova, Roma 1987, pp. 70, e specialmente 121-122. Cfr. per altro le affermazioni del P. Lyonnet, nell’articolo citato nella nota seguente, pp. 376-377: «Par tempérament, par formation, le Père Bea n’avait rien d’un novateur ... Mais ( ... ). L’évolution évidente et avouée par le père Bea lui-même sur bien des points concernants l’exégèse biblique, était pourtant en quelque sorte en germe dès cette période».

[20] Cenni sommari in S. Schmidt, Agostino Bea ..., pp. 99-101; cfr. anche A. Vaccari, Lo studio della S. Scrittura. Lettera della Pont. Commissione Biblica con introduzione e commenti, Roma 1943; S. Lyonnet, «Le cardinal Bea et le développement des études bibliques», in Rivista Biblica, 16 (1968) 370-396, spec. 376-380; M. Pesce, «Il rinnovamento biblico», citato, pp. 575-610, spec. pp. 593-599. Secondo Pesce, Ruotolo contrapponeva l’uso storico della Bibbia al suo uso religioso, senza avvertire la storicità dei testi biblici, la vastità dei problemi interpretativi posti dalla rinnovata cononoscenza delle civiltà orientali e mediterranee.

[21] Cfr. S. Schmidt, Agostino Bea …, citato, pp. pp. 102 -105; gli articoli del Bea in Biblica, 26 (1945) 203-237, e in Civ. Cat., 1955, I, 508-524, 604-615.

[22] Schmidt, Agostino Bea …, p. 106-110; S. Lyonnet, «Le cardinal Bea et le développement des études bibliques», Rivista Biblica 16 (1968) 371-392, spec. 378s.

[23] Cfr. Schmidt, Agostino Bea…, pp. 123-124; S. Lyonnet, «Le card. Bea et le développement des études bibliques», in Rivista Biblica, 16 (1968) 371-396, spec. 382-384; A. Bea, «Il problema del Pentateuco e della storia primordiale. A proposito della recente lettera della Pontificia Commissione Biblica», in Civiltà Cattolica, 1948, II, 116-127. Secondo Lyonnet, l’articolo di Bea fu scritto dietro sollecitazione del card. Tisserant, presidente della Commissione Biblica.

[24] Acta et documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando, s. I, antipraeparatoria, IV, Studia et vota universitatum et facultatum ecclesiasticarum et catholicarum, p. I, Universitates et facultates in urbe. Typis Polyglottis vaticanis, 1961, pp. 123-136. Il voto del Biblico è presentato dal Rettore, P. Vogt, e firmato dai PP. Vaccari, Lyonnet, Pohl, Alonso Schökel, Boccaccio, Dahood, de la Potterie, Köbert, Martin, McCool, Moran, Novotny, Patti, Pavlovsky, des Places, Simon, Smith, Zerwick. In altre parole, esso esprime il parere dell’intero corpo insegnante, cosa che lo rende ancora più interessante.

[25] Così M. Pesce, «Il rinnovamento biblico», citato, pp. 168-216 (l’affermazione è a p. 168). Cfr. su questo tema: L. Alonso-Schökel, «Dove va l’esegesi cattolica?», in Civiltà Cattolica, 1960, III, 1-12; A. Romeo, «L’enciclica “Divino Afflante Spiritu” e “Opiniones novae”», in Divinitas 4 (1960) 387-456; Monitum del S.Ufficio, 20 giugno 1961 (Acta Apostolicae Sedis, 53 [1961] 507); Associazione Biblica Italiana, «Chiarificazioni sul convegno di Padova (a proposito di un recente articolo)», in Atti e conferenze della settimana biblica 1960, Roma 1961; J.A. Fitzmyer, «A Recent Roman Scriptural Controversy», in Theological Studies, 22 (1961) 426-444; «Pont. Institutum Biblicum et recens libellus Rvmi D. Romeo», in Verbum Domini, 39 (1962) 3-17; Paolo VI, Insegnamenti, I, Città del Vaticano 1965, p. 273; A. Tafi, Mezzo secolo a servizio della Chiesa, Associazione Biblica Italiana, Treviso 1985; G.P. Fogarty, American Biblical Scholarship. A History from the Early Republic to Vatican II, San Francisco 1989.
Sui principali protagonisti della controversia, ricordiamo: Antonino Romeo, alunno del Biblico dal 1924 al 1927, licenziato in Scrittura, professore di Scrittura nel seminario di Catanzaro, aiutante di studio nella Congregazione dei Seminari, professore all’Università Lateranense, morto nel 1974; Francesco Spadafora, alunno del Biblico dal 1936 al 1939, dottore in Scrittura, professore all’Università Lateranense, morto nel 1997.

[26] 1981, III, p. 309.

[27] Cfr. le belle pagine di M. Pesce, nel vol. I cattolici nel mondo contemporaneo, 1922-1958, citato, pp. 584-586 (significato dei rettorati Fernández, O’Rourke, Bea).

[28] Pont. Comm. Biblica, L’interpretazione Biblica nella Chiesa, Città del Vaticano 1993: discorso di S.S. Govanni Paolo II, 23 aprile 1993; il documento della Pont. Comm. Biblica.

[29] Nel vol. I cattolici nel mondo contemporaneo, 1922-1958, citato, spec. pp. 585-609, spc. 591-592.

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